Sentenze storiche

La strage di Sant'Anna di Stazzema: la sentenza di primo grado



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE MILITARE DELLA SPEZIA
composto dai signori
Dott. Francesco UFILUGELLI -Presidente-
Dott. Enrico LUSSU – Giudice -
GM Enrico ZANONE Giudice
con l'intervento del Pubblico Ministero in persona del dott. Marco DE PAOLIS
e con l'assistenza del GM A. SCOGNAMIGLIO, S.T.V. A. CARPITELLA
ha pronunciato in pubblica udienza la seguente
SENTENZA
nel procedimento penale a carico di
1. SOMMER Gerhard, nato ad Amburgo (Germania) il 24 giugno 1921 e ivi residente in Sorefeldring n.21 – 22359 – all'epoca dei fatti Untersturmfuhrer (sottotenente), Comandate della 7° Compagnia, II Btg. - SS Panzergrenadier Regimenti 35 – 16. SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer – SS”. Elettivamente domiciliato presso il difensore (Avv. A. Amati).
2. SCHONEBERG Alfred, nato a Bendorf/Koblenz (Germania) il 28 settembre 1921 e residente a Dusseldorf in Waldenburger Weg 2, - 40627 - all'epoca dei fatti Unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 7° Compagnia, II Btg. SS Panzergrenadier Regiment 35 - 16. SS Panzergrenadier Division "Reichsfuhrer - SS". Elettivamente domiciliato presso il difensore (Avv. L. Trucco).
3. BRUSS Werner, nato a St. Barbara (Saarbrucken) il 7 aprile 1920 e residente a Reinbeck (Germania), Hirschberger Weg 1 - 21465 - all'epoca dei fatti Unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 5° Compagnia, II Btg. - SS Panzergrenadier Regiment 35 – 16. SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer – SS”. Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 c.p.p. (Avv. M. Boni).
4. SCHENDEL Heinrich, nato a Essen/Ruhr (Germania) il 7 marzo 1922 e residente a Ortenberg, Essen in Vogelsbergstrasse, 17 - 63683 - all'epoca dei fatti Unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 6° Compagnia del II Btg. - SS Panzergrenadier Regiment 35 - 16. SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer – SS". Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 c.p.p. (Avv. B. Bonicelli).
5. SONNTAG Ludwig Heinrich, nato il 25 maggio 1924 a Dortmund (Germania) e ivi residente in Metzer Str. 48, - 44137 - all'epoca dei fatti Unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 6° Compagnia, II Btg. - SS Panzergrenadier Regiment 35 – 16. SS Panzergrenadier Division "Reichsfuhrer – SS”. Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 cpp (Avv. F. Eminente ).
6. RAUCH Georg, nato a Hohndorf (Germania) il 31 maggio 1921 e residente a Rummingen (germania) in Rebackerweg, n.11 – 79595 – all'epoca dei fatti Untersturmfuhrer (Sottotenente), Aiutante Maggiore c/o Comando Btg. - SS Pamzergrenadier Regiment 35 – 16. SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer – SS”. Elettivamente domiciliato presso il difensore (Avv. L. Trucco)
7. GORING Ludwig, nato il 18/12/1923 a Ittersbach (Germania) e residente a 76307 – Karlsbad (D), in vicolo Grossmullergasse n.26, all'epoca dei fatti SS-Rottenfuhrer (Caporalmaggiore), in servizio presso la 6° Compagnia, II Btg. - SS Panzergrenadier Regiment 35 – 16. SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer – SS”. Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 cpp (Avv. A. Guastini).
8. CONCINA Alfred, nato il 25/03/1919 ad Oelsnitz (Germania), residente presso la Casa di Cura per Anziani “Johanna Rau” in Rechemberg – Bienenmuhle, Ortsteil Holzhau, Bergstrasse 7 (Germania) – all'epoca dei fatti unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 7° Compagnia, II Btg. SS Panzergrenadier Regiment 35 – 16 SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer – SS”. Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 cpp. (Avv. S. Serafini del foro di la Spezia).
9. GROPLER Karl, nato il 29/07/1923 a Wollin (Germania), residente a Wollin in Hauptstrasse 16, - 14778 – (Germania) all'epoca dei fatti Unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 8° Compagnia, II Btg. SS Panzergrenadier Regiment 35 - 16 SS Panzergrenadier Division "Reichsfuhrer - SS". Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 cpp (Avv. A. Buondonno del Foro di La Spezia).
10. RICHTER Horst, nato il 08/11/1921 a Berlino (Germania), residente a Krefeld (Germania) Weberstrasse n.14 - 47798 - Krefeld - all'epoca dei fatti Unterscharfuhrer (sergente) in servizio presso la 5° Compagnia, II Btg. SS Panzergrenadier Regiment 35 - 16 SS Panzergrenadier Division "Reichsfuhrer - SS". Domiciliato presso il difensore a norma dell'art. 169 cpp. (Avv. P. Munafò del Foro di La Spezia).

IMPUTATI di:
1) BRUSS, CONCINA, GROPLER, RAUCH, RICHTER; SCHENDEL, SCHONEBERG, SOMMER e SONNTAG:
"CONCORSO IN VIOLENZA CON OMICIDIO CONTRO PRIVATI NEMICI PLURIAGGRAVATA CONTINUATA" (artt. 81 cpv. - 61 nn. 1 e 4 - 110 - 112 co. 1 nn. 1 e 3, 575, 577 nn. 3 e 4 cp; artt. 47 nn. 2 e 3 - 58 co. 1 cpmp; artt. 13 e 185 cpmg) -
“perchè, durante lo stato di guerra tra l'ltalia e la Germania, essendo in servizio nelle forze armate tedesche - nemiche dello Stato italiano - con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, operando in concorso con gli altri militari del II Battaglione - SS Panzergrenadier Regiment 35 - 16^ SS Panzergrenadier Division “Reichsfuhrer-SS”, tutti, secondo la specifica qualità e mansione, contribuendo alla materiale realizzazione del crimine e comunque reciprocamente rafforzandosi nel proposito delittuoso, il mattino del 12 agosto 1944, alle ore 07.00 circa e seguenti, in Sant'Anna di Stazzema (Lucca), senza necessità e senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e anzi nell'ambito e con finalità di un'ampia operazione di rastrellamento pianificata e condotta contro i partigiani e la popolazione civile che a quelli si mostrava solidale, cagionava la morte di numerose persone - verosimilmente tra le 457 e le 560 circa, tra le quali, e in prevalenza, anziani, donne e bambini - le quali non prendevano parte alie operazioni militari, agendo con crudeltà e premeditazione.
In particolare:
a) in località "Vaccareccia", circa cento persone dopo essere state riunite in tre stalle e in un cortile, anche a seguito del rastrellamento operato poco prima nelle borgate di "Moriconi" e "Argentiera", venivano uccise mediante lancio di bombe a mano ed esplosione di colpi d'arma da fuoco (mitragliatrice e fucili);
b) in localita "Franchi" un numero imprecisato di persone, previamente riunite all'interno di una stanza, venivano uccise mediante esplosione di colpi d'arma da fuoco;
c) in localita "Colle", un numero imprecisato di persone, dapprima concentrate in un fosso, venivano uccise mediante l'esplosione di colpi di mitragliatrice;
d) nella piazza antistante la Chiesa del paese teatro dell'eccidio, oltre un centinaio di persone - ivi condotte dalle case circostanti e dalla borgata "Pero" - venivano uccise mediante l'esplosione di colpi di mitragliatrice e i loro corpi poi dati alle flamme;
e) in localita "Coletti", verosimilmente intorno alle ore 11, gli abitanti, in numero imprecisato, venivano allineati contro il muro di una delle case e quindi uccisi mediante I'esplosione di colpi di mitragliatrice;
altre persone, in numero imprecisato, venivano uccise, con modalità simili a quelle sopra descritte, in zone limitrofe e in località "Mulini", presso la borgata "Alle case" e lungo la strada per Valdicastello.
Con le aggravanti:
- di cui all'art. 47 n. 2 cpmp, per il grado rivestito,
- di cui all'art. 47 n. 3 cpmp, per aver commesso il fatto con le armi in dotazione,
- di cui all'art. 58 co.1 cpmp, per esser concorsi con inferiori in grado, di cui all'art. 112 co. 1 n. 1 cp, per esser concorsi nel reato in più di quattro persone,
- di cui all'art. 112 co.1 n. 3 cp, per aver determinato a commettere il reato persone soggette alla propria autorità o vigilanza, di cui all'art. 61 n. 1 cp, per aver commesso il fatto per motivi abietti,
- di cui all'art. 61 n. 4 cp, per aver commesso il fatto adoperando sevizie e crudeltà verso le vittime,
- di cui all'art. 577 n. 3 cp, per aver commesso il fatto con premeditazione”.

2) GORING
"CONCORSO IN VIOLENZA CON OMICIDIO CONTRO PRIVATI NEMICI PLURIAGGRAVATA IN CONCORSO FORMALE E CONTINUATA" (artt. 81 co. 1 e 2 c.p. 61 nn. 1 e 4, 110, 112 co. 1 n. I, 575, 577 nn. 3 e 4 c.p.; artt. 47 nn. 2 e 3, 58 co. 1 c.p.m.p.; artt. 13 e 185 c.p.m.g.)
“perchè, durante lo stato di guerra tra l'ltalia e la Germania, essendo in servizio nelle forze armate tedesche - nemiche dello Stato italiano – con il grado di SS-Rottenfuhrer (Caporalmaggiore) nella 6° Compagnia, II Battaglione - SS Panzergrenadier Regiment 35 - 16. SS Panzergrenadier Division "Reichsfuhrer-SS", con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso e violando più volte con la stessa azione la medesima disposizione di legge, nonchè operando in concorso con altri militari della medesima divisione, prendeva parte all'operazione di rastrellamento e annientamento della popolazione civile del borgo di Sant'Anna di Stazzema e zone limitrofe, compiuta dalle prime ore del mattino del 12 agosto 1944 fin verso le 12,00, prestando il proprio contributo materiale e contribuendo a rafforzare i commilitoni nel proposito criminoso, e così cagionava la morte di numerose persone, in numero verosimilmente compreso tra le 457 e le 560; in particolare dopo aver partecipato alla lase di pianificazione (che prevedeva dapprima il rastrellamento della popolazione civile del luogo e, quindi, l'annientamento di una parte di essa), presumibilmente in località "Coletti" del paese di Sant'Anna di Stazzema (Lucca), in esecuzione del predetto piano, faceva fuoco con una mitragliatrice appositamente collocata davanti ad una casa civile, contro un gruppo di donne inermi - verosimilmente tra le 15 e le 25, la cui identità è rimasta sconosciuta – che erano state in precedenza costrette a sedersi per terra, agendo con crudeltà e premeditazione.
Ciò faceva senza necessità e senza giustificato motivo, per cause non estranee alla guerra e anzi nell'ambito e con formalità di un'ampia operazione di rastrellamento pianificata e condotta contro i partigiani e la popolazione civile che a quelli si dimostrava solidale.

Con le aggravanti :
- di cui all'art. 47 n. 2 c.p.m.p., per il grado rivestito,
- di cui all'art. 47 n. 3 c.p.m.p., per aver commesso il fatto con le armi in dotazione,
- di cui all'art. 58 co. 1 c.p.m p., per esser concorso con inferiori in grado,
- di cui all'art. 112 co.1 n. 1 c.p., per esser concorso nel reato in più di quattro persone,
- di cui all'art. 61 n. 1 c.p., per aver commesso il fatto per motivi abietti,
- di cui all'art. 61 n. 4 cp., per aver commesso il fatto adoperando sevizie e crudeltà verso le vittime,
- di cui all'art. 577 n. 3 c.p., per aver commesso il fatto con premeditazione”.

FATTO
1. Lo svolgimento del processo.
2. L'inizio del dibattimento.

2.1 La riunione del processo a carico di CONCINA Alfred, GROPLER Karl e RICTHER Horst.
2.2 La prosecuzione del dibattimento.
2.3 Le richieste di prove.
2.4 La riunione del processo a carico di GORING Ludwig.
2.5 Gli esami dei testimoni e le ulteriori acquisizioni documentali.
2.6 La riunione del processo a carico di BRUSS Werner, RAUCH Georg e SCHENDEL Heinrich.
2.7 La conclusione del dibattimento e le richieste delle parti.

DIRITTO
3. I motivi della decisione.
4. Le eccezioni riguardanti il difetto di giurisdizione.

4.1 L'eccezione concernente I'applicabilità dell'art. 264 c.p.m.p.
4.2 L'eccezione di carenza di giurisdizione relativa alla qualificazione giuridica del fatto.
5. L'eccezione concernente il difetto della condizione di procedibilità prevista dall'art. 248 c.p.m.g.
6. Le questioni di nullità.
7. La ricostruzione dei fatti.

7.1 Il contesto storico degli avvenimenti.
7.2 I partigiani italiani.
7.3 I militari tedeschi.
7.4 II luogo dei fatti: Sant'Anna di Stazzema.
7.5 Le precedenti indagini sui fatti.
7.6 Le ultime indagini sull'eccidio.
8. I fatti come risultanti dall'istruzione dibattimentale.
8.1 Il numero delle vittime.
8.2 I motivi dell'eccidio.
8.3 La pianificazione della strage.
9. L'individuazione dei responsabili dell'eccidio di Sant'Anna.
9.1 La 16° Divisione Corazzata Granatieri SS.
9.2 II II Battaglione Corazzato Granatieri SS e le sue compagnie.
10. La posizione degli imputati.
10.1 BRUSS Werner
10.2 CONCINA Alfred
10.3 GORING Ludwig
10.4 GROPLER Karl
10.5 RAUCH Georg
10.6 RICTHER Horst
10.7 SCHENDEL Heinrich
10.8 SCHONEBERG Alfred
10.9 SOMMER Gerhard
10.10 SONNTAG Heinrich
11. Una questione particolare: la presenza di italiani tra le SS.
12. La qualificazione giuridica del fatto.
13. II concorso nel reato e I'affermazione di penale responsabilità.
14. Le cause di giustificazione.

14.1 L'adempimento di un dovere
14.2 Lo stato di necessità
15. Cause di estinzione del reato: I'inapplicabilità dell'amnistia di cui aI D.P.R. 4 giugno 1966 n. 332.
16. La determinazione della misura della pena.

16.1 Le circostanze aggravanti.
16.2 Le circostanze attenuanti.
16.3 La misura della pena.
17. Le decisioni sulle questioni civili.
18. Il dispositivo

Svolgimento del processo

FATTO
1. Lo svolgimento del processo.

Il presente processo, come si coglierà dall'esposizione riassuntiva che segue, ha avuto uno svolgimento molto articolato. Infatti, agli originari tre coimputati se ne sono aggiunti sette, attraverso successive riunioni di altri processi che, iniziati in momenti diversi per svariate ragioni, sono poi tutti confluiti in unico alveo. La ricchezza di dettagli della parte
espositiva, così come la diffusa motivazione della decisione, originano dall'esigenza di dar conto di tutte le cadenze che hanno condotto alla formazione di un compendio probatorio di non comuni dimensioni, e di illustrare con adeguata profondità le numerose questioni di fatto e di diritto che sono state affrontate.

2. L'inizio del dibattimento.
All'esito dell'udienza preliminare del 12.01.2004 veniva disposto il giudizio nei confronti di SOMMER Gherard, SCHONEBERG Alfred e SONNTAG Heinrich, meglio generalizzati in epigrafe, per il reato di cui al capo di imputazione.
Alla pubblica udienza del 20.04.2004 il Tribunale, vista l'assenza degli imputati e verificata la regolarità delle notifiche, ordinava si procedesse in loro contumacia. Risultavano, presenti, oltre che i difensori di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Regione Toscana, della Provincia di Lucca e del Comune di Stazzema, già costituitisi all'udienza preliminare, anche i difensori di Alice e Ilda GUADAGNUCCI, di Gian Paolo, Antonio Augusto e Maria Augusta BALDASSARRI, i quali, muniti di procura speciale, chiedevano di potersi costituire parti civili. Risultavano, altresì, presenti svariate persone offese, indicate in apposito elenco allegato al verbale di udienza, delle quali si puntualizzava il rapporto di parentela con i prossimi congiunti deceduti in occasione dei fatti dedotti in contestazione.
II Collegio, verificata la regolarità e completezza degli atti di costituzione e sentite le parti, ammetteva le parti civili sopra indicate.
Invitate le parti alla presentazione di eventuali questioni preliminari, la difesa di SCHONEBERG produceva due certificazioni mediche (rispettivamente del 12.03.2003, quando ne fu chiesto l'interrogatorio nel corso delle indagini - in cui si evidenzia una demenza vascolare - e del 12.12.2003, in cui si afferma il progresso della malattia e si specifica che l'imputato non è in condizione di essere interrogato in Tribunale) in base ai quali chiedeva che, ex art. 70 c.p.p., si disponesse perizia medico legale per accertarne l'incapacità a partecipare coscientemente al processo. Trattandosi di documentazione in lingua tedesca, l'interprete appositamente nominata confermava la correttezza della traduzione già presentata che, pertanto, veniva allegata al verbale di udienza.
Successivamente la difesa di SOMMER eccepiva il difetto di giurisdizione del Tribunale Militare, con contestuale trasmissione degli atti alla Procura presso il Tribunale Ordinario, in quanto l'art.185 c.p.m.g. dedotto in contestazione, nel riferirsi ad atti di violenza commessi da militari contro privati nemici, non sarebbe applicabile al caso di specie in quanto i civili italiani, non potevano essere considerati nemici dei militari, poichè cittadini della Repubblica Sociale i del III Reich. Inoltre, eccepiva la nullità ex art.179 c.p.p. dell'udienza preliminare del 13.01.2004 - nella parte relativa alla formazione del fascicolo del dibattimento, in quanto non gli fu riconosciuto iI legittimo impedimento nonostante avesse fatto pervenire un certificato medico attestante la sua impossibilità ad intervenire - di cui chiedeva, pertanto, la rinnovazione.

Ciascuna delle questioni sollevate non trovava accoglimento da parte del Collegio per le motivazioni rispettivamente indicate nelle ordinanze allegate ai verbali d'udienza.
Infine, pur ritenendo correttamente effettuata l'udienza per la formazione del fascicolo del dibattimento, su istanza delle difese SOMMER e SCHONEBERG, e senza opposizioni delle altre parti, anche ai fini delle facoltà di cui all'art. 491, commi 2 e 4, c.p.p. si disponeva il rinvio del processo per consentire un più adeguato vaglio della mole documentale già acquisita ed il deposito, con congruo anticipo, di eventuali memorie illustrative in ordine al contenuto del fascicolo.

2.1 La riunione del processo a carico di CONCINA Alfred, GROPLER Karl e RICTHER Horst.
Il 29.06.2004 si celebrava la prima udienza di altro processo a carico di CONCINA Alfred, GROPLER Karl e RICTHER Horst, meglio generalizzati in epigrafe, rinviati a giudizio all'esito dell'udienza preliminare del 10.05.2004 per lo stesso reato già contestato agli altri imputati. Anche per loro, vista l'assenza e verificata la regolarità delle notifiche, il Collegio ordinava si procedesse in contumacia; erano presenti, oltre la Regione Toscana, la Provincia di Lucca e il Comune di Stazzema, già costituiti all'udienza preliminare, anche l'Avvocato dello Stato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il difensore di Gian Paolo, Antonio Augusto e Maria Augusta Baldassarri, munito di procura speciale, che chiedevano di potersi costituire parti civili; al riguardo la difesa RICTHER, cui si associava la difesa GROPLER, eccepiva che l'atto di costituzione della Presidenza del Consiglio era intestato al Tribunale Militare della Spezia - Giudice dell'Udienza Preliminare, con conseguente impossibilità di individuare con certezza il giudice di fronte al quale ci si intende costituire; inoltre faceva rilevare che in entrambi gli atti di costituzione risultava erroneamente indicata la residenza del proprio assistito con conseguente impossibilità di una sua corretta individuazione.
Sulle richieste di costituzione e sulle relative eccezioni il Collegio, visti gli atti depositati in udienza e sentite le parti, rigettava queste ultime per i motivi di cui all'allegata ordinanza e ammetteva le costituende parti civili.
Successivamente il P.M, trattandosi di procedimenti aventi ad oggetto lo stesso fatto ascritto a titolo di concorso a tutti gli imputati, chiedeva la riunione del procedimento a quello n. 23/04 R.Dib. già instaurato nei confronti di SOMMER Gherard, SCHONEBERG Alfred e SONNTAG Heinrich, preannunciando la medesima richiesta anche nei confronti di quello pendente a carico di GORING Ludwig, per il quale era stato già disposto giudizio immediato, essendo comune l'addebito e il compendio probatorio.
Sentite le parti che si associavano, ad eccezione delle difese di GROPLER e di RICTHER che avevano interesse ad una rapida definizione del processo; rilevato che ricorrevano i presupposti indicati dal P.M. e previsti dall'art. 17 cp p. in quanto, oltre a non provocare ritardi nella definizione dei procedimenti, entrambi pendenti davanti al medesimo giudice nello stesso stato e grado, questa appariva utile ad una trattazione unitaria, il Collegio disponeva la riunione del procedimento n. 42/04 R.Dib. a quello n. 23/04 R.Dib., fissato per quella stessa data, con ordinanza allegata al verbale di udienza di cui veniva estratta ed allegata copia conforme al presente procedimento.

2.2 La prosecuzione del dibattimento.
Nel corso della stessa udienza del 29.06.2004 la difesa SOMMER eccepiva la nullità del decreto con cui è stato disposto il giudizio, in primis con riferimento alle modalità con le quali era stato nominato il difensore in sua sostituzione nel corso dell'udienza per la formazione del fascicolo del dibattimento innanzi al G.U.P. (ex art. 97 co. 4 c.pp., anzichè attraverso le modalità previste per i difensori d'ufficio) e, in secondo luogo, sostenendo che nel decreto non fosse rappresentato in modo chiaro e preciso il fatto addebitato, sia con riferimento al numero che all'identità delle persone uccise. Le difese degli imputati CONCINA, RICTHER e SCHONEBERG eccepivano, a loro volta, analoga nullità, lamentando l'indeterminatezza del ruolo e della condotta ascritta al proprio assistito nell'atto che disponeva il giudizio.
Infine, sempre la difesa SOMMER, cui si associava la difesa SCHONEBERG, chiedeva fosse dichiarata la nullità del provvedimento di formazione del fascicolo del dibattimento, in quanto generico e privo di indicazione analitica in ordine ai documenti che sono entrati a farne parte.
Sentite le parti civili, che chiedevano fossero disattese le eccezioni sollevate, il Tribunale respingeva queste ultime con i motivi di cui all'ordinanza a verbale.
Successivamente, sulle richieste di autorizzazione alle riprese fotografiche ed audio visive, sentite le parti che non si opponevano a condizione che fosse assicurato l'ordinato svolgimento delle udienze, la si autorizzava temporaneamente con modalità conformi a quanto prescritto dall'art.147 disp. att. cp.p. ma con riserva di piu dettagliate prescrizioni.
A questo punto ancora la difesa SOMMER, cui si associavano le difese SCHONEBERG e RICTHER, eccepiva il difetto di legittimazione attiva del Comune di Stazzema, della Provincia di Lucca e della Regione Toscana, l'inammissibilità della loro domanda, e di quella della Presidenza del Consiglio, per violazione dell'art. 78, lett. d), c.p.p. - che richiede l'esposizione delle ragioni che giustificano la domanda - e l'invalidità dell'atto di costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio, tutte per i motivi dedotti nella memoria depositata e allegata a verbale.
Sentito il P.M., che si opponeva all'accoglimento di queste ultime, e la difesa del Comune di Stazzema, che in via principale rilevava la tardività della questione, in subordine la piena legittimazione all'esercizio dell'azione civile, il Collegio rinviava la prosecuzione della discussione all'udienza del giorno successivo.

Alla pubblica udienza del 30.06.2004, sentiti i difensori della Provincia di Lucca, della Regione Toscana e della Presidenza del Consiglio, che chiedevano fosse dichiarata la tardività delle eccezioni dei difensori e, comunque, l'infondatezza nel merito, iI Tribunale respingeva tutte le eccezioni per i motivi indicati nella relativa ordinanza e disponeva procedersi oltre.
Con riferimento agli atti contenuti nel fascicolo per il dibattimento formato all'esito dell'udienza preliminare del 13.01.2004, la difesa SOMMER rilevava l'irregolare acquisizione, e quindi la loro nullità, di quelli effettuati per rogatoria internazionale; invero, secondo quanto precisato anche nella memoria depositata, le rogatorie internazionali si sarebbero dovute svolgere secondo le procedure ordinarie previste dall'art.727, co. 1, c.p.p., quindi per via diplomatica, piuttosto che secondo la Convenzione di Strasburgo del 1959 ed Accordi ad essa collegata, in quanto il reato dedotto in contestazione sarebbe un "reato militare che non costituisce reato di diritto comune”, pertanto apparterrebbe a quella categoria espressamente esclusa dall'ambito di applicazione della Convenzione medesima; inoltre non potrebbero entrare a far parte del fascicolo gli interrogatori delle persone informate sui fatti disposti dal P.M. con rogatoria, in quanto nulli per violazione dell'art.727, co. 5 bis, c.p.p. nella parte in cui è richiesto che si specifichino all'A.G. rogata le modalità con cui effettuare l'atto e gli elementi necessari per la loro utilizzazione processuale, nel caso di specie, secondo la prospettazione datane, sarebbero stati realizzati senza difensore dell'imputato. Per consentire una più puntuale discussione su queste ultime eccezioni ed indicare dettagliatamente gli atti che sarebbero stati invalidamente acquisiti, il P.M. depositava un elenco ragionato degli atti del fascicolo del dibattimento che, nulla opponendo le parti, veniva acquisito (allegato 4 contenente, secondo la classificazione che aveva nel fascicolo del PM, il Faldone A: cart.4; Faldone B: cart. 1, cart.2, vol.1 e 2, cart.5, cart.7, vol.1 e 2; Faldone C; Faldone F, cart.1 e 2; Faldone G, Faldone H, cart. 1, 4, 5; Faldone I).
All'udienza del 14.07.2004, in riferimento alle questioni preliminari lasciate in sospeso, il P.M. chiedeva il loro rigetto: con riferimento all'applicabilità della Convenzione di Strasburgo, poichè l'art. 185 c.p.m.g. parla chiaramente di omicidio e fa riferimento proprio al codice comune anche per la parte sanzionatoria, il reato sarebbe caratterizzato da un nucleo essenziale identico alla disposizione di diritto comune; inoltre alcune delle rogatorie, tra cui quella fatta negli U.S.A., sono state comunque poste in essere seguendo la via diplomatica indicata dal codice di rito; inoltre la procedura seguita era corretta perchè, mentre fino al 1979 la corrispondenza diretta tra le autorità giudiziarie dei due Paesi era possibile solo nei casi di urgenza, requisito peraltro indicato anche in quelle effettuate nel presente procedimento a causa dell'età degli imputati e dei testimoni, il Protocollo Aggiuntivo firmato da Italia e Germania nel 1979 prima, l'Accordo di Schengen dopo, hanno eliminato anche quel presupposto rendendo ordinaria la procedura diretta tra le autorità giudiziarie, come peraltro confermato anche dall'ordinanza della Corte Militare di Appello del 15.10.2002 e dalla nota del Ministero della Giustizia entrambe allegate al verbale di udienza. Infine si precisava che erano sempre state rispettate le garanzie difensive, in quanto era stata assicurata la presenza di un difensore all'interrogatorio degli indagati e, anche per l'interrogatorio delle persone informate sui fatti, era stato dato avviso ai difensori italiani degli imputati.
II P.M. rilevava, altresì, che vi era documentazione non inserita nel fascicolo per il dibattimento, nonostante, ai sensi dell'art. 431 c.p.p., si fosse raggiunto I'accordo sulla sua unione agli atti nell'udienza camerale del 13.01.2004. Di tale documentazione il rappresentante della pubblica accusa produceva specifico elenco.

In relazione alla questione, la difesa SONNTAG rilevava che c'era stata specifica opposizione all'acquisizione del verbale s.i.t. rese da Bruno TERIGI il 26.09.1945 e quindi, correttamente, il documento non era stato inserito. II P.M. replicava che non di semplici sommarie informazioni si trattava, ma di atto proveniente dagli archivi americani acquisito tramite consulenza tecnica che, pertanto, sarebbe dovuto rientrare, quindi indicava gli atti del proprio fascicolo che sarebbero dovuti transitare in quello dibattimentale. La difesa del SOMMER, cui si associava quella del SCHONEBERG, nulla obiettava sull'esclusione fatta dal G.U.P., ritenendola corretta.
Sentite le difese della Regione Toscana, della Provincia di Lucca e del Comune di Stazzema che si associavano alle conclusioni del P. M. in relazione alle eccezioni della difesa SOMMER, nonchè le altre difese che si rimettevano alle valutazioni del Tribunale, con ordinanza allegata a verbale venivano respinte le eccezioni difensive e si dichiarava
la correttezza della procedura seguita dalla Procura per gli atti compiuti con rogatoria anche in ordine alle garanzie difensive per l'esame di persone informate sui fatti, sicchè si confermava la ritualità dell'avvenuto inserimento nel fascicolo per il dibattimento della documentazione di archivio acquisita all'estero con le procedure indicate alle lettere d)
ed f) dell'art. 431 c.p.p.

Infine, trovava accoglimento la surricordata eccezione del P.M. concernente il mancato inserimento di atti nel fascicolo per il dibattimento e, conseguentemente, veniva disposta l'unione agli atti del compendio documentale in questione, come da apposito elenco, salva l'esclusione del verbale di assunzione di s.i.t. rese il 26.9.1945 da Bruno TERIGI (fogli nn.365-366 del faldone B delta cartella 2 prodotta dal P.M.) in ordine alla cui acquisizione non si era formato il consenso delle parti nel corso dell'udienza camerale davanti al G.u.p. del 13.01.2004. Mette conto di segnalare, però, che tale atto è stato successivamente acquisito all'udienza del 15.12.2004 con il consenso delle parti.
Così esaurite le questioni preliminari, e dichiarata l'apertura del dibattimento, si dava lettura del capo d'imputazione.

2.3 Le richieste di prove.
Su richiesta del P.M., il Tribunale ammetteva le prove testimoniali indicate nella lista, ed il controesame chiesto sia dalle parti civili, che dai difensori degli imputati.
Risulta formulata dal P.M. anche richiesta di produzione documentale, come segue:
- consulenza tecnica dell'esperto Dott. Carlo GENTILE concernente gli esiti delle ricerche dal medesimo effettuate presso archvi stranieri;
- consulenza tecnica del Prof. Alessando PEZZINO sulla strage e sulle ricerche dei responsabili, nonchè sull'organizzazione e la struttura dei reparti delle SS in Italia;
- atti provenienti dal fascicolo n. 420/48, relativo al processo a carico di Walter REDER.
- le dichiarazioni di Nino MAZZOLINI (deceduto; provenienti dagli archivi dello Stato Maggiore Esercito);
- verbale di esame testimoniale di Alfred LOHMANN in data 1° aprile 2003 effettuato in Germania;
- verbale di esame testimoniale di Manfred RENNER datato 27 novembre 2003 effettuato in Germania;
- alcuni estratti dal libro sulla 16° Divisione Reichfuhrer SS dei militari reduci del reparto;
- alcuni estratti dal libro di Alessando POLITI "Le dottrine tedesche di controguerriglia - 1936/1944";
- tabelle sulle mostrine militari delle SS (estratte da volumi di arte militare);
- un elenco delle vittime della strage stilato dalla Stazione Carabinieri di Pietrasanta, con certificato di morte di 370 persone;
- ulteriore elenco dei deceduti nella strage, stilato dal Comando Carabinieri di La Spezia;
- il verbale di acquisizione documentale del 28.04.2003 con elenco delle vittime elaborato dal Comune di Stazzema;
- documenti acquisiti presso lo studioso Paolo PAOLETTI (carteggio afferente alle indagini svolte dalla Procura presso la Corte d'Assise Straordinaria di Lucca);
- mappa del Comune di Sant'Anna, tratta dall'opuscolo "L'eccidio di S.A." consegnato da Annamaria MARCHETTI, con allegato manifesto, forse affisso dai partigiani sulla chiesa di S.A., pochi giomi prima dei fatti;
- memoriale, con appendice, redatto da Giuseppe BERTELLI (studioso della strage);
- manoscritto di Don VANGELISTI (deceduto), consegnato da questi a Giuseppe BERTELLI;
- cartine geografiche della zona di Sant'Anna;
- gazzetta ufficiale del Reich n.181 del 16 ottobre 1940, relativa alle norme del codice penale militare tedesco.
Venivano, altresì, ammessi:
- l'esame dei testi in lista, tra i quail i consulenti Dott. GENTILE e Prof.Pezzino;
- l'acquisizione, ex artt. 512 e 513 c.p.p., dei verbali delle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti ormai decedute (sempre come da elenco).
- l'esame, ai sensi dell'art. 210 c.p.p., dei militari tedeschi nei cui confronti il procedimento per gli stessi fatti risulta archiviato (come da lista depositata).
- l'esame, ai sensi dell'artt. 210 c.p.p., di BRUSS Werner, RAUCH Georg e SCHENDEL Heinrich, coimputati dello stesso reato, per i quali si procedeva separatamente per essere stata emessa nei loro confronti sentenza di non luogo a procedere.
- l'esame di GORING Ludwig, anch'egli coimputato dello stesso reato, nei riguardi del quale il P.M. aveva richiesto separato giudizio immediato;
- l'esame degli imputati, anche ai sensi dell'art. 210 c.p.p. nei riguardi dei coimputati.
Con il consenso delle parti, ad eccezione delle difese SOMMER e SCHONEBERG, si acquisiva, infine, il verbale dell'esame del consulente tecnico del P.M., Dott. SCHREIBER, effettuato nel corso dell'udienza dibattimentale del 3.6.1996, nell'ambito del procedimento n. 712/94 R N R. del Tribunale Militare di Roma a carico di PRIEBKE.

2.4 La riunione del processo a carico di GORING Ludwig.
All'udienza del 06.10.2004, dinanzi ad altro Collegio, si celebrava la prima udienza del giudizio immediato a carico di GORING Ludwig, meglio generalizzato in epigrafe, per lo stesso reato già contestato agli altri imputati. Il Tribunale ammetteva, anche nei suoi confronti, la costituzione di parte civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Regione Toscana, della Provincia di Lucca, del Comune di Stazzema, nonchè di Giampaolo, Antonio Augusto e Maria Augusta Baldassarri. Il P.M., trattandosi di procedimento avente ad oggetto lo stesso fatto storico già ascritto a titolo di concorso agli imputati nel presente procedimento, instava per la sua riunione a quest'ultimo, chiedendo, altresì, l'utilizzabilità delle prove già ammesse nello stesso, nonchè l'ammissione della documentazione matricolare riguardante il GORING, oltre all'esame del medesimo e dei testi BAUMGART e HOLLE, ex art. 493, comma 2, c.p.p.
Le parti civili chiedevano il controesame dei testi del P.M. e dell'imputato, la cui difesa non avanzava richieste di prove e, esaminato il compendio probatorio del procedimento n. 23/04 R. G. Dib. (e di quello n. 42/04 R. G. Dib. ad esso unito), non si opponeva alle richieste del P.M.
II Collegio, preso atto di tali istanze, e rilevato che ricorrevano le condizioni di cui all'art.17 c.p.p., disponeva la riunione dei processi ed ammetteva le prove di cui sopra, ad eccezione dell'esame dei testi BAUMGART e HOLLE, per i quali venivano chieste le ragioni della loro tardiva individuazione. II P.M. faceva rilevare che si trattava di persone i cui verbali di interrogatorio erano pervenuti dalla Germania solo successivamente all'udienza del 14.07.2004, pertanto non era stato possibile indicarli prima. Su quest'ultima richiesta il Tribunale si riservava, disponendo la riunione dei processi e dava inizio all'istruzione dibattimentale.

2.5 Gli esami dei testimoni e le ulteriori acquisizioni documentali.
Il primo testimone, Ten.Col. CC D'ELIA, il quale ha partecipato alle indagini anche con compiti di coordinamento, riferiva approfonditamente sulle metodologie degli accertamenti e sulle strategie investigative che avevano condotto all'individuazione dei militari ritenuti responsabili della strage. L'ufficiale illustrava, in particolare, le articolate ricerche svolte presso svariati archivi inglesi, tedeschi ed americani, con il concorso dei consulenti del P.M. Nell'occasione veniva fornita, anche con l'ausilio di supporti audiovisivi, una descrizione dell'assetto dei luoghi, dell'organizzazione dei reparti delle SS in zona, dei loro metodi di lotta antipartigiana ed una ricostruzione dell'eccidio.
Durante l'esame venivano anche prodotti ed acquisiti documenti riproducenti le diapositive mostrate ed illustrate dal teste.
Si procedeva, quindi, all'esame del teste BERTELLI e del consulente tecnico del P.M, Dott. POLITI, esperto in tecniche di guerriglia e autore di pubblicazioni sul tema.
II primo, autore di un manoscritto sull'eccidio di Sant'Anna già acquisito al compendio documentale, ha esordito con una descrizione dei luoghi, necessaria alla comprensione delle loro modalità di svolgimento, illustrando, poi, la situazione dei partigiani nella zona, da lui ritenuta importante per una possibile chiave di lettura dei fatti, come accertati sulla base delle numerose testimonianze personalmente acquisite.
La deposizione del consulente POLITI si è incentrata sulle strategie seguite dalle truppe tedesche nella lotta antipartigiana, come si avrà modo di richiamare più volte, e diffusamente, in prosieguo.
All'udienza del 07.10.2004 il P.M depositava l'elenco della documentazione già prodotta nei confronti dell'imputato GORING, quindi si procedeva all'escussione della giornalista Christiane KOHL, autrice di un'inchiesta sui crimini nazisti in Italia, e del consulente tecnico del P.M, il Dott.GENTILE, nel corso del cui esame venivano prodotti ed acquisiti alcuni documenti provenienti dagli archivi tedeschi attinenti all'imputato SCHONEBERG (in originale e con traduzione in italiano) ed all'organigramma della 168 Divisione SS, nonchè alcune carte topografiche della zona interessata dall'eccidio. Anche sui contenuti della loro deposizione si avrà modo di tornare nel corso della sentenza.
All'udienza del 12.10.2004, nulla opponendo le parti, il Tribunale acquisiva la documentazione sequestrata nel corso della perquisizione presso l'abitazione del SOMMER prodotta dal P.M., riservandosi sull'utilizzabilità della copia di quella fotografica rinvenuta nell'occasione. II P.M. chiedeva, inoltre, di poter sentire come testimone anche Heino SCHMIDT, il cui verbale di s.i.t. era pervenuto al suo ufficio dalla Germania soltanto il giorno prima (11.10.2004).
Veniva sentito, quindi, il teste Ennio NAVARI e, poi, si proseguiva con l'esame del consulente Dott. GENTILE già iniziato il giomo prima. Venivano sentiti anche Lina ANTONUCCI, Mario ULIVI, Milena BERNABO, Mauro PIERI, Mario MARSILI, Ada ANGELINI e Luigi DELLA LATTA.
Ennio NAVARI si trovava all'Argentiera di Sotto, frazione a nord-ovest del Comune di Sant'Anna, a circa una mezz'oretta di cammino dalla chiesa. Egli ha riferito che quella mattina sentì dire che c'erano i tedeschi, sicchè andò in casa a chiamare il padre perchè si sapeva, per la precedente esperienza di Monte Ornato, che bruciavano le case, che ammazzavano gli uomini, lasciando indenni le donne ed i ragazzi. Poi andò ad avvisare tutti quelli che stavano alla limitrofa frazione dell'Argentiera di Sopra e, mentre ritornava per vedere se suo padre avesse ricevuto l'avvertimento, arrivarono i tedeschi, dalla parte di Monte Ornato. All'Argentiera di Sotto essi si misero in una piazzetta, dove radunarono tutti i ragazzi, sospingendoli verso un muro. Uno di questi tedeschi, moro e con i capelli neri, picchiò a sangue con il calcio del fucile e con botte nella pancia un uomo che si era mostrato terrorizzato. Poi gli altri tedeschi misero tutti in fila, costringendo il padre e altri uomini a portare sulle spalle alcune cassette di munizioni, e facendoli incamminare, attraverso il colle, prima all'Argentiera di Sopra, poi giù in località Vaccareccia (zona a sud-est, più prossima al centro del paese), dove furono messi in una stalla, dopo averne fatto uscire tutte le vacche.
Il teste non fu in grado di dire in quanti fossero stati ivi rinchiusi, ma sicuramente c'erano tutti i ragazzi dell'Argentiera di Sotto con cui giocava, e sembrava che gli stessi tedeschi li contassero prima di cominciare a sparare con una pistola ed a tirare nel mezzo un mazzo di bombe anticarro con il manico di legno. Lui era in fondo al gruppo e, con un salto, non sa neanche lui come, riuscì a passare sopra e ad arrivare sull'uscio proprio al momento dell'esplosione. Gli altri che, come lui, cercavano di scappare dalla stalla venivano falciati da una mitragliatrice che sparava dall'esterno. Poi lui girò dietro la casa e si nascose in un pertugio dentro il forno dove facevano il pane, precisamente nella parte più alta, riuscendo a non farsi vedere neanche quando i tedeschi andarono ad accendere le fascine di legna che erano al suo interno.
Nell'occasione il testimone ha avuto modo di precisare che neanche allora vide lanciafiamme, tant'è che il fuoco venne appiccato con dei fiammiferi. Dopo un po' di tempo sentì una voce e gli sembrò di riconoscere la cugina Lina; dopo un po' sentì nuovamente parlare, e si fece sentire a sua volta. Gli si avvicinarono la sua parente Milena con Mario, un bimbo di 5 anni, che era stato ferito alla spalla. In quel momento non sapevano più che ora fosse, nè cosa fossero i rumori che ancora sentivano: se colpi di mitraglia o semplici travi che bruciavano. Per timore di essere scoperti, ebbero paura di andare alla fontana, nonostante avessero molta sete, e stettero li fino alla sera, quando sentirono la voce di una signora che chiamava la figlia. Finalmente, usciti dal loro nascondiglio, andarono all'Argentiera di Sopra, ove trovò i nonni con il fratellino più piccolo, che si erano salvati dentro una grotta. Furono invece uccisi il padre, trovato morto a Val di Castello dopo che ebbe portato la casetta di munizioni per tutto il tragitto, la matrigna e tutti gli zii con altri parenti.
Soltanto dopo anni il teste ha sentito parlare di un precedente ordine di sfollamento, che all'epoca gli era ignoto, così come non gli risultava che la strage fosse stata occasionata dal ferimento di un tedesco, perchè lui era lì e non ha visto nulla del genere, anzi erano tutti zitti e nessuno aveva osato fare resistenza. Non c'erano più neanche i partigiani, portatisi nella zona di Pisa, ove si era spostato il fronte.

Lina ANTONUCCI si trovava all'Argentiera dalla nonna, quando, verso le ore 6.30-7.00, arrivarono i tedeschi che incolonnarono i presenti fino alla Vaccareccia, dove poi li costrinsero dentro una stalla. Poichè erano in molti, furono costretti a far uscire tutti gli animali, quindi seguirono gli spari, ma lei non si rese ben conto neanche di quali armi fossero impiegate, perchè si trovava in fondo alla stalla e fu subito sepolta dalle persone che cadevano uccise intomo e sopra di lei, che, invece, riportò solo delle ferite da schegge alle gambe.
Delle ventotto o trenta persone rinchiuse li dentro si salvarono soltanto in quattro, tre dentro la stalla ed un quarto scappando dentro il fomo del pane (Ennio NAVARI). Loro che stavano all'interno, però, avevano anche il problema del fumo, perchè i corpi delle persone bruciavano ancora. In quei momenti vide che anche Milena BERNABO' era viva e la sollecitava a scappare per non finire bruciate anche loro. Quindi si allontanarono e si rifugiarono nel forno del pane dove c'era Ennio NAVARI, il quale aiutò loro ed il piccolo Mario a salire. Stettero li nascosti fino a quando capirono che non c'era piu pericolo. Quanto ai tedeschi la teste ha ricordato che erano parecchi, vestiti di verde con la scritte SS sulla manica.

Anche Mario ULIVI si trovava all'Argentiera. Egli aveva all'epoca solo 5 anni, ma nella sua mente è rimasto impresso il fatto di essere stato ferito e di essere stato salvato da Milena BERNABO'. Nell'occasione perse la madre, la sorella e molti altri parenti.

Pure Milena BERNABO era di casa all'Argentiera, insieme ad una quarantina di persone, tra le quali gli appartenenti a quattro o cinque famiglie, che in quel periodo stavano insieme ad alcuni sfollati. Quella mattina, appena alzata, verso le 7.30, vide che c'erano i tedeschi che scendevano dalla parte di Monte Ornato e subito avvisò la famiglia ed i vicini. Appena arrivati, questi li costrinsero ad uscire dalle case e a marciare lungo la strada, fino alla località della Cuccetta, dove c'era una cappella. Qui, li fecero fermare e, con una mitraglia, o strumento simile, lanciarono verso il cielo un segnale luminoso, una specie di razzo, cui ne seguì, a mo' di risposta un altro, proveniente da lontano. Poi furono rimessi in marcia fino alla Vaccareccia; giuntivi intorno alle 9, vennero messi dentro un fondo dove, però, non stavano tutti. Allora vennero fatti uscire gli animali da un'altra stalla (dalla teste chiamata fondo) e vi fecero entrare le persone, poi arrivò uno dei tedeschi a guardare, prima di chiudere la porta e di iniziare a sparare. Chi era più vicino alla porta cercò di scappare, ma c'erano li fuori le mitragliatrici che uccidevano chi cercava di uscire. Lei aveva 22 ferite e rimase con la testa sotto gli altri morti nel tentativo di proteggersi. Poi, ad un certo punto, hanno buttato della legna dentro per alimentare il fuoco, che bruciò tutto. Dopo parecchio tempo cercarono di venire fuori, ma dalla porta non si riusciva a passare perchè c'era tutta la gente che bruciava, o che era già morta, molti si lamentavano, piangevano o chiedevano aiuto. Solo in quattro si salvarono, quattro bambini, di cui lei era la più grande. Poichè non sapevano da dove uscire, cercarono un pezzo di tavola, lo appoggiarono al muro e salirono sul pavimento della cucina, sebbene fosse tutto sfatto per i colpi. Arrivati su, aiutarono a salire i tre ragazzi, tutti feriti, e stettero li, in quella cucina, fino a quando si incendiò tutto e divenne impossibile restare. Quindi, uscirono fuori, ed Ennio NAVARI li fece andare sul forno, dove si era già nascosto lui, e ci rimasero per parecchie ore, fino alle cinque o alle sei di sera quando cominciarono ad arrivare delle persone in aiuto o a cercare i famigliari.
Dentro la stalla c'erano circa venti o venticinque persone, ma non tutto il gruppo prelevato all'Argentiera, perchè tutti non ci stavano e li dovettero dividere in due parti, comunque alla fine i morti furono una quarantina.
C'erano morti dappertutto, anche fuori della stalla, in ogni strada, sentiero o bosco, e ne videro anche quando arrivarono alla focetta, ove la casa della sorella bruciava già e si sentivano delle grida.
La teste ha riferito, altresì, circa le voci sull'affissione sulla piazza della chiesa di Sant'Anna di un ordine di sfollamento, però nessuno lo aveva visto. Infatti una signora era andata al comando tedesco di Tonfano a chiedere se fosse vero che c'era questo ordine di sfollamento, e si era sentita rispondere di no. Le avevano detto di rimanere pure, perchè era zona bianca e non c'era pericolo, sicchè la gente rimase al suo posto. II cartello non venne, però, ritrovato, e nessuno era in grado di dire chi l'avesse levato.
Secondo la testimone i tedeschi avevano la mimetica, ed uno di loro aveva anche una retina davanti agli occhi, come notò quando uscirono dal primo fondo.

Mauro PIERI è un altro sopravvissuto che si trovava in località Argentiera, perchè rifugiatosi dalla zia dopo gli scontri tra tedeschi e partigiani avvenuti il 30 luglio sul Monte Ornato. In realtà, anche a Sant'Anna sembrava si dovesse sfollare, infatti qualche giorno prima molti si erano rifugiati fuori dal paese perchè si aveva paura di quanto era già successo a Farnocchia (località vicina, messa a fuoco dai tedeschi il precedente 8 agosto), dove c'era stato un ordine di sfollamento, e lui stesso era stato dentro una grotta per tre giorni. In seguito si disse che quell'ordine si riferiva anche a Sant'Anna, perchè si trovava lungo la linea Gotica. Comunque, dopo poco rientrarono alle case perchè sembrava fosse ormai tutto a posto e solo dopo la strage si diceva che sarebbero dovuti stare via dal paese. Quella mattina fu avvertito dell'arrivo dei tedeschi da Duilio PIERI e Italo FARNOCCHI, tuttavia non fece in tempo a scappare perchè alle 7 arrivarono i soldati e fecero irruzione nella sua casa, dove stavano ben quindici persone. Erano in tutto una cinquantina di soldati, ma il primo che irruppe da loro non era tedesco perchè parlava italiano; dopo che furono arrivati alla Cuccetta, dove si fermarono una prima volta, si accorse che anche un altro soldato era italiano, infatti li fece proseguire fino alla Vaccareccia parlando con una tipica cadenza della Versilia. Arrivati dentro una stalla molto piccola, poichè non ci entravano tutti, erano 40-50 persone rastrellate, presero lui e suo fratello e li misero in un'altra più grande, dove trovarono un'altra parte delle persone inizialmente con loro; altri furono portati in una terza stalla.
Prima di entrare li dentro, però, notò che quel soldato italiano sparò un segnale in aria con un mortaio e soltanto dopo iniziò la carneficina. Una volta dentro la stalla, arrivarono i soldati e sembrava che contassero, poi entrarono con delle bombe a mano e le buttarono dentro. Durante l'esplosione lui si trovava a circa due metri dalla porta di ingresso, vide il fratello appoggiato al muro e gli disse di buttarsi giù per ripararsi, ma in quel momento arrivò un soldato tedesco sulla porta che lo vide e lo uccise con la pistola. Anche lui era ferito, alla mano sinistra, e forse proprio il sangue che gli colava sulla testa fece credere al soldato che dava il colpo di grazia ai moribondi che lui fosse già morto. Quando il soldato ebbe finito la sua carneficina, buttò della paglia e del fieno sui cadaveri e diede fuoco. Lui cercò di vedere se qualcuno della sua famiglia fosse ancora vivo, ma vide solo una ragazza che si chiamava Milena BERNABO', quindi si spostarono e videro anche suo cugino Mario e Lina ANTONUCCI. Stettero riparati per un po' dietro uno steccato nella
stalla, però il fuoco aumentava e così il fumo, sicchè non si poteva più restare, tanto che una donna ferita li invitò a scappare per non bruciare vivi ed a prendere con loro anche la sua valigia con i soldi. Ad un certo punto la Milena salì per prima sullo steccato perchè il pavimento di legno era tutto divelto ed il fuoco avanzava; lui cercò di mettere in salvo prima il cugino Mario, poi anche la donna ferita che, però, decise di stare lì perchè non ce la faceva e sentiva di essere prossima alla morte. Però anche sopra quello steccato non si poteva stare per il fumo, quindi decisero di uscire fuori, dove sentirono una voce che chiamava Lina: era Ennio NAVARI che si era rifugiato dentro il forno e che invitava anche loro ad andarci. Lui però non si fidava a nascondersi li dentro, e decise di proseguire fino al bosco, dove entrò per circa 150 metri prima di sedersi per terra e di addormentarsi fino al giorno dopo. Quando si svegliò vide altra gente vicino alla fontana: Ines BERNABO', cugina di suo padre, e un ragazzo che si erano salvati in un'altra stalla.
Poi anche tre uomini, tra i quali Sergio PIERI e Araldo FEDERIGHI, che chiamò fino a quando lo andarono a prendere e lo condussero in una casa all'Argentiera, dove ebbe le prime cure.

Mario MARSILI si trovava in località Vaccareccia, perchè sfollato insieme alla sua famiglia. Nonostante avesse solo sei anni, ha ricordato che erano circa le 6.00 del mattino, quando i tedeschi li presero dalle case per condurli lungo un viottolo fino alle stalle. Appena entrato con la madre, la nonna, il nonno ed una ventina di altre persone dentro una di quelle stalle, sua madre lo nascose, mettendolo a cavalcioni sopra due massi dietro alla porta, e da lì potè vedere le raffiche delle mitragliatrici posizionate fuori la porta ed il fuoco che, forse, fu appiccato con dei lanciafiamme. Nonostante sua madre fosse stata già colpita, forse per evitare che scoprissero il nascondiglio dove lo aveva messo, lanciò uno zoccolo contro il tedesco che stava per affacciarsi dentro la stalla.
Questo però, forse colpito in faccia, le diede una mitragliata uccidendola immediatamente. Quel gesto eroico valse alla madre il riconoscimento della medaglia d'oro al valor civile data dal Presidente della Repubblica il 25 aprile del 2003.
Nel frattempo la stalla cominciava a bruciare e non si sentì più niente, mentre lui restò li, e rimase ustionato al collo, al braccio e al dorso perchè anche la porta dove si era rifugiato bruciava. Poi fu raccolto e ricevette le prime cure in un'abitazione vicino a Val di Castello.

Ada Lina ANGELINI si trovava con il nonno in località La Porta, tra Farnocchia e Sant'Anna. Nonostante diversi giorni prima ci fosse stato un ordine di sgombero da quella zona, infatti lei ha sempre pensato che ci fosse una disposizione dei tedeschi, dopo qualche giomo lei ci ritornò per fare compagnia al nonno che era rimasto da solo. Erano le 6.30-7.00 del 12 agosto quando fu svegliata dal nonno per l'arrivo dei tedeschi e mandata fuori di casa verso una cava, una specie di discarica con una grotta sotto. Stette lì tutta sola per l'intera mattinata fino a quando sentì degli spari sulla criniera che divideva Sant'Anna da La Porta e vide un leggero fumo che veniva su dal monte. A fine mattina sentì che quegli spari erano finiti, quindi decise di uscire dalla grotta e di tornare a casa. Appena rientrata, però, arrivarono una decina di tedeschi che, scendendo da Sant'Anna con degli animali, le chiesero cosa ci facesse lì, al contempo chiedendole dell'acqua da bere. A parlare era soltanto uno di loro che usava un italiano un po' stentato, quindi tre di loro entrarono in casa ma non fecero in tempo a bere che, quando sentirono una serie di spari, andarono subito via. Chiesero se c'era una strada per tornare a Ruosina e se c'era un viottolo dietro la casa, ma considerati gli animali che avevano lei rispose che nel sentiero non ci sarebbero passati, pertanto indicò loro una strada più larga verso Pontestazzemese. Nonostante l'impiccio, però, a parte un primo tratto, presero ugualmente il sentiero che volevano e, seppur con gran fatica, riuscirono a farci passare anche gli animali.

Luigi DELLA LATTA ha invece ricordato che andò via da Sant'Anna con la madre intorno al 5-6 agosto e sapeva già che i tedeschi avevano affisso un ordine di sgombero sulla porta della chiesa. Quando tomarono in paese trovarono la casa bruciata e i cadaveri del fratello lungo la mulattiera che conduceva verso Val di Castello e quello del padre nel flume di Val di Castello insieme ad altri 14 corpi.
All'udienza del 13.10.2004 il P.M. produceva il supporto informatico (un CD-Rom), nonchè copia delle diapositive proiettate nel corso dell'udienza del 06.10.2004. Quindi si procedeva all'escussione di Genoveffa MORICONI, Cesira PARDINI (in allegato 3 si acquisisce una foto della sua casa contenuta nella pubblicazione "Cronache e fatti della resistenza in Versilia" ed una foto dei suoi famigliari), Lilia PARDINI, Enio MANCINI e Natalina BOTTARI.

Genoveffa MORICONI si trovava in località Sennari (frazione ad est del centro del paese, in direzione della foce di Farnocchia), dove abitava con i suoceri ed il marito, ed ha ricordato che la mattina del 12 agosto del 1944, quando si seppe dell'arrivo dei tedeschi, marito e suocero scapparono subito, mentre loro rimasero in casa. Poi, quando uscirono dalle abitazioni, arrivarono i militari, due di loro con una retina sul viso che posizionavano una mitraglia verso di loro e stavano per sparare, ma un altro, nel frattempo sopraggiunto, fermò l'azione, li mise in fila e li fece andare giù nella strada verso Val di Castello. Mentre scendevano notarono, in lontananza, le persone rastrellate all'Argentiera che procedevano incolonnate in una di quelle tipiche stradine di montagna che portavano alla Vaccareccia. Sempre in lontananza si vedeva il fumo che saliva dal paese e il rumore degli spari.
Nonostante il nonno le avesse raccontato di un ordine di sfollamento affisso diversi giorni prima su un platano della piazza del paese, su cui i partigiani ne affissero subito dopo un altro, in cui invitavano la gente a rimanere sul posto, nessuno mai avrebbe immaginato lo scempio che sarrebbe stato perpetrato. Infatti, oltre a tutti i morti sparsi nelle varie località e per strada, alla Vaccareccia perse quasi tutti i suoi parenti, molti dei quali bruciati vivi. Lungo la loro discesa, poi, incontrarono una signora che saliva in su e, nonostante Ie loro raccomandazioni perchè non proseguisse verso Sant'Anna, lei continuò per cercare il figlio che stava alle miniere ma, ancora prima di arrivare ai Molini, i tedeschi ammazzarono pure lei.

Cesira PARDINI viveva in località Coletti (frazione a sud, lungo la strada per Val di Castello), dove si trovavano le ultime case del paese, distanti una diecina di minuti dalla piazza della chiesa. Si trattava di due case, una più in alto dell'altra, con uno spiazzo davanti e con il terreno scosceso che andava verso il basso. Lei viveva li con il padre, la madre e nove fratelli, di cui era la più grande. Oltre a loro c'era soltanto la famiglia del fratello del padre e la famiglia GAMBA. Lei all'epoca aveva 18 anni ed ha ricordato che quella mattina si erano alzati presto per lavorare la terra, infatti i fratelli erano andati all'oliveto con il padre mentre lei rimase in casa ad aiutare la madre, che aveva partorito solo da venti giomi. Avvisati dell'arrivo dei tedeschi in paese, fece in tempo a chiamare il padre ed a preparargli una cesta di viveri nel caso succedesse quello che era già avvenuto a Farnocchia. Per questo motivo portarono fuori casa tutto quello che potevano, nel timore che bruciassero anche le loro case. Nel frattempo i tedeschi venivano giù, i primi verso le 7.00, procedendo per gruppetti di cinque-sette soldati. Presero il cugino, anche lui di 18 anni, un cavallino che c'era li, un'altra persona di Capezzano Pianore, poi si sono rigirati e sono tornati verso la chiesa. Intomo alle 9.00 ripassò una squadra di tedeschi con alcune persone che portavano le munizioni, tra le quali un certo Marco Romiti, che indossava soltanto un paio di mutande, scalzo, con una maglietta e con una cassetta sulle spalle. Successivamente ne passarono altri, i quali chiesero la strada per andare a Val di Castello, ed altri quattro con un telo, che si diceva portassero un ferito, venivano dalla chiesa ed erano diretti verso Val di Castello, passando per la località Molini. Poi lei, insieme ad altri, andarono sotto una grotta per nascondersi perchè avevano paura. Tuttavia tornò indietro quasi subito, per cercare di recuperare gli animali che avevano lasciato indietro; avvicinatasi in un punto per cercare di vedere la piazza della chiesa perchè aveva bisogno di aiuto, vide che in località Fabiani (a nord-est di Sant'Anna, tra il Colle e Sennari) e a Sant'Anna era tutto in fiamme. Allora cercò di tornare giù con l'animale, ma dopo un pò sopraggiunsero altri tedeschi che presero lei e tutti gli altri che erano nelle vicinanze e, nonostante le resistenze, cercarono di metterli al muro della casa della famiglia GAMBA. Li uccisero prima con la pistola, poi con la mitragliatrice, sia donne che bambini piccoli e neonati. In particolare, però, lei ha sempre pensato che il soldato che picchiò lei e poi uccise la madre fosse un italiano, addirittura un versiliese, perchè rispetto agli altri soldati aveva il viso coperto da una benda, ed era l'unico che non urlava, mentre gli altri sembrava fossero quasi drogati per l'impeto e le urla che emanavano. Nell'occasione rimase uccisa anche la madre con la sorellina di pochi giorni, invece loro riuscirono a riparare dentro il fondo con la bambina e le tre sorelle. Ma anche lì dentro non poterono rimanere a lungo, infatti andava tutto in fiamme e dovettero uscire alla svelta. Solo in quel momento si accorse che la sorellina appena nata era ancora viva, stretta tra le braccia della madre, coperta dal suo sangue e dal suo latte. Allora, nonostante le ferite al braccio la prese e la portò con se insieme alle altre sopravvissute, anche se li fuori i tedeschi continuavano a sparare contro di loro, nel tentativo di ucciderle tutte, ma riuscirono ugualmente a scappare verso una fontanella.
Affidata la sorellina ad un'altra persona, tornò verso casa per vedere se ci fossero altri sopravvissuti, ma trovò vivo solo un bimbo di quasi un anno che estrasse dalle macerie e dai cadaveri, mettendolo così in salvo. II giomo successivo, nonostante li avessero medicati, non riuscirono a salvarsi tutti perche feriti tropo gravemente, tra loro anche la piccola sorellina estratta dalle braccia della madre.
Seppe che le persone che erano state rastrellate e portate via furono condotte prima a Val di Castello, dopo a Nozzano.
Dichiarazioni analoghe sono state fornite dalla sorella Lidia PARDINI, che quel giorno si trovava con Cesira e il resto della sua famiglia in località Coletti. Anch'ella ha confermato i maltrattamenti subiti da lei e dalle persone che si trovavano con loro da parte dei tedeschi ma, al contrario della sorella, rimasta sul generico, ha potuto precisare che furono costretti con la forza da tre soldati, tutti con il volto mascherato, e che uno di loro si rivolse alla madre in versiliese, intimandole di andare al muro anche lei, mentre un quarto, sicuramente tedesco e con il viso scoperto, forzava la sorella. Quindi furono messi tutti al muro, ma prima che iniziassero a sparare con la mitragliatrice, nella piana che c'era sotto, vide un razzo di segnalazione sparato in aria. Subito dopo iniziarono gli spari contro le persone che erano state messe al muro. Alcune delle venticinque che erano li caddero colpite a morte, qualcuna anche addosso a loro, tanto che lei stessa fu probabilmente salvata da una di loro che, cadendo, l'aveva protetta dal fuoco delle armi nemiche. Poi si accorse che la porta dell'abitazione si era aperta alle sue spalle e che le sorelle Cesira e Maria erano già all'interno e stavano facendo di tutto per tirare dentro anche lei e la sorella Adele. Quando finirono di sparare, i tedeschi andarono via, verso la località Molini, in direzione Val di Castello, e loro poterono uscire ed andare a ripararsi dentro una grotta, dove in seguito ricevettero i soccorsi di alcuni famigliari che si erano salvati. II giorno dopo, quando tornò a Coletti, vide tutti i morti coperti con delle lenzuola, mentre sulla piazza della Chiesa c'erano tre italiani che finivano di bruciare i morti accatastati, tra i quali notò il cadavere di Don Vincenzo LAZZERI, con la tonaca tutta bruciata. La strage le strappò oltre quaranta parenti.

Enio MANCINI aveva circa 6 anni e mezzo, ed abitava in località Sennari. Ha ricordato che era ancora a letto quando arrivò il padre, intorno alle 6.30, ed invitò tutti ad alzarsi perchè, avendo visto sparare dei razzi luminosi dalla foce di Farnocchia, e poi da Monte Ornato in risposta, aveva capito che stavano arrivando i tedeschi. Lui dovette allontanarsi, ma prima fece loro delle raccomandazioni per aiutare le donne a tirar fuori di casa tutta la roba per il timore degli incendi, come era accaduto quattro giorni prima a Farnocchia. La seconda raccomandazione fu quella di non spaventarsi, perchè a loro non avrebbero fatto niente. Dopo poco sentirono arrivare i soldati, una colonna di 70-100 persone, che scendevano sparando. Prima bussarono alle porte, poi le sfondarono ed entrarono portando tutti nella piazzetta del borgo. Alcuni di loro avevano una retina sul viso e non li si poteva riconoscere, altri erano civili italiani che forse avevano fatto da guide in quei sentieri che, soprattutto di notte, erano particolarmente difficili. Misero tutti loro, che erano venti o trenta, contro il muro di una casa, gli piazzarono davanti una mitragliatrice, la caricarono e, nonostante le suppliche delle donne che invocavano pietà, continuavano a tenerli li ammassati per ucciderli fino a quando arrivò un soldato, probabilmente un ufficiale, che dando disposizioni in tedesco, fermò l'esecuzione. Loro erano in qualche modo sbigottiti perche non sapevano cosa dovevano fare, però c'erano con loro dei civili italiani che gli spiegavano che l'ordine era di andare giù verso Val di Castello. Pertanto si ritrovarono improvvisamente liberi e soli, anche se, passando davanti alla loro casa, videro che bruciava. Nella speranza che i soldati se ne sarebbero andati, consentendo loro di salvare qualcosa, soprattutto il bestiame che rappresentava la loro unica fonte di sostentamento, alcuni di loro si nascosero li, in mezzo al bosco. Dopo un po' di tempo ripassò un'altra pattuglia di sette o otto soldati, che li presero e li incolonnarono in un sentiero sconosciuto verso la piazza della chiesa. Alcuni soldati si misero davanti, loro al centro, ed altri miliatri, che li picchiavano con i calci dei fucili, stavano dietro. Malgrado quelle sollecitazioni anche violente, però, loro non riuscivano a camminare spediti, tanto che i tedeschi se ne andarono, lasciando con loro solo un soldato giovanissimo, il classico biondino tedesco di 17-18 anni. Quest'ultimo cercava di comunicare, ma soltanto con molti sforzi e a gesti fece capire che dovevano stare zitti e andare via, scappare, tomare indietro. Allora si girarono e si diressero verso casa, quando alle loro spalle il soldato sparò una raffica di mitra in aria, a simulare la loro uccisione.
Erano ormai le 9.30 quando gli spari erano quasi cessati, però loro non avevano ancora la
percezione esatta di quello che stava accadendo nel resto del paese o nei vari borghi di
Sant'Anna. Infatti tornarono a casa, perchè speravano ancora di poter spegnere il fuoco ed ebbero notizia di quello che era realmente accaduto soltanto verso le 15.00-16.00, quando incominciarono a rientrare gli uomini, ed un tale Gino del borgo disse loro della strage. A quel punto si disinteressarono del fuoco della casa e corsero a cercare i parenti nei vari borghi. In localita Franchi (a nord di Sant'Anna, in direzione della Foce di Compito) trovarono le case devastate, fuoco e cadaveri all'interno delle case, qualcuno anche fuori, e dentro una cucina videro come avevano massacrato le famiglie Pierotti e Pieri. Nonostante la visione fosse sconvolgente, la sensazione rimasta loro più impressa fu l'odore della carne bruciata.
Nella descrizione dei soldati, dopo aver ricordato che alcuni avevano il viso travisato, ha aggiunto che altri avevano dei nastri di cartucce attorno al collo e bombe appese alla cintura; tutti avevano l'elmetto ed alcuni anche il berretto militare.
Dalla successiva ricostruzione fatta dal teste, dopo aver sentito i vari sopravvissuti e gli abitanti della zona, si è potuto appurare che l'operazione dei tedeschi era articolata in quattro colonne, una proveniente da Farnocchia, una da Monte Ornato passando per l'Argentiera, una terza dalla Foce di Compito ed una quarta dalla via piu breve, cioè dalla salita di Val di Castello. Non è certo che anche questi ultimi siano arrivati a Sant'Anna, ovvero se si limitarono a bloccare la via di fuga verso la discesa, e magari facevano parte del gruppo incontrato dal padre del MANCINI, che quella mattina stava fuggendo a Valle. La colonna che arrivò da loro era scesa da Farnocchia, attraverso un bellissimo sentiero; la seconda colonna scese dalla foce di Compito in direzione Franchi, anche se su quel tragitto alcuni casolari furono risparmiati, ciò che fece sorgere diversi interrogativi e varie supposizioni. L'altra colonna era arrivata da Monte Ornato e, passando dall'Argentiera, arrivò alla Vaccareccia, dove iniziò la strage. La quarta, invece, era salita da Val di Castello e, passando dai Molini di Sant'Anna, forse arrivò fino al paese. Dalle sue ricerche, però, riuscì ad accertare che erano partiti tutti da Pietrasanta intorno alle 3.00 della notte, erano saliti con i camion fin dove potevano arrivare, cioè a Vallecchia, dove avevano fissato una prima base, all'Argentiera, dove ne misero un'altra, e a Mulina di Stazzema, dove c'era la terza base. La quarta partì da Val di Castello, muovendosi su di una strada carrozzabile. Quelli che arrivarono a Mulina la notte fecero la prima strage, e fu quella del prete, Don Fiore MENGUZZO, e della sua famiglia, perchè la strage di Sant'Anna iniziò proprio lì, a Mulina, da parte della colonna che poi interessò lui e il suo gruppo a Sennari. Mulina di Sant'Anna era circa a un'ora e mezzo di cammino a piedi, ed una delle compagnie passò di li. La strage finì poi alla discesa verso di Val di Castello.
Il MANCINI, riguardo al numero delle vittime, ha fatto riferimento ai 132 accertati da Don VANGELISTI il giorno successivo sulla piazza della chiesa, ad un gruppo ucciso dietro il campanile, tra cui alcuni civili di Sant'Anna, ma soprattutto ad un gruppo di uomini che avevano fatto i portatori di munizioni. Secondo la sua ricostruzione dei tragici eventi, altri 14 portatori scesero fino a Val di Castello, dove arrivarono intorno a mezzogiomo e vennero uccisi a fondo valle, anzi, il primo fu ucciso nel borgo dei Coletti, scendendo: si chiamava Marco ROMITI e l'avevano caricato addirittura con un pezzo di mortaio. Infatti, visto che stavano uccidendo tutti durante la discesa, cercò di fuggire e venne abbattuto direttamente nel bosco; gli altri vennero uccisi in fondo alla discesa dei Pini a Val di Castello. I luoghi interessati dalla strage sono stati sette, alcuni adiacenti tra loro, come per esempio i Franchi e le Case, tra cui non c'è quasi discontinuità. Iniziarono alla Vaccareccia, poi proseguirono ai Franchi, alle Case, al Colle, alla Piazza della Chiesa, ai Coletti, e poi lungo la strada che scende giù ai Molini di Sant'Anna, l'ultimo luogo dove fecero la strage.
Nonostante tutto la sua famiglia si salvò, e fu una delle poche di quel giomo; egli perse solo uno zio, iI quale prima fu catturato e poi ucciso impiccato il 19 agosto, a Bardine San Terenzo, e qualche altro zio di suo padre.
Quanto all'esistenza di eventuali ordini di sfollamento, lui sentì dire qualcosa dal padre all'inizio del mese di agosto, e difatti ci fu una fuga da Sant'Anna. Molti si allontanarono, anche se a Sennari rimasero tutti; poi, dopo pochissimi giomi, ci fu il fenomeno inverso, e la gente tornò. Una conferma gliela diedero pochi anni fa le due sorelle MUTTI, le quali gli raccontarono che dopo essere andate via, anche per paura dei bombardamenti alleati, andarono a un comando tedesco dove dissero loro che potevano ritornare a Sant'Anna perchè, non essendoci più i partigiani dalla fine di luglio/primissimi di agosto, il luogo era diventato sicuro. Le due sorelle, però, non ritornarono, perchè non avevano trovato i soldi per pagare un facchino che riportasse su la roba. Quanto all'esistenza di un vero e proprio manifestino, il teste ha dichiarato di ritenere che non sia mai esistito, anche perchè nessuno ha mai raccontato di averlo visto.
Anche in una memoria redatta da Giuseppe PARDINI negli anni ‘70 veniva confermato che alcune persone erano andate presso il comando tedesco per avere istruzioni ed era stato loro garantito che Sant'Anna e La Culla non erano più zone nere, ma erano diventate zone bianche.
II teste ricorda di aver visto partigiani in zona: andavano anche a casa sua, seppur non tanto spesso, perchè li vicino c'era uno che li frequentava. Andavano anche per cercare di rifornirsi, per quel poco che si potevano rifornire da loro, perchè l'unica cosa abbondante che avevano era il latte, e infatti andavano a prendere il latte. II giorno della strage, però, i partigiani non c'erano più e gli risultava, da testimonianze raccolte da altri, che quel giorno qualcuno, fattosi passare per partigiano, era andato a depredare i cadaveri, tanto che fecero un processo a Lucca nel dopoguerra, dove furono individuati quattro di loro, che erano semplici fuoriusciti dal carcere, dei semplici delinquenti comuni.
Tra i morti della piazza c'era anche un soldato ucciso, infatti lui ha ricordato di aver giocato col suo fucile e con quell'elmetto. Si diceva fosse un soldato perchè aveva la divisa tedesca. Però ha aggiunto che sulla base di una piastrina ritrovata tra i cadaveri della piazza, ed ora conservata nel museo di Sant'Anna, è facile immaginare che si trattasse di un italiano, uno di quegli ex prigionieri poi costretto ad arruolarsi, come spiegato dagli storici, o un repubblichino della prima ora, che dopo l'8 settembre si era schierato dalla loro parte entrando come SS italiana.
Quanto all'abbigliamento ha ricordato che alcuni avevano gli elmetti con le frange a coprire il viso, altri avevano il berretto militare, altri addirittura erano scoperti, come quello giovane che li salvò mandandoli via e sparando in aria. Inoltre avevano sfilze di proiettili con dei nastri al collo, le bombe, quelle con il manico, e avevano anche i mortai, come riferitogli da Agostino BIBOLOTTI, ed il mitra.
Circa gli scontri con partigiani, il MANCINI ha ricordato soltanto quelli di Monte Ornato del 30 e 31 di luglio, e di Farnocchia, sempre gli stessi giomi, perchè dopo ci fu un tentativo di accerchiamento di quelle formazioni partigiane da parte nazista, che li indusse a spostarsi nella montagna sopra Camaiore, per non correre il rischio di essere accerchiati e annientati.
Sui motivi della strage, tenendo conto dell'orario scelto per l'operazione, finalizzato a trovare tutta la popolazione ancora nelle case, e dello sterminio anche dei più piccoli animali domestici, tra cui vacche, pecore, polli e conigli, oltre che per l'incendio delle case, a lui è sempre sembrato che l'unico scopo fosse quello di creare terra bruciata intomo ai partigiani, togliendo loro un retroterra che gli consentisse di continuare nella lotta all'invasore tedesco, come peraltro consentito dalle più dure disposizioni dei comandi tedeschi.

Anche Natalina BOTTARI abitava nella frazione Sennari, dove viveva con il marito e una bambina. Ha riferito che quella mattina, verso le 7.00-7.15, capirono che stavano arrivando i tedeschi perche videro dei razzi rossi tracciare il cielo. Quando arrivarono da loro, poichè gli uomini erano già scappati, una squadra di SS prese tutti gli altri che erano già per strada e li ammassò contro un muro nella piazza lì vicino, con la mitraglia già puntata verso di loro per ucciderli. Solo l'arrivo di un soldato fermò l'esecuzione, infatti decise di farli incolonnare e di farli passare tra il fuoco e le fiamme delle case, per scender a Val di Castello. Ad un certo momento lei si voltò e un soldato le piantò il fucile in un anca, da quel momento non riuscì più a camminare e dovette fermarsi fino a quando una signora che era riuscita a scappare le fece un cenno, l'andò a prendere e la portò con se dentro una grotta, dove stettero rannicchiate e senza mangiare per tutto il giorno.
L'abitazione dei suoi vicini di casa non fu incendiata nè saccheggiata perchè, secondo la teste, avevano un fratello fascista, che era morto da poco, e probabilmente le sorelle avevano fatto la spia ai tedeschi perchè loro non avevano aiutato nella sepoltura. Infatti quando il padre andò giù al cimitero, una di quelle signore lo minacciò dicendogli che avrebbero bruciato la sua casa e ucciso il figlio.
Seppe più tardi che quella ragazza che la mattina era andata ad avvertirla dell'arrivo dei tedeschi, fu uccisa insieme alla sorella a Molini di Sant'Anna. In tutto lei ebbe diversi parenti uccisi: zie, cugine, genitori ed un fratello di 8 anni sul piazzale della chiesa. Il marito, invece, era stato fatto prigioniero a Nozzano e ammazzato insieme ad altri 56 impiccati con il filo spinato al collo, qualche giomo dopo a San Terenzo.
All'udienza del 03.11.2004, essendo pervenuta in cancelleria documentazione in lingua tedesca, sia da uno studio legale tedesco che dal teste Theodor SASSE, si affidava all'inteprete l'incarico di procedere alla traduzione.

Quindi seguiva l'esame del Prof. PEZZINO, consulente del P.M. esperto di storia contemporanea e delle stragi naziste in Italia durante il secondo conflitto mondiale, nel corso del quale si acquisiva un elenco delle stragi da lui redatto, alcuni documenti tratti dal processo a carico di Max SIMON (comandante delta 16a Divisione SS), una copia degli ordini del Generale KESSELRING, un estratto del libro "Tra Storia e memoria” curato dallo stesso, nonchè una copia del testo "Stragi naziste in Italia", a cura di Lutz KLINKHAMMER, utilizzato dalla difesa SOMMER durante il controesame. Per favorire una compiuta comprensione delle articolate considerazioni del Prof. PEZZINO si procederà alla loro disamina infra, in ripetute occasioni, ogni qual volta risulteranno pertinenti.

Si deve ora dar conto delle testimonianze rese da Marco Antonio MARCHETTI, Marcello MORI, Alba BATTISTINI, Ada BATTISTINI e Remolo BERTELLI.
II teste Marco Antonio MARCHETTI ha detto di aver sempre sentito dire dalla mamma e dalle sorelle più grandi che bisognava sfollare, infatti tutta la famiglia si trasferì a Val di Castello. In quell'occasione anche gli altri abitanti di Sant'Anna sfollarono, ma mentre gli altri ritornarono perchè non avevano dove stare, loro ebbero la fortuna di trovare una stalla da dividere con altre due famiglie, anche se erano costretti a dormire seduti perchè non c'era abbastanza spazio. Quel giorno, pertanto, non vide niente perchè ebbe male all'intestino dalla paura e stette nascosto. L'unica cosa che capì fu il rastrellamento di centinaia di persone, compreso Don Libero, parroco di Val di Castello, cui fecero fare una fine terribile. Di quel giorno, inoltre, ricorda anche le urla delle donne ed il suo terrore di perdere il padre, mentre soltanto la sera seppe quello che era accaduto a Sant'Anna. Dal cugino Gino BALDI, che dal suo nascondiglio nel bosco sentiva urla ed il crepitio delle mitraglie, seppe che sopra la piazza della chiesa i tedeschi uccisero tutte le persone, e che le bruciarono con il lanciafiamme, alimentando l'incendio con le panche della chiesa. Precedentemente ebbe occasione di vedere i partigiani in paese, ad esempio il 26 luglio, allorchè li mandarono tutti in chiesa per comunicazioni.

Marcello MORI in quel periodo era sfollato da Marina di Pietrasanta e si era rifugiato a Val di Castello, dove era costretto a vivere in una baracca. Si trovava proprio li quando, alle 12.15 circa di quel 12 agosto, prima che si sapesse cosa era successo a Sant'Anna, vide che dei soldati tedeschi delle SS venivano giù dal monte, portando con loro dei giovani italiani costretti a trasportare le loro munizioni. II teste ha ricordato che quando entrarono nella sua baracca per condurre via anche lui, rimase impressionato dai loro occhi. ancora iniettati di sangue, e dal fatto che avessero un aspetto molto stanco. Solo in futuro, dopo aver appreso della strage appena commessa, venne a sapere che non lo avevano ucciso soltanto perchè ormai erano nel comune di Pietrasanta, e non più in quello di Stazzema, il che gli fece pensare al fatto che si fosse inteso "punire" soltanto questo Comune. Oltre lui, dal paese portarono via 20-25 persone, tutte a piedi fino a Nozzano, dove fu trattenuto per due o tre giorni, cioè fino all'arrivo di un tedesco, il quale, essendo stato con i partigiani fingendosi disertore, aveva il compito di riconoscere chi tra loro era partigiano, o era stato con i partigiani; infatti Nozzano era il luogo in cui avveniva una selezione tra i prigionieri. Tra di loro c'erano probabilmente anche quei giovani che portavano le cassette di munizioni e che forse venivano giù direttamente da Sant'Anna, ma mentre lui riuscì ad essere liberato, venne a sapere che quattordici di loro furono poi ammazzati nel fiume a Val di Castello. Tra le persone che erano con lui a Nozzano c'era il signor TERIGI di Pietrasanta, rilasciato insieme a lui e ad altri.

La testimone Alba BATTISTINI quel giorno si trovava in località Coletti con la sua famiglia, e con degli sfollati, 22 persone in tutto, quando verso le 10 alcuni tedeschi vennero giù dalla chiesa. Mentre gli altri proseguirono verso Val di Castello, cinque di loro si fermarono a casa sua, uno armato fino ai denti alla porta di sotto, un altro che urlava all'angolo della casa, altri due per le scale, dove aprivano le porte a calci e spaccavano i mobili e tutto ciò che trovavano. Dopo di ciò li inquadrarono li fuori, intimando di non scappare e di stare in fila, quindi diedero fuoco alla casa. A dire della teste solo uno di loro era tedesco, e fu proprio quello che le risparmiò, mentre gli altri quattro, invece, parlavano italiano, precisamente versiliese. Lungo la strada videro molte case in flamme, fino a quando arrivarono nei pressi di una stalla dove c'erano degli animali ed altri militari. A un certo punto, però, rimasero con uno solo di loro, il tedesco, un ragazzo giovanissimo, probabilmente di 18 anni, che non parlava mai, il quale, invece di sparare contro di loro per ucciderli, esplose dei colpi in aria e contro alcune pecore che erano li vicino, per simulare la loro esecuzione, peraltro ferendosi sul viso con un bossolo, che gli fece uscire una goccia di sangue, al contempo facendo loro segno di scappare.

Analoga alla precedente la testimonianza fornita da Ada BATTISTINI, sorella di Alba, anch'essa in località Coletti quella mattina del 12 agosto. Ha ricordato che arrivarono questi cinque soldati che, dopo aver fatto uscire tutti da casa e averli fatti radunare nello spiazzo davanti, diedero fuoco alla loro abitazione. Mentre erano li si sentiva la mitragliatrice che uccideva a Coletti di Sotto (la localita un po' più a valle). Si incamminarono verso Val di Castello, e lungo la strada incontrarono animali che ostruivano gli stretti sentieri: fu proprio in quelle occasioni, sentendo alcune imprecazioni, che constatarono che quei militari parlavano italiano. Man mano che procedevano per il sentiero, poichè il padre, il fratello, una maestra dell'isola d'Elba e suo figlio camminavano più velocemente degli altri, si distanziarono e furono successivamente uccisi. Per loro che erano rimasti più indietro, invece, incaricarono di ucciderli il soldato più giovane. Questi, piuttosto che procedere subito all'esecuzione, aspettò che gli altri militari si allontanassero e, invece di sparare contro di loro, dopo aver fatto cenni per tranquillizzarli, lo fece soltanto nei confronti di 4 - 5 pecore che si trovavano li in una grotta. In quel momento sentirono le campane della chiesa di La Culla, e capirono che era mezzogiorno. Solo la sera, invece, seppero dalla madre, che era andata a vedere, che a Coletti avevano ammazzato loro parenti e l'altra gente che c'era.

Remolo BERTELLI si trovava in località Sennari quando, verso le 7-7.30 sentendo degli spari dal paese, sapevano che sarebbero potuti arrivare i tedeschi per fare dei rastrellamenti e quindi scapparono subito per i boschi. Mentre scendevano sentivano gli spari anche dalla località Coletti e solo quando non udivano più nulla tornarono verso casa, ma sempre da sentieri collaterali per evitare di incontrare i soldati. Trovarono la loro casa bruciata ed aiutarono altre famiglie a spegnere gli incendi delle loro, poi vennero chiamati da Gino BOTTARI e si recarono con lui alla località Colle, dove videro 17 morti. Presero un ferito e lo portarono con una lettiga verso Val di Castello, ma quand'erano quasi arrivati furono invitati dalla Croce Rossa a scappare via subito.
Quanto ai partigiani, lui non ne vide, nonostante anch'egli avesse sentito parlare di qualche episodio di sciacallaggio da parte di persone considerate tali, infatti erano andati tutti via già da qualche giorno.
All'udienza del 04.11.2004 l'interprete consegnava la traduzione, con relativo supporto informatico (un floppy disk), della documentazione consegnatale il giorno precedente e si procedeva all'escussione di Enrico PIERI, Renato BONUCCELLI, Angiola BACCI, Anna Maria MUTTI e Giuliana MUTTI.

Enrico PIERI quel giorno aveva 10 anni e si trovava in località Franchi, dove viveva con tutta la famiglia. Ha ricordato che quella mattina passò un signore ad avvisarli che all'Argentiera c'erano i tedeschi. Gli uomini decisero di non scappare, sicchè quando i tedeschi scesero dalla collina ed arrivarono in casa, li fecero uscire e li fecero incamminare verso la piazza della chiesa. Insieme a loro c'erano anche il nonno e la famiglia PIEROTTI, sfollata da Pietrasanta in casa della nonna. Camminavano ancora da poco quando arrivò un contrordine e li fecero entrare nella cucina della casa della nonna, dove iniziarono a sparare con armi di piccolo calibro. In quel momento si sentì chiamare da una ragazza, Grazia PIEROTTI, che si era già rifugiata in un ripostiglio nel sottoscala, dove riuscì a salvarsi anche lui quando si scatenò il finimondo. Infatti li nella cucina si salvarono solo tre bambini: lui, Grazia e Gabriella. Finito di sparare, e dopo aver controllato se c'erano ancora dei vivi da ammazzare, i tedeschi cercarono di incendiare la cucina e il resto della casa con della paglia. Dato il fumo e l'aria irrespirabile, capirono di dover scappare, nonostante si sentisse sparare ancora da tutte le parti. Per attraversare la cucina in fiamme misero una panca e riuscirono a scappare fino ad una piana di fagioli, dove rimasero diverse ore senza piangere e senza lamentarsi. Solo verso le 5 del pomeriggio decisero di uscire e incontrarono le prime persone. Dopo l'8 di agosto, quando bruciarono Farnocchia, erano preoccupati perchè pensavano che avrebbero bruciato le case e tutto il resto.

Renato BONUCCELLI aveva sette anni, ed ha ricordato che anche lui, in località Le Case (sita a nord, tra la frazione dei Franchi ed il centro di Sant'Anna), quel mattino fu svegliato verso le 6.30 dai nonni perchè c'erano i tedeschi. Siccome nei giorni precedenti un vecchio del paese gli aveva detto di rifugiarsi in una vecchia miniera di barite nel caso fossero arrivati, si avviarono li con qualcosa da mangiare, qualche borsa con gli ori ed i gioielli che si portavano sempre dietro. Ad un certo punto però, poichè la strada era troppo impervia, decisero di tornare indietro verso casa. In effetti, dopo un po' di tempo arrivarono i tedeschi, che li fecero uscire di casa e, nonostante sua nonna cercasse di dire qualcosa, non vollero ascoltare niente, continuando a tenerli sotto la minaccia delle armi.
I primi 7/8 militari scesero da loro provenendo dalla casa dei PIERI: uno solo entrò, con una divisa mimetica ed un mitra e, dopo aver chiesto in italiano se ci fossero altre persone ed aver controllato anche nelle altre stanze li mandò tutti fuori. Poi, dopo che era stato esploso un razzo rosso, arrivò anche un altro gruppo di militari dal canale, quindi dalla parte opposta, che forse erano anche vestiti diversamente. Da quel momento cambiò
completamente anche il loro atteggiamento, infatti diventarono molto più duri e li spinsero verso una casa li vicina, li riunirono nella cucina e spararono al primo che cercò di allontanarsi. Dopo aver chiuso tutti dentro e aver chiuso la porta, sfondarono il vetro della finestra e gettarono dentro delle bombe di colore blu, con il manico lungo.
Probabilmente si trattava di bombe sfollagente per ammassarli verso la parete interna, infatti subito dopo riaprirono la porta e, con un fucile mitragliatore piazzato proprio sull'uscio, cominciarono a sparare. Lui si salvò perchè la madre era appena riuscita a portarlo nel piano di sopra con Afredo GRAZIANI, da dove sentirono crepitare fortissimo i colpi della mitragliatrice. Ad un certo momento i colpi cessarono ed aspettarono in silenzio il momento per uscire. Soltanto quando sentirono l'odore di fumo, dopo essersi decisi a scendere, videro che c'erano una trentina di morti, tra i quali il nonno e la madre. Per raggiungere il rifugio dove nel frattempo era andato il padre, sarebbe dovuto passare davanti a casa, ma avendo visto che c'era ancora un lanciafiamme, decise di tornare indietro fino alla casa dei PIERI, dove c'erano le cugine PIEROTTI. Purtroppo vide che anche li c'era sangue, materassi mezzi bruciati e altre rovine. Quel lanciafiamme era su un tre piedi e stava funzionando proprio nella direzione della sua casa, nella porta vicino alla casa, anche se al momento non c'era nessuno ad azionarlo, ed era stato lasciato li solo per bruciare, tant'è che riuscì a passarci dietro e a toccarlo nella parte posteriore. Raggiunto finalmente il padre, dovettero stare ancora nascosti fino a quando non videro che i tedeschi avevano smesso di sparare e si incamminarono per il canalone che portava verso la chiesa. Vide poi che le case erano tutte bruciate e che c'erano tantissimi cadaveri, soprattutto di donne, bambini e vecchi.
Negli anni successivi il nonno gli raccontò che tra i soldati c'era anche un italiano di quella zona, di cui però non ricordava nè il nome nè la provenienza, e che alla vista del nonno, che era una persona molto conosciuta, si era meravigliato di trovarlo li a Sant'Anna.
Con lui alle Case c'era anche Angiola BACCI, sfollata anche lei, che cercava di consolarlo per l'accaduto e per la perdita della mamma, dei nonni materni e dello zio.
Oltre all'italiano di cui gli parlò il nonno, lui non aveva sentito parlare italiano da parte di altri soldati, notò soltanto che quando andarono via c'era un grammofono sul lavatoio pubblico, con dei dischi rotti ma, nonostante alcuni dicessero di averla sentita, lui non sentì musica.
Per quanto riguarda l'elenco delle vittime, dagli studi fatti presso gli archivi di Camaiore e di Stazzema, lui era arrivato a contarne 370/380, però era molto difficile stabilirlo perchè c'erano molte persone sfollate e intere famiglie erano state distrutte. Circa il presunto ordine di sfollamento della popolazione, anche lui aveva sentito parlare di un manifesto che suo zio, Amerigo GUIDI, gli aveva detto essere stato affisso nella porta di un negozio della piazzetta; altre persone gli dissero che l'avevano visto e che, oltre a quello ciclostilato, ce n'era un altro scritto a mano dai partigiani. Del resto loro stessi sfollarono per due o tre giorni in un fienile della localita Argentiera, ma negli ultimi giorni di luglio o, al massimo, nei primi di agosto. In ogni caso tornarono solo quando furono rassicurati che non c'era più pericolo, infatti si era sentito dire che qualcuno era andato al comando tedesco e gli avevano detto che potevano tornare alle loro case. Quel secondo volantino lo vide lui stesso nelle mani di Alderano VECOLI, e sapeva che fu dato in seguito a Don VANGELISTI, il parroco di Sant'Anna, e poi ne rivide copia in una tesina di uno studente, che riconosce uguale a quello prodotto tra le prove documentali (ex faldone E, cartella 2).

Tale racconto è stato confermato da Angiola BACCI, che era in località Le Case come sfollata. Anche lei ha ricordato che i soldati arrivarono all'ora della prima colazione, entrarono in casa, li mandarono fuori e che poi li fecero entrare in una stanza di una casa di fronte dove furono rinchiusi prima di essere mitragliati. Come già detto dal BONUCELLI, cinque o sei di loro si salvarono perchè salirono nel soppalco con una scaletta, rinchiudendo la botola. Stettero li finchè il fumo che saliva dal fuoco di sotto glielo consentì, poi scapparono fuori approfittando del fatto che gli spari erano sempre più lontani. Quando passarono videro che fuori stavano bruciando tutti i cadaveri e gli animali; loro riuscirono a rifugiarsi in un campo che c'era li e vi rimasero fino al pomeriggio.

Anna Maria MUTTI aveva 19 anni ed era una delle tre sorelle che quel periodo trovarono rifugio con la madre nella chiesa. Praticamente passavano la giornata sulla piazza, dove non c'era niente da fare e i giorni scorrevano tutti uguali, aspettando che quel momento finisse e che arrivassero gli americani. Qualche volta li sulla piazza della chiesa comparivano dei partigiani, in genere due per volta, e si fermavano a parlare con loro.
Tra le varie cose ha ricordato una volta in cui essi dissero di non andare via, perchè fino a quando c'erano loro i tedeschi non sarebbero venuti. Un giorno, giusto in cima alla mulattiera, arrivò un soldato asiatico, con la divisa militate tedesca e un'arma in mano, che abbracciò i due partigiani facendo capire che aveva disertato ed era andato fra i partigiani. Comunque si sapeva che sarebbero dovuti andare via, infatti un giorno compreso tra l'8 e il 12 di agosto il paese si svuotò all'improvviso, e anche loro, dopo un po' di incertezza, scesero giù a San Giovanni. Successivamente la signora Albertina LAZZARESCHI, che era la maestra successivamente uccisa in piazza, si recò con la madre al comando tedesco tra Fiumetto e Tonfano, per chiedere se si dovesse davvero andar via da Sant'Anna. Al ritorno la madre le raccontò che l'interprete presso quel comando era la signora CIAMPOLINI, una donna che loro conoscevano. Le disse, inoltre, che lei non fu fatta entrare, ma che attraverso la vetrata riuscì a vedere che il comandante, dopo aver aperto una carta e averla guardata, segnò con la matita rossa un cerchietto e disse che a Sant'Anna si poteva restare. Lei ha sempre pensato che quel comandante fosse REDER perchè le sembrava di ricordare che la madre le avesse parlato di uno senza una mano e con una protesi; analogamente aveva sempre creduto che si trattasse di SS, per il solo fatto che in quella zona erano presenti in forze, senza, tuttavia, alcun altro elemento che potesse confermare quelle sue impressioni.
Nonostante avessero deciso che si poteva risalire a Sant'Anna, loro non riuscirono a tomarci perchè non potevano pagare qualcuno che le aiutasse a riportare su il materasso che avevano con loro, e perchè lei aveva la febbre a 38 e mezzo. Pertanto il 12 agosto erano ancora giù quando nel pomeriggio videro ripassare dall'alto i camion con i tedeschi che suonavano la fisarmonica, cantavano ed erano sporchi di sangue. Quanto ad eventuali volantini di sgombero, pur avendone sentito parlare, lei non ricordava di averne mai visti, ma la sorella se lo ricordava bene.
Nel corso della stessa udienza è stata sentita anche la sorella Giuliana MUTTI che ha confermato che quel periodo erano sfollate da Pietrasanta con la madre e le sorelle e che dormivano in chiesa perchè non avevano trovato altra sistemazione. Lei aveva 13 anni, quindi era una bambina, e ricorda soltanto che si viveva tranquillamente, che c'era da mangiare, si poteva dormire, si leggeva qualche cosa e qualche volta si sentiva dire che c'erano i partigiani, anche se lei, a differenza della sorella più grande, non ricorda di averne mai visti perchè quelle cose non le interessavano. Poi ha ricordato che l'8 agosto era passata una fila interminabile di persone che sfollava da Farnocchia verso la località La Culla. Dopo quei fatti ci fu la notizia che dovevano sfollare anche loro e, seppur con qualche dubbio e le insistenze di qualcuno che aveva cercato di convincerle a restare, presero le loro poche cose, e i due materassi su cui dormivano, e scesero a Pieve di San Giovanni, tra Pietrasanta e Val di Castello, dove il fratello della mamma aveva una casa.
Anche lei ha ricordato il fatto che la madre andò con la maestra Albertina presso il comando tedesco di Tonfano per sapere se potevano tornare a Sant'Anna. In quella villa c'era come interprete una signora di Marina di Pietrasanta che si chiamava CIAMPOLINI, ma la madre non fu lasciata entrare perchè facevano entrare una persona per volta. Per il resto ha riferito ciò che la sorella Anna Maria aveva già detto su ciò che la madre riferì loro e sul fatto che non poterono tornare a Sant'Anna. Pertanto il 12 agosto erano ancora a Pieve di San Giovanni quando, verso sera, lei e la sorella più piccola videro passare dei camion, forse tre o quattro, provenienti da Val di Castello, e quindi da Sant'Anna secondo loro, con i soldati tedeschi seduti dietro tutti insanguinati che cantavano ubriachi e suonavano la fisarmonica. Nei giorni precedenti ricordava che si parlava di un manifesto con l'ordine di sfollare ma non aveva ricordi precisi che consentissero di fare luce su questo aspetto.

All'udienza del 09.11.2004 veniva sentito il teste HEIDBUCHEL e si acquisivano un prospetto dei gradi delle Wassen SS, alcune fotografie tratte dal libro "Versilia, la strage degli innocenti” e i suoi documenti matricolari provenienti dalla Deutsche Dienstelle; successivamente venivano sentiti anche i testi CALCAGNINI e BRUNINI.
In realtà il testimone tedesco non ha saputo dare informazioni utili alla ricostruzione del fatto, essendosi limitato a riferire, peraltro con molta difficoltà a causa del lungo periodo trascorso, di essere stato arruolato nelle Wassen-SS nel gennaio 1943, dopo un breve periodo trascorso nella Wermacht. Inizialmente inquadrato in quello che era il Battaglione di accompagnamento Reichfuhrer, reparto successivamente ampliato fino a divenire la 16° Divisione-SS, prestò servizio in Cecoslovacchia, Russia, Ungheria e Romania prima di raggiungere l'ltalia nel mese di maggio. Nell'ambito della 6° Compagnia del II Battaglione SS con il grado di caporale, il teste ha ricordato di essere stato impegnato a Pisa, a Pineta, al Passo della Futa ed in altre località, prima di essere ferito e rimpatriato in Germania nel mese di luglio 1944. Non avendo preso parte all'efferato crimine di Sant'Anna, località della cui esistenza ha preso cognizione soltanto di recente, ha potuto ricordare soltanto gli sporadici combattimenti tenuti contro gli americani e gli inglesi. In realtà il teste ha riferito che, in occasione degli scontri, lui non sapeva neanche chi fossero i nemici di turno, essendo soltanto a conoscenza che in quella zona si trovavano contingenti nemici ("Vi era soltanto un ordine di combattimento"). Sapeva, inoltre, che unità diverse dalla sua venivano impiegate anche per la lotta ai partigiani, ma non venne mai a sapere di interventi contro la popolazione civile.
Dopo aver brevemente illustrato la struttura di un battaglione, e la sua articolazione in compagnie, plotoni e squadre, il teste ha soggiunto che le operazioni cui aveva preso parte erano avvenute a livello di plotone e che, per tale motivo, era solito ricevere gli ordini direttamente dal sergente. Infatti le disposizioni impartite dal Comandante di battaglione, pervenivano alla truppa, attraverso i Comandanti di compagnia, di plotone e, a cascata, di squadra, che era l'unità di più basso livello, solitamente composta da quindici uomini e comandata da un sottufficiale.
Quanto all'armamento in dotazione, egli ha riferito che il suo reparto non aveva lanciafiamme, di pertinenza dei pionieri, e lui aveva soltanto una carabina, come peraltro tutti gli altri soldati, mentre i sottufficiali avevano anche la pistola.
Tra i propri superiori gerarchici ricordava soltanto lo Sturmfuhrer GRAMSCH, sicuramente suo Comandante di compagnia nella Prussia dell'Est, ma non i nominativi degli odierni imputati.
A specifica domanda, il testimone affermava che, in presenza di un ordine gerarchico, un soldato delle SS era chiamato all'obbedienza più assoluta, a pena della fucilazione.
Tuttavia, pur avendo avuto occasione di assistere anch'egli ad alcuni di tali episodi, non sapeva chiarire la natura dell'ordine cui si era disobbedito. Infatti, poichè gli era stato insegnato che all'ordine si doveva obbedire sempre ( "l'ordine era un ordine e bisognava eseguirlo e basta...gli ordini devono essere eseguiti", pag. 74 trascrizioni), non è stato in grado di riferire se la stessa sanzione fosse prevista anche nell'ipotesi in cui questo fosse manifestamente criminoso.

Dopo aver sentito il teste tedesco HEIDBUCHEL, nella stessa udienza è stato escusso Luigi CALCAGNINI che a quell'epoca viveva a Val di Castello ed aveva nove anni.
Proprio a causa della giovane età i suoi ricordi sono contenuti; egli si è limitato a riferire che quel giorno vide su un ponte vicino a casa sua 7/8 tedeschi che suonavano con una fisarmonica. Infatti era già stato dato l'allarme per ciò che era successo a Sant'Anna, e quindi era almeno I'una del pomeriggio, quando suo padre gli disse di andare a fare la vedetta in un ponte della strada che scendeva da Sant'Anna da dove li vide sotto un albero di noce. Tra loro c'era uno monco, e suonavano e cantavano mentre, dai sentieri che scendevano dal paese altri soldati portavano gli uomini rastrellati a Val di Castello.
Su quello che sarebbe stato il movimento dei soldati per arrivare a Sant'Anna non è stato in grado di dare molte notizie, però è significativo il ritrovamento di un uomo che chiedeva sempre l'elemosina, trovato ammazzato alle 5 del mattino del 12 agosto dentro un fiume, con i piedi nudi e rivolti verso l'alto, ciò che ha fatto immaginare il loro passaggio anche al mattino. Circa la sorte dei rastrellati apprese che molti furono uccisi e seppe personalmente che i 14 portamunizioni furono sterminati in localita Molino Rosso.
Non sapeva quanti tedeschi ci fossero li quel pomeriggio, però ne vide almeno 50 se non di più. Ha ricordato inoltre che a Sant'Olga, dove stava lui i giorni precedenti, ci andavano i partigiani a fare approvigionamenti, e tra loro ricordava "il mongolo", chiamato così perchè aveva i tratti somatici orientali e diceva di essere un disertore tedesco, anche se in realtà doveva essere una spia perche i giorni successivi fece uccidere suo zio Bigi a San Terenzo, per il solo fatto che era stato riconosciuto come fratello del partigiano Bigi, nonchè il prete, accusato di portare medicinali ai partigiani, e il barbiere che andava a far loro la barba. Nella stessa giornata veniva sentito anche Renato BRUNINI, all'epoca un ragazzo di 14 anni che viveva quasi accampato con la famiglia nei pressi delle miniere sopra Val di Castello e che, verso le 12.30 del 12 agosto, venne rastrellato insieme al padre dai soldati che scendevano da Sant'Anna verso Val di Castello. Si trattava di un numero elevato di militari, tra i quali ha riconosciuto anche un ufficiale perchè aveva un bastone, uno di quelli che si usano in montagna, con cui gli diede una bastonata. Lui fu uno dei tanti catturati messo in fila e incolonnato verso Val di Castello, dove un soldato biondino con l'emblema della Wermacht, che chiamavano "il polacco", l'unico in mezzo a tutti gli altri soldati delle SS, controllò i loro documenti, assistito da due interpreti. Si seppe in quell'occasione che era stato con i partigiani, e quindi operava il riconoscimento di quelli che erano stati visti con loro, o che in qualche modo ci avevano avuto rapporti.
Come lui, almeno un altro soldato aveva fatto il doppio gioco, un tale Joseph da Merano, visto a Cardoso di Stazzema. I primi 6 che erano stati bloccati a Val di Castello furono riconosciuti come partigiani, portati via ed orrendamente uccisi. Gli altri furono condotti a piedi alla scuola di Nozzano. Però chi aveva solamente la carta d'identità veniva messo in una colonna molto più grande, mentre chi come lui, il padre e il cognato avevano un permesso di cinque giorni, furono messi da un'altra parte (a lui rubarono anche il portafoglio). Di questi due gruppi, quello più grande fu portato alla Casa Pia e poi deportato in Germania, quello più piccolo nelle scuole di Nozzano, dove rimasero chiusi per sei giomi e cinque notti, senza quasi mangiare o poter andare in bagno. Tra le altre persone catturate, verso le 15.30, lui vide un sergente che accompagnava i 14 portamunizioni: dopo si seppe che erano stati ammazzati in una località un pò più in basso. Giunti nelle scuole furono messi tutti in due aule, da una parte il gruppo di circa settanta persone, dall'altra quello di cinquanta, tutti interrogati per l'intera settimana con domande finalizzate ad incastrare le persone. Infatti, se loro tre riuscirono a cavarsela, e furono "soltanto" deportati in Germania, gli altri vennero condotti a San Terenzo e circa la metà fucilati. In tutta l'operazione lui era in grado di stimare che ci fossero almeno 180-200 militari, caratterizzati da grande organizzazione e professionalità. Infatti mentre scendevano da Val di Castello, tre o quattro militari con un sottufficiale andavano nelle varie borgate incontrate lungo la strada e vi prendevano venti o trenta uomini, fino a raccogliere almeno 800 persone, conducendo un'operazione che sembrava perfettamente pianificata.

All'udienza del 10.11.2004 veniva sentito l'altro testimone tedesco, Adolf BECKERTH, della cui deposizione le difese SOMMER e SCHONEBERG eccepivano l'inutilizzabilità in quanto non originariamente indicato nella lista testi, eccezione respinta dal Collegio come da ordinanza a verbale, così come non trovavano adesione le eccezioni, più volte mosse dagli stessi difensori circa la veste di imputato di reato connesso da attribuire al sunnominato, in luogo di quella di testimone (cfr. le trascrizioni dell'audioregistrazione dell'esame).
Durante la deposizone venivano acquisiti una fotografia del proprio reparto, dallo stesso prodotta, e due schizzi della piazza antistante la chiesa di S.Anna dove assistette a parte della strage.
Nel corso dell'esame, il teste ha riferito che si trovava nell'8° Compagnia del 35° Reggimento, una compagnia dotata di armi pesanti, e faceva parte della squadra di fanteria di protezione. Riguardo a quell'operazione gli fu solamente detto di dover raccogliere gli uomini e di dover ricercare e raccogliere i partigiani. Partirono già dalla notte e salirono su per una collina, ma non gli diedero molte disposizioni nè gli spiegarono cosa dovevano fare di preciso: l'unica istruzione fu quella di raggiungere la località in montagna, di rastrellare tutti gli uomini e di arrestarli. Quando finalmente arrivarono in cima e sentirono il suono della campana, l'Unterstumfurher HERBST gli disse che quello era un avviso per i partigiani. A quel punto lui e il suo amico Otto NITSCHKE furono incaricati di raggiungere la chiesa del paese, pertanto la raggiunsero e vi entrarono da una porta laterale. Poichè cercavano uomini, e li dentro non trovarono nessuno se non due donne che pregavano, uscirono senza fare altre ricerche all'interno.
Successivamente salirono al primo piano della canonica e, dentro una stanza, videro che era stata appena preparata la prima colazione che, dal modo in cui era posizionata, lasciava intendere che alcuni si fossero allontanati frettolosamente. Usciti anche da li, si trovarono sul sagrato, guardando la chiesa sulla sua destra. Poichè non era arrivato ancora nessun altro soldato tedesco, si appoggiarono al muro e attesero per circa un'ora, un'ora e mezzo, fino a quando arrivarono i primi uomini e le prime donne sulla piazza. In quel momento ebbe anche l'impressione di vedere un ufficiale, non per i gradi, perchè coperti dalla giacca della mimetica, ma in quanto accompagnato da un telegrafista, pertanto rimasero li fermi fino a quando non vide arrivare anche altri due sottufficiali, REWITZ e MADER, della sua stessa Compagnia. A quel punto, poichè doveva fare dei bisogni, disse al suo amico di rimanere sul posto mentre lui si allontanava verso il retro della chiesa, percorrendo il suo lato destro. Ma come arrivò li dietro, si accorse che c'erano dei morti, circa 5 o 6. Nel frattempo anziani, donne, bambini venivano radunati sul sagrato dove, per la prima volta, vide anche il parroco. Infatti l'ufficiale lo aveva chiamato per parlargli e, mentre il telegrafista comunicava con l'apparecchio radio, loro ebbero una specie di discussione. Poichè lui non era abbastanza vicino per sentire, ebbe soltanto l'irnpressione che alle persone venisse continuamente chiesto di rivelare dov'erano gli uomini, ma siccome non vi era stata alcuna risposta, al parroco fu dato un ultimatum per avere informazioni, pena l'uccisione di tutti. Dopo di ciò il religioso si avvicinò alle persone e, probabilmente dopo aver riferito il contenuto della minaccia, tutti si inchinarono e incominciarono a pregare. In realtà lui non aveva nessuna conoscenza per capire che cosa stava accadendo, il loro unico incarico era stato quello di raggiungere il posto, arrivati li non ricevettero più alcun ordine. Li sulla piazza vide soltanto i due sottufficiali sunnominati, ma non si stupì di non vedere gli altri, perchè sapeva che avevano avuto ordini diversi dai suoi e che dovevano percorrere altri sentieri e altre vie per raggiungere la località. Era certo che nelle altitudini ci fossero anche altre colonne che cercavano i partigiani, però non ricordava esattamente dove si trovassero, anche se sapeva che altre unità dovevano raggiungere Sant'Anna. Infatti quando si appoggiarono al muro della chiesa stavano attendendo gli altri soldati, l'arrivo di altri plotoni e di altre compagnie.
Egli non partecipò all'attività che quei militari stavano svolgendo sulla piazza, rimase sul posto finchè non gli ordinarono di portare a valle il sottotenente HERBST che era rimasto ferito. Prima di quel momento, tuttavia, fece in tempo a vedere la fucilazione, anche se lui si trovava affianco al muro della chiesa, e non riusciva a vedere le mitragliatrici, nascoste dal muro della chiesa, motivo per cui intuiva che fossero posizionate proprio davanti alla porta dell'entrata principale, sul lato sinistro e destro della porta. Riuscì comunque a vedere tutte le persone che erano state fucilate, più o meno tra le 150 e le 200, anche se poi risultò un numero molto più alto, comunque erano solo donne, anziani e bambini, ma nessun uomo giovane. Dal suo punto di osservazione non poteva vedere il numero dei mitragliatori, ma dal rumore degli spari sembrava fossero due; inoltre sembrava che l'ordine di sparare fosse arrivato proprio attraverso la persona che aveva la ricetrasmittente, tramite il telegrafista, e lui non seppe mai il motivo di quella fucilazione. Fino a quel momento era convinto che l'8° Compagnia fosse l'unica presente a Sant'Anna di Stazzema, ma quando notò quell'ufficiale, che non aveva mai visto prima, comprese che erano stati coinvolti altri reparti. Solo recentemente, dopo aver visto alcune trasmissioni televisive in cui si parlava dell'ufficiale SOMMER, e della sua partecipazione all'operazione, proprio perchè influenzato dalla TV germanica, ne dedusse che quell'ufficiale davanti alla chiesa doveva essere lui, anche se in realtà non aveva nessun obiettivo riferimento per dirlo.
Dopo la fucilazione non fece in tempo a vedere più nulla, solo successivamente apprese che avevano buttato fuori i mobili della chiesa e che li avevano incendiati, infatti fu ordinato loro di prendere l'Untersturmfurher HERBST e di portarlo via. Seppe che era stato ferito all'addome, non però dai partigiani ma, secondo quanto si raccontava, si era ferito da solo quando, lanciata una bomba a mano verso una donna e una bambina che erano alla finestra, questa rimbalzò indietro e gli esplose davanti. Comunque, anche mentre scendevano a valle si continuava a sentire il rumore degli spari delle mitragliatrici.
A domande specifiche, confermò di non aver visto sul posto nessun'altra persona della sua compagnia oltre i sottufficiali REWITZ e MADER, nè ebbe mai occasione di parlare con il GROPLER, in servizio nella sua stessa Compagnia, di quanto fosse accaduto a Sant'Anna. Comunque durante l'operazione non lo vide anche se, per il grado e l'incarico che aveva, sarebbe dovuto essere tra HERBST e gli altri militari; certamente non era in ferie, infatti solo dopo quell'operazione lui e qualcun altro riuscirono ad andarci.
Quanto alle modalità di organizzazione di nuove operazioni, ha spiegato che normalmente i comandanti di plotone, di solito Untersturmfuhrer (sergenti), venivano chiamati a rapporto dal Comandante di Compagnia, che potevano essere anche sottotenenti: infatti quando c'erano operazioni a largo raggio i comandanti di squadra e i comandanti di plotone facevano delle riunioni per organizzare l'operazione ed in quell'occasione i sottufficiali ricevevano l'ordine base, da loro ulteriormente trasmesso agli altri militari, che potevano integrare con disposizioni di dettaglio successive alle prime istruzioni.
Per quanto riguarda quella missione, l'ordine era quello di trovare i partigiani e di portarli sul sagrato davanti alla chiesa: fu impartito la sera prima e difatti si misero subito a disposizione. Furono prelevati dai mezzi che era ancora buio, furono accompagnati per il tratto percorribile fino a Pietrasanta e poi proseguirono a piedi durante tutta la notte per arrivare in cima alla collina alle prime luci dell'alba.

All'udienza dell'11.11.2004 venivano sentiti i testimoni Gabriella PIEROTTI e Angiolo BERRETTI. Con il consenso delle parti si acquisivano i verbali s.i.t. rese dai testi non comparsi Elio TOAFF (03.02.2003), Agostino BIBOLOTTI (quelle del 14.03.1947, del 09.02.1951 davanti al T.M. di Bologna, del 12.09.1996, del 31.07.2000, del 13.08.2002 e dell'08.06.2004), Alvaro ULIVI (03.08.2000), Giacomo MARESIA (29.03.2003), Marisa CIPRIANI (16.04.2003) e Massimo PELLEGRINI (17.03.2003).
La teste Gabriella PIEROTTI aveva 13 anni, ed era sfollata con la famiglia in località Franchi. La mattina del 12, verso le 8.00, una voce li avvisava del sopraggiungere dei tedeschi, infatti se ne vedevano scendere circa una ventina dalla cresta del monte. Dopo un pò arrivarono da loro, presero delle persone che abitavano in quel gruppetto di case e le portarono dentro la loro stanza. Quando il padre gli si avvicinò per cercare di parlare, lo ammazzarono subito con un colpo alla testa. Poi un tedesco che stava a gambe larghe sulla porta cominciò a sparare col mitra, uccidendo tutti quelli che erano nella stanza tranne lei che, trovandosi in fondo, fu coperta dai corpi dei morti che le cadevano addosso. Inoltre il sangue di quei cadaveri la impregnò a tal punto, che i soldati credettero fosse morta. Inoltre si salvarono anche la sorella e un altro ragazzo, Enrico PIERI, che riuscirono a rifugiarsi sotto un sottoscala; la madre e la zia, invece, erano rimaste gravemente ferite. Poi i tedeschi tornarono con dei covoni di grano e diedero fuoco ai corpi e alla casa con dei fiammiferi. II PIERI le riferì in seguito che, prima di accendere il fuoco, freddarono la zia con dei colpi di pistola perchè era ancora viva.
Purtroppo non riuscirono a portar fuori la madre, infatti il fuoco aveva aperto una voragine nel pavimento e loro riuscirono a passare solo con una panca. Usciti da quell'inferno, andarono nei campi dove rimasero nascosti per il resto del tempo con la sorella e quel ragazzo. Da lì potevano ancora vedere il movimento dei soldati senza essere notati, e ad un certo punto sentirono suonare un'armonica a bocca da un tedesco che, evidentemente, era contento del lavoro che aveva fatto. Durante tutta quell'operazione, loro potevano sentire che qualcosa di simile succedeva anche nella piazza della chiesa e nella vicina localita Le Case. Si sapeva che c'era stato un ordine di sfollamento, però il padre che andò a controllare nei giorni precedenti non trovò nulla.

Angelo BERRETTI aveva 11 anni e quel giomo si trovava nella borgata Sennari. Per quanto riguarda i giorni precedenti lui ricordava che intorno all'8 agosto, ma non era sicuro, i tedeschi che salivano da Val di Castello andarono alla chiesa e misero un foglio con un ordine di sfollamento dal paese. La notizia si sparse presto, e anche loro che stavano a circa un chilometro e mezzo andarono a vedere sulla piazza della chiesa, dove lui stesso potè notare che lo avevano affisso proprio vicino alla porta e diceva: "Ordine di sfollamento comando tedesco". La gente era preoccupata e non sapeva dove andare perchè molti di loro erano già sfollati li da altre località; passati pochi giorni, però, ci fu la notizia che i partigiani avevano messo un altro foglio in cui si diceva di non sfollare, anche questo visto personalmente perchè pure quella volta, andarono in piazza a controllare, infatti erano tutti contenti di non andare via.
La mattina del 12 agosto i soldati arrivarono dall'Argentiera, dalla foce di Farnocchia, dalla foce di Compito e da Val di Castello. Infatti le due sorelle che stavano andando al mulino di Ponte Stazzemese per macinare un pò di granturco, arrivate in cima alla foce di Compito videro un alto numero di uomini che venivano in su e sentirono uno che in italiano faceva coraggio agli altri, perchè erano quasi arrivati in cima. Poichè avevano sentito anche persone che parlavano un'altra lingua, decisero di girarsi e di ritornare indietro per avvertire il padre. A quel punto avevano già immaginato che ci sarebbe stato un rastrellamento dei tedeschi e dei fascisti, pertanto il padre le invitò ad andare via con la madre e ad avvisare tutti gli uomini che trovavano lungo il percorso. Quando le sorelle arrivarono di nuovo a casa, videro che dalla parte della foce di Farnocchia avevano sparato in aria due razzi colorati, uno celeste e uno arancione. Passati pochi secondi gli hanno risposto da ponente, dalla foce dell'Argentiera, con altri due razzi luminosi. Dopo quegli spari, dalla foce di Farnocchia scesero tre militari tedeschi, ma contemporaneamente, nella vallata della chiesa, al centro del paese, iniziavano a sparare dei colpi che si intensificavano sempre di più. Quelli che erano li da loro erano molto assetati, chiedevano da bere di continuo, tanto che alcune donne sono andate in casa e gli hanno portato chi del latte, chi dell'acqua e chi del vino. Però quello dei tre che era davanti non si fidava di ciò che gli avevano dato, infatti fece bere prima le donne. Nel frattempo, piuttosto disorientate, queste chiedevano cosa stesse succedendo e cosa dovevano fare, anche se loro dicevano di non sapere niente e ripartirono per il centro del paese. II BERRETTI rimase, però, colpito dal fatto che quello che stava dietro, osservando bene di non essere visto dai compagni, fece loro cenno di scappare con la mano. Dopo sono arrivati altri dieci o quindici militari tedeschi e lui pensava che quello con la retina in faccia fosse senz'altro italiano, perchè una certa Marietta MANCINI gli raccontò in seguito che suo marito Daniele era stato ucciso in località Le Case, da uno di loro perchè evidentemente era stato riconosciuto. Questa associazione tra il soldato con la retina e quello italiano era dovuta al fatto che quello, almeno lì a Sennari, non parlava per non farsi riconoscere limitandosi a ripetere "Val di Castello. . .Val di Castello", indicando la direzione verso cui volevano che si dirigessero. Questi 15-20 militari arrivati a Sennari, vestiti tutti con una mimetica, li hanno incolonnati verso Val di Castello ma, arrivati nel bosco, visto che si andava direttamente verso Val di Castello dove loro avevano indicato, li abbandonarono per ritornare indietro a bruciare le case. Abbandonati da soli nel bosco, ognuno ne approfittò per andare dove meglio credeva, alcuni hanno proseguito verso Valle, altri come lui e la madre si nascosero in attesa che gli spari si calmassero. Tornarono verso casa verso le 3.00 del pomeriggio, mentre le due sorelle che avevano proseguito per Val di Castello furono uccise ai Molini. Loro videro che anche la loro e le altre case stavano bruciando. Quando seppero di quanto successo sulla piazza della chiesa si preoccuparono per le sorelle, quindi andarono a cercarle, prima alla località Colle, dove c'erano 17 persone morte, poi alla località Le Case, dove le abitazioni ancora bruciavano e c'erano altre persone morte. Poi la sera, alle 6.30 circa, arrivò la notizia che le sorelle erano state uccise ai Molini. Alla chiesa di Sant'Anna ci andò insieme al babbo e alla mamma, la sera verso le 9; lì c'era un cumulo di cadaveri che il fuoco lentamente stava consumando, secondo la testimonianza di Giuseppe CANIPAROLI della Culla erano 136 persone, però potevano essere anche di più, perchè le teste dei bimbi piccoli potevano essere ormai consunte dal fuoco. Loro hanno contato col badile 136 teste e sopra c'era un corpo con una divisa mimetica come quelli che erano arrivati a Sennari, se ne vedeva la schiena, le gambe e le scarpe. Tra le altre vittime c'era un certo Adolfo BARTOLUCCI, che era un cittadino che abitava sulla piazza della chiesa, e c'era il parroco Don Innocenzo LAZZERI, medaglia d'oro, il quale, prima di morire, si diceva avesse impartito la benedizione a tutti. Anche nei pressi del campanile c'era un cumulo di cadaveri, ed anche li erano sette o otto, in circolo, ed uno era seduto sopra una sedia con una coperta intorno al collo, tanto che il padre commentò che a quello lo avevano bendato prima di morire. Dopo di ciò loro tornarono verso Val di Castello. Nei giorni che precedettero il 12 agosto era normale vedere i partigiani, e li vide anche il giorno dopo; tra loro c'erano anche un disertore tedesco che chiamavano "il mongolo" per i tratti orientali, e un altro tedesco.

All'udienza del 15.12.2004, con il consenso delle parti venivano acquisite copia della dichiarazione resa da Bruno TERIGI il 25.09.1945 alla Commissione d'inchiesta Alleata, con relativa traduzione in italiano, del verbale s.i.t. reso ai CC di Pietrasanta il 28.10.2002, di quelle rese alla Procura Militare della Spezia il 14.03.2003, il 20.06.2003, il 5.12.2003 e il 19.12.2003, con riserva di acquisire gli originali.
Si acquisiva, inoltre, copia autenticata dell'esame reso da Agostino BIBOLOTTI presso la Pretura di Pietrasanta il 14.02.1950, che sostituisce quella poco leggibile prodotta all'udienza precedente, con allegata copia della dichiarazione da lui resa il 15.03.1947 nel processo SIMON, richiamata e confermata nell'esame davanti al Pretore. Infine venivano uniti agli atti i verbali delle informazioni testimoniali rese da Arnaldo BERTOLUCCI (18.09.1996), Olinto CERVIETTI (02.08.2000), Giordano GUFFANTI (04.04.2003), Sirio MACCHIARINI (04.08.2000), Rocco MASELLI (25.06.2003), Avio PIERI (14.03.2003), oltre a due lettere di Nicola BADALACCHI indirizzate al Procuratore Militare, a copia del verbale s.i.t.(15.08.2002) ed a copia del documento in cui gli si riconosceva la sua qualifica di partigiano combattente.
L'Avv. Trombetti, in relazione alle richieste depositate dal P.M il 4.12.2004, rappresentava di richiedere che per i testi LIPPERT e MELLHS fosse applicato l'art. 512 bis c.p.p., mentre, a suo avviso, i verbali del teste BARTLEWSKY dovevano considerarsi già acquisiti, perchè effettuati per rogatoria, in subordine chiedeva applicarsi l'art. 512 bis c.p.p.

Veniva inoltre sentita l'ultima testimone, Lidia MAREMMANI, che all'epoca aveva 19 anni e si trovava a Val di Costello, in casa dei nonni già defunti. Ha ricordato che il 12 agosto, dopo mezzogiorno, si sentì un gran rumore e si vide una marea di militari pieni di munizioni, in nastri indossati a mo' di collane, con le tute mimetizzate. Poi si avviarono verso il paese, dove radunarono tutte le persone, compresi il padre e la madre, la quale si aggrappò ad uno di questi, per non farlo portare via, ricevendo un calcio che la fece cadere a terra. Parte di quelle persone, insieme al padre, furono portate via, non si sa dove, e si seppe che alcuni furono uccisi più in fondo al paese, nel canale dove si scendeva per arrivare a Pietrasanta.
II P.M. le ha fatto presente che un signore, che ora non c'è più, tale Stefano LUCCHETTI, in un verbale di interrogatorio del 16 giugno 1946 ha ricordato che lei svolgeva il mestiere di sarta, e che questo le avrebbe consentito di conoscere un ufficiale della 16a Divisione Reichsfuhrer SS che insieme ad un altro militare aveva alloggiato nella sua abitazione e che la sera prima del 12 agosto si erano allontanati, evidentemente per partecipare alla strage. La teste ha confermato di aver conosciuto un certo Bruno KRAMER, ma non sapeva neanche lei se fosse o meno delle SS, comunque ha assicurato che si trattava di una conoscenza successiva alla strage, tant'è che non ricordava di aver conosciuto quel tale LUCCHETTI, ed anche il tedesco lo conobbe a Capezzano Pianore dove c'era una signora tedesca che lei conosceva in precedenza.
All'udienza del 16.12.2004 la difesa SCHONEBERG, con riferimento alle dichiarazioni di Bruno TERIGI, produceva certificato medico del 15.04.2004 relativo ad assenza di ferite al petto del proprio assistito su cui il Tribunale si riservava circa l'utilità e, quindi, l'utilizzabilità.
La difesa SOMMER prestava il consenso all'utilizzabilità delle dichiarazioni rese alla p.g. da HETTESHEIMER, LIPPERT e MELLHS e rappresentava di non avere rilievi da muovere circa l'utilizzabilità del verbale del teste BARTLEWSKY. Tutti gli altri difensori si associavano, quindi il P.M. rinunciava alla richiesta di rogatoria per i testi indicati e produceva il verbale delle dichiarazioni di HETTESHEIMER (p.g. Stoccarda 09.03.2004), LIPPERT (p.g. di Baden-Wurtenberg 23.03.2004) e MELLHS (Procura di Luneburg 03.06.2006).
II P.M., per il BARTLEWSKY, faceva riferimento alla rogatoria già in atti, mentre con riguardo al teste EGGERT, chiedeva fosse data lettura dei verbali del 16.05.2002 e del 18.10.2002, già in atti, alla quale i difensori nulla opponevano. Per i testi GEKELER, KURS e ZILLER, nonchè per gli altri testi ed imputati di reato connesso, confermava le richieste di cui all'atto depositato in cancelleria iI 04.12.2004.
I difensori nulla osservavano anche con riferimento alla lettura dei verbali di interrogatorio degli imputati che, pertanto, venivano dati per letti (per GORING l'esame del 25.03.2004, richiamato nell'interrogatorio del 16.6.2004 è stato prodotto all'udienza del 7.6.2005).
Il P.M. non faceva richiesta di esame in relazione all'indagato di reato connesso BAUMGART Alfred, mentre formulava richiesta ex art.507 c.p.p. per l'esame dei testi HOLLE e SCHMIDT, in quanto testimoni oculari dei fatti. I difensori di CONCINA e SOMMER non si opponevano e prestavano il consenso sin da quel momento all'acquisizione dei verbali dei loro interrogatori, mentre gli altri difensori si rimettevano. La difesa dello SCHONEBERG insisteva per l'esame di Paolo PAOLETTI, autore di un saggio sulla Strage. Il Tribunale, a scioglimento della riserva ammetteva l'acquisizione del certificato medico dello SCHONEBERG, e disponeva la citazione con rogatoria per l'esame dei testi HOLLE e SCHIMDT. A questo punto il P.M. procedeva per tutti gli imputati, tranne che per GORING, alla modifica dell'imputazione consistente nell'aggiunta delle parole "in zone limitrofe e" alla parte concernente le uccisioni in zona Coletti, sicchè sul punto l'imputazione risulta formulata come segue: “altre persone, in numero imprecisato, venivano uccise, con modalità simili a quelle sopra descritte, in zone limitofe e in località "Molini", presso la borgata "AlIe case" e lungo la strada per Valdicastello”. L'imputazione a carico del GORING veniva, invece, riformulata, senza opposizione della difesa, nel senso ora indicato in epigrafe. II difensore del SOMMER ribadiva le eccezioni sulla genericità delle imputazioni già formulate in precedenza, sottolineando che, a suo avviso, le modifiche suddette non le risolvevano.
All'udienza dell'11.01.2005 a seguito della traduzione dei certificati medici fatti pervenire, si prendeva atto dell'impedimento a comparire del teste HOLLE, pertanto si disponeva una nuova citazione per l'esame. II P.M., in sostituzione integrale della documentazione già prodotta il 12.10.2004, produceva documentazione della perquisizione domiciliare fatta a SOMMER completa dei provvedimenti dell'A.G. tedesca. I difensori nulla osservavano ed il Tribunale disponeva in conformità. II difensore dell'imputato SOMMER eccepiva che i testi dovessero essere sentiti ex art. 210 c.p.p. II Tribunale, invece, riteneva li si dovesse considerare come semplici testi, e procedeva alla formulazione delle domande. La difesa SOMMER faceva, allora, notare che per la sottoposizione delle fotografie di SOMMER ai testi si sarebbe dovuto procedere con i criteri del riconoscimento personale. II Tribunale respingeva il rilievo, affermando che il riconoscimento è accertamento a forma libera. II P.M. integrava ulteriormente la contestazione per GORING e chiedeva che si procedesse alla contestazione mediante notificazione del verbale recante le modificazioni.
All'udienza del 09.03.2005 si acquisiva il verbale dell'esame di HOLLE, di cui veniva dato incarico di traduzione, e si prendeva atto della comunicazione dei motivi sanitari per cui non era stato fatto l'esame di SCHMIDT, motivo per il quale il P.M. instava per la reiterazione della rogatoria. Lo stesso P.M., richiamandosi a quanto riferito dalla teste KOHL nel corso dell'esame, chiedeva l'acquisizione delle cassette audio contenenti le interviste a RICTHER e CRUSEMANN. Su entrambe le richieste le difese non si opponevano e il Tribunale, considerata la rilevanza delle interviste, ex art.507 c.p.p. ne disponeva I'acquisizione e la traduzione, nel contempo disponendo una nuova citazione della giornalista.
La richiesta del difensore del GROPLER di sospensione del processo nei confronti del proprio assistito per la sua impossibilità di partecipare validamente al processo per motivi di salute, come da certificato medico, veniva respinta per le ragioni specificate nell'ordinanza unita al verbale di udienza.
La difesa SOMMER chiedeva fosse precisato il punto f) delle domande di cui all'elenco precedentemente stilato dal Tribunale in riferimento alla rogatoria di SCHMIDT. NuIla opponendo il P.M., il Tribunale reiterava la richiesta di rogatoria con la modifica della domanda di cui alla lettera f)-1 specificando che dopo le generalità del SOMMER si inseriscano le parole: "Dalla pubblica accusa indicato avente all'epoca dei fatti il grado di sottotenente e l'incarico di comandante della 7° Compagnia".

6 La riunione del processo a carico di BRUSS Werner, RAUCH Georg e SCHENDEL Heinrich.
All'udienza del 17.05.2005, a seguito di decreto che dispone il giudizio pronunciato nel giudizio di impugnazione nel procedimento a carico di BRESS Werner, RAUCH Georg e SCHENDEL Heinrich, veniva iniziata, dinanzi ad altro Collegio, la trattazione del processo. Su concorde richiesta delle parti veniva disposta la riunione di quel processo al presente, con espressa adesione dei difensori all'utilizzazione di tutto il compendio probatorio in esso formatosi.
Nel prosieguo si prendeva atto che non era comparsa per impedimenti personali la giornalista KOHL, e si acquisiva una sua lettera nella quale la medesima, nel rendere noto l'impedimento, illustrava circostanze attinenti al colloquio con l'intervistato RICTHER, spiegando che non ebbe ad effettuare alcuna registrazione del colloquio con CRUSEMANN. Il Tribunale, preso atto, si riservava di rinnovare la citazione.
II P.M., avendo rilevato che nel fascicolo del dibattimento (Faldone H, cartella 4 secondo l'originaria classificazione, contenuto nel Fascicolo del dibattimento n.1) per mero errore di omissione risultavano mancanti le traduzioni in italiano di alcuni documenti acquisiti presso il Bundesarchiv di Friburgo, depositava le traduzioni mancanti, che il Tribunale acquisiva nulla opponendo le parti. Si dava, poi, incarico all'interprete di tradurre l'esame del teste SCHMIDT effettuato per rogatoria.
All'udienza del 07.06.2005 il P.M. chiedeva l'acquisizione dell'interrogatorio della moglie dell'imputato SCHENDEL, della documentazione personale di quest'ultimo acquisita presso il Bundesarchiv, l'esame testimoniale di un impiegato presso la Deutsche Dienstelle e la documentazione pensionistica del sunnominato ivi rinvenuta (dalla quale risulta che lo stesso si trovava in Italia sin dal 01.08.1944, nonchè i rapportini delle perdite del reparto e quello del giugno 1944, in cui risulta il decesso del Cap. REICH, Comandante della 7° Compagnia, e indirettamente la sua sostituzione con il SOMMER). Come illustrato dal rappresentante della pubblica accusa si tratta di atti e documenti che costituiscono l'esito delle indagini a suo tempo disposte dal G.U.P., ex art. 421 bis c.p.p., inseriti nel fascicolo del P.M., come risultante all'esito della formazione di quello del dibattimento da parte della Corte Militare di Appello, che aveva emesso il decreto che dispone il giudizio nei confronti del sunnominato imputato.
Sempre il P.M. produceva, per il GORING, l'interrogatorio del 25.03.2004, in quanto richiamato nell'interrogatorio del 16.6.2004 di cui, pertanto, deve ritenersi parte integrante.
La difesa RAUCH produceva, invece, documentazione relativa al procedimento in Germania sullo stesso fatto a carico del proprio assistito e definito con archiviazione, che veniva acquisita.
II Tribunale, nulla opponendo le parti, disponeva l'acquisizione di tutto l'incarto suindicato.
II difensore del SOMMER esprimeva il proprio dissenso, ex art. 513 c.p.p., in ordine alla utilizzabilità degli interrogatori dei coimputati nei confronti del proprio assistito. II P.M. ribadiva il proprio assunto secondo cui si tratta di interrogatori pienamente utilizzabili, in quanto già legittimamente acquisiti ai sensi dell'art. 431, lett. f), c.p.p.
II Tribunale, delibava l'eccezione dichiarando la piena utilizzabilità di tutti gli atti del fascicolo del dibattimento, come risultanti sia dal provvedimento ex art. 431 c.p.p. del G.U.P., sia dall'ordinanza ai sensi dell'art. 491 c.p p. pronunciata all'udienza del 14.07.2004, fatti salvi i dinieghi di consenso all'acquisizione come risultanti dal verbale di quell'udienza.
Pertanto, ai fini del giudizio devono essere considerati pienamente utilizzabili tutti gli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento, come formatosi secondo le acquisizioni di cui si è dato conto sopra. In tal senso è, infatti, l'insegnamento della Corte di Cassazione, secondo il quale “la legittima I'acquisizione nel detto fascicolo di dichiarazioni rese nella fase delle indagini comporta la utilizzabilità ai fini probatori”. (Cass. 16.1.95, Catti; conforme Cass. 10.11.97, Venturelli, in Cass. Pen. 99, 2950).
All'udienza del 9 giugno 2005 il Tribunale acquisiva i rapporti nominativi delle perdite relative al periodo 29 maggio-8 giugno 1944, in lingua tedesca con annessa traduzione, nonchè gli altri relativi al periodo successivo prodotti dal P.M. in relazione alle allegazioni difensive della difesa RAUCH alla precedente udienza.

2.7 La conclusione del dibattimento e le richieste delle parti.
Alla stessa udienza del 9 giugno 2005 veniva iniziata la precisazione delle conclusioni delle parti.
II P.M. chiedeva la pena dell'ergastolo per tutti gli imputati, riservandosi di produrre, in relazione alla posizione dei singoli, estratti dal fascicolo del dibattimento, sistemati in modo ragionato, ai fini di una più agevole consultazione.
I difensori delle parti civili Regione Toscana e Provincia di Lucca, si associavano alle richieste del P.M. chiedendo la condanna degli imputati per i reati loro ascritti anche al risarcimento del danno come indicato nelle conclusioni scritte.
All'udienza del 14 giugno 2005 il P.M. produceva le sinossi indicate nell'udienza precedente e le difese delle parti civili Presidenza del Consiglio dei Ministri e Comune di Stazzema formulavano le loro conclusioni instando per l'affermazione di penale responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno, con vittoria di spese. I patroni delle parti civili Maria Augusta, Gian Paolo e Antonio Augusto BALDASSARRI e di Alice ed Ilde GUADAGNUCCI, instavano per la condanna degli imputati in ordine ai reati loro ascritti, con conseguente condanna al risarcimento del danno ed alla rifusione delle spese.
La difesa SONNTAG chiedeva l'assoluzione del medesimo per non aver commesso iI fatto.
All'udienza del 16 giugno 2005 si procedeva con le richieste dei difensori. Per il GORING veniva richiesta l'assoluzione, trattandosi di persona non punibile per aver adempiuto ad un dovere o per aver agito in stato di necessità. II difensore BRUSS ha instato per l'assoluzione del suo assistito, quanto meno ai sensi dell'art. 530 comma 2 c.p.p., per non aver commesso il fatto. Anche per il RICTHER e lo SCHENDEL veniva richiesta assoluzione con ampia formula. La difesa del CONCINA ha richiesto l'assoluzione del medesimo perchè il fatto non costituisce reato.
All'udienza del 21 giugno 2005 la difesa GROPLER articolava la sue conclusioni chiedendo, in principalità, la declaratoria di difetto di giurisdizione a favore dell'Autorità Giudiziaria ordinaria, in primo luogo ai sensi del combinato disposto degli artt. 13, comma 2, e 20 c.p.p. e dell'art. 264 c.p.m.p. In secondo luogo, perchè i fatti sarebbero estranei alla guerra, e quindi non riconducibili al disposto degli artt. 13 e 185 c.p.m.g. In subordine instava per una pronuncia di non doversi procedere per difetto della condizione di procedibilità di cui all'art. 248 c.p.m.g. e, in ulteriore subordine, la declaratoria di nullità di tutti gli atti processuali successivi al primo, ai sensi dell'art. 300 c.p.m.p. in relazione all'art. 185 n. 3 c.p.p., per violazione dell'art. 2 D.Lgs. C.P.S. 2 ottobre 1947, n. 1144, ratificato con L. 31 gennaio 1953 n. 72. Infine, nel merito, chiedeva, nell'ordine, per la sussistenza della scriminante dello stato di necessità, l'assoluzione per non aver commesso il fatto, eventualmente con formula dubitativa, l'applicazione dell'amnistia di cui all'art. 2 lett. b) del D.P.R. 4 giugno 1966 e, in estremo subordine, la concessione delle circostanze attenuanti generiche ed il minimo della pena. Anche la difesa RAUCH chiedeva l'assoluzione per non aver commesso il fatto.
Per lo SCHONEBERG il difensore instava per l'assoluzione trattandosi di persona non punibile per aver adempiuto ad un dovere, ovvero per non aver commesso il fatto e, in subordine, comunque la concessione delle circostanze attenuanti generiche.
La difesa SOMMER concludeva richiedendo l'assoluzione del medesimo per non aver commesso il fatto e, in subordine, l'applicazione, con giudizio di prevalenza o almeno di equivalenza, delle circostanze attenuanti generiche e di quella di cui all'art. 59 n.1 c.p.m.p., con conseguente riconoscimento dell'intervenuta prescrizione dei reati.
All'udienza del 22 giugno 2005 la difesa SOMMER produceva, per una pronta consultazione, la documentazione estratta dal fascicolo del dibattimento cui aveva fatto riferimento all'udienza precedente nel formulare le sue conclusioni.
II P M. replicava, insistendo per la condanna secondo le conclusioni già rassegnate e produceva memoria illustrativa. Anche gli altri difensori replicavano insistendo per l'accoglimento delle proprie conclusioni.
La difesa SCHONEBERG produceva la documentazione estratta dal fascicolo del dibattimento a sostegno delle proprie conclusioni.
La difesa SOMMER produceva conclusioni scritte ed instava per l'acquisizione ex art. 507 c.p.p. del verbale dell'esame del teste HETTESHEIMER, reso il 28 aprile 2004 su rogatoria della pubblica accusa in fase di indagini suppletive. Il P.M. si opponeva ed il Tribunale si riservava di decidere sul punto.
All'esito del dibattimento il Tribunale condannava tutti gli imputati alla pena dell'ergastolo, nonchè al risarcimento del danno in favore delle parti civili, con provvisionale e rifusione delle spese, secondo quanto specificato nel dispositivo.

Motivazione

3. I motivi della decisione.
Prima di passare ad illustrare le ragioni per le quali il Collegio è pervenuto all'affermazione di penale responsabilità, ed alla conseguente determinazione della misura della pena, ci si deve occupare di alcune pregiudiziali questioni che, ove risolte nel senso voluto dai difensori che le hanno poste, avrebbero escluso in radice la possibilità di una pronuncia di questo Tribunale nei confronti degli odierni imputati.

4. Le eccezioni riguardanti iI difetto di giurisdizione.
Tra dette questioni, particolare rilievo assumono quelle concernenti l'eccepito difetto di giurisdizione, che sono state poste più volte dai difensori degli imputati, sia in sede di questioni preliminari, sia durante il dibattimento, fino alla formulazione delle conclusioni. Trattandosi di problematiche alquanto articolate, si impone una trattazione cadenzata.

4.1 L'eccezione concernente l'applicabilità dell'art. 264 c.p.m.p.
Si deve subito affrontare, dato il suo carattere squisitamente pregiudiziale, l'eccezione di difetto di giurisdizione sollevata, con riferimento al disposto dell'art. 264 c.p.m.p., dalla difesa dell'imputato GROPLER al momento della precisazione delle conclusioni.
Tale assunto si richiama a recenti pronunce della Suprema Corte, secondo le quali l'art. 264 c.p.m.p., sino ad allora ritenuto abrogato e sostituito dall'art. 13 c.p.p., sarebbe ancora vigente ed applicabile nell'ipotesi di concorso nel reato tra militari ed estranei, con conseguente radicamento della giurisdizione ordinaria. Nel caso di specie, ha osservato il difensore, è emerso che alla commissione dei fatti parteciparono dei civili italiani, quindi soggetti non appartenenti alle forze armate tedesche, sicchè ci si troverebbe di fronte ad un caso di concorso di estranei nel reato e, dunque, stante il disposto dell'art. 264 c.p.m.p., la competenza a conoscere del fatto sarebbe dell'Autorità giudiziaria ordinaria.
Come è noto, il testo dell'art. 264 c.p.m.p. è il seguente:
”Connessione di procedimenti.
Tra i procedimenti di competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria e i procedimenti di competenza dell'autorità giudiziaria militare si ha connessione solamente quando essi riguardano delitti commessi nello stesso tempo da più persone riunite o da più persone anche in tempi e luoghi diversi, ma in concorso tra loro o da più persone in danno reciprocamente le une delle altre, ovvero delitti commessi gli uni per eseguire o per occultare gli altri o per conseguirne o assicurarne, al colpevole o ad altri, il profitto, il prezzo, il prodotto o la impunità.
Nei casi preveduti nel comma precedente è competente per tutti i procedimenti I'autorità giudiziaria ordinaria. Non di meno la Corte di cassazione, su ricorso del pubblico ministero presso il giudice ordinario o presso il giudice militare, ovvero risolvendo un confitto, può ordinare, per ragioni di convenienza, con sentenza, la separazione dei procedimenti. Il ricorso ha elfetto sospensivo”.

L'art. 13 c.p.p., invece, recita:
”Connessione di procedimenti di competenza di giudici ordinari e speciali.
1. Se alcuni dei procedimenti connessi appartengono alla competenza di un giudice ordinario e altri a quella della Corte costituzionale, è competente per tutti quest'ultima.
2. Fra reati comuni e reati militari, la connessione di procedimenti opera soltanto quando il reato comune è più grave di quello militare, avuto riguardo ai criteri previsti dall'articolo 16 comma 3.
In tale caso, la competenza per tutti i reati è del giudice ordinario”.

Secondo quanto ritenuto dalla Suprema Corte nelle decisioni evocate dal difensore del GROPLER, l'art. 13 c.p.p. sarebbe applicabile soltanto nel caso di pluralità di reati, mentre nell'ipotesi di concorso nel medesimo reato si dovrebbe far riferimento al disposto dell'art. 264 c.p.m.p., da ritenersi tuttora in vigore. Ciò in quanto ”...la lettura della disposizione del codice rivela inequivocamente che il secondo comma dell'art. 13 non ha affatto abrogato I'art. 264 c.p.m.p. e che il suo campo di applicazione è unicamente circoscritto alla delimitazione della vis attrattiva nella giurisdizione ordinaria di tutti i casi di connessione prefigurati nell'art. 264, essendo stata la connessione a favore della giurisdizione del giudice ordinario confermata nelle ipotesi in cui il reato comune sia più grave o di pari gravità rispetto a quello millitare ... il coordinamento tra le due disposizioni rende, dunque, evidente che I'art. 13 segna un limite all'operatività della disposizione dell'art. 264 c.p.m.p., nel senso che quest'ultima norma, che sancisce la prevalenza della giurisdizione ordinaria su quella millitare, non si applica quando il reato più grave sia quello millitare, dovendo in questo caso ritenersi che non possa farsi riferimento alla disciplina della connessione per giustificare l'integrale devoluzione della giurisdizione al giudice ordinario e che i procedimenti debbano restare separati: quello relativo al più grave reato militare rientra nella cognizione del giudice speciale, mentre quello riguardante il reato comune resta compreso nella giurisdizione del giudice ordinario”.
I Giudici di legittimità sottolineano, al riguardo, che ”... Le ragioni della deroga apportata dall'art. 13, comma 2, all'art. 264 c.p.m.p. sono chiaramente indicate nella Relazione al Progetto definitivo del codice vigente, nella quale è stata fornita una precisa giustificazione della disposta modifica attraverso I'osservazione che appare "l'attrazione nella competenza dell'autorità giudiziaria dei reati militari connessi con un reato comune eccessivamente ed irragionevolmente limitativa della giurisdizione militare: infatti, mentre in base all'art. 264 c.p.m.p la connessione opera solo tra delitti, in base al combinato disposto dagli artt. 12 e 13 del Progetto preliminare, essa operava genericamente tra reati; con la conseguenza che una contravvenzione appartenente alla competenza del giudice ordinario avrebbe avuto la capacità di attrarre nella competenza di quest'ultimo un delitto militare a quello connesso. Al riguardo, si è perciò ritenuto più opportuno prevedere I'operatività della connessione a favore dell'autorità giudiziaria ordinaria solo quando il reato appartenente alla sua cognizione sia più grave di quello militare".
Pertanto, la sfera di operatività del secondo comma dell'art. 13 del codice di rito incide esclusivamente sull'applicazione della normativa relativa alla connessione: questa, non essendo coperta dalla forza precettiva dell'art. 103, comma 3, della Carta fondamentale,
può ben essere variamente modellata dal legislatore ordinario, con I'unico limite costituito dall'impossibilità per il giudice speciale - anche in caso di maggiore gravità del reato militare - di esercitare la giurisdizione nei confronti di chi non appartiene alle Forze armate, restando in ogni caso riservata al giudice ordinario la cognizione del reato comune meno grave.

Le precedenti considerazioni pongono in luce che mancano le condizioni per l'applicazione dell'art. 13, comma 2, c.p.p. nell'ipotesi di un reato commesso da un militare in concorso con un soggetto non appartenente alle Forze armate. Invero, per escludere l'operatività dell'art. 13 è sufficiente osservare che la disposizione ha come indispensabile presupposto una pluralità di reati, comuni e militari, e che, invece, I'art. 110 c.p. configura una fattispecie plurisoggettiva unitaria, onde, stante la struttura monolitica dell'istituto del concorso di persone, il reato è unico e, non potendo ravvisarsi un pluralità di reati, non è neppure possibile ipotizzare I'esistenza di un reato militare più grave di quello comune: situazione, questa che rappresenta la sola, specifica e tassativa, condizione idonea ad impedire l'operatività della connessione a favore della giurisdizione ordinaria e a legittimare la giurisdizione speciale nei confronti dell'appartenente alle Forze armate.”

II Tribunale ritiene, però, che l'eccezione non possa trovare adesione e che – secondo quanto sostenuto dalla dottrina e dalla giurisprudenza sino ad ora dominanti - il nuovo indirizzo giurisprudenziale non appaia condivisibile, in quanto ad esso si oppongono argomentazioni sistematiche ed anche letterali.

In primo luogo va detto che sino alla pronuncia delle menzionate decisioni la Corte di Cassazione aveva ritenuto che nel caso di un unico fatto delittuoso, commesso in concorso da un civile e da un militare, i cui elementi integrino soggettivamente e oggettivamente gli estremi di un reato militare, non operasse la connessione prevista dall'art. 13, secondo comma, cod. proc. pen., che richiede la presenza di più reati diversi, con la conseguenza della necessaria celebrazione di separati processi (Sez. I, sentenza n. 12782 del 23 nevembre 1995, in Ced Cass., rv. 203165).
Inoltre, va tenuto presente quanto affermato dalla Corte Costituzionale nell'ordinanza n. 441 del 23 dicembre 1998, con la quale è stata dichiarata manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale afferente il dedotto contrasto tra l'art. 3 della Costituzione e l'art. 13, comma 2, c.p.p. Al riguardo i Giudici delle leggi ebbero ad osservare che la scelta del legislatore di operare, con l'art. 13 menzionato, “... una riduzione dei casi di connessione tra reati comuni e reati militari rispetto alla disciplina prevista dall'art. 49, terzo comma, del codice di procedura penale del 1930 (poi superato dall'art. 8 della legge 23 marzo 1956, n. 167, a sua volta sostitutivo dell'art. 264 del codice penale militare di pace mediante una disciplina che ha privilegiato la vis attractiva del giudice ordinario) - delinea una soluzione normativa non censurabile, in quanto espressione di una scelta non irragionevole del legislatore, che si inserisce nell'impostazione di fondo del processo penale in favore della trattazione separata dei procedimenti”. Si sostiene, ancora, nell'ordinanza in parola, che “... con riferimento ai rapporti tra i procedimenti per reati comuni e militari, non puoò dirsi imposto dal principio di ragionevolezza un assetto normativo che, in vista dell'interesse dell'imputato a un (del tutto eventuale) simultaneus processus, travalichi in ogni caso i Limiti entro cui ordinariamente si esercitano le due distinte giurisdizioni (v., in relazione alla disciplina della connessione tra reati comuni e militari sotto la vigenza del codice di procedura penale del 1930, sentenze n. 206 del 1987, n. 73 del 1980, n. 196 del 1976, n. 29 del 1958)”. Vieppiù incisivo è un ulteriore passaggio dell'ordinanza, nel quale si evidenzia che “... la scelta del vigente codice di procedura penale di limitare i casi di connessione tra reati comuni e militari alle ipotesi di maggiore gravità del reato comune risponde all'esigenza, sottolineata nella Relazione al progetto definitivo del codice (p. 166), di evitare che, attraverso I'estensione della competenza attrattiva del giudice ordinario a tutte le ipotesi di connessione previste dall'art. 12 cod. proc. pen., l'esercizio della giurisdizione militare risultasse eccessivamente e irragionevolmente penalizzato, in quanto operante, paradossalmente, anche nelle ipotesi in cui il reato militare fosse connesso con un mero reato contravvenzionale di competenza del giudice ordinario”. Sulla scorta di quanto sin qui richiamato del contenuto della pronuncia della Corte Costituzionale, si deve ritenere che l'art. 13 c.p.p. contenga l'esaustiva disciplina della connessione tra reati comuni e militari, e che tale disciplina non contempli tutti i casi considerati dall'art. 12 c.p.p. Ne consegue che non può essere ritenuto ancora vigente l'art. 264 cp.m.p. nella parte in cui prevede(va) la competenza del giudice ordinario in caso di reato militare commesso in concorso da militari e da civili, in quanto l'ipotesi di concorso nel reato è attualmente prevista dall'art. 12, lett. a), c.p.p., che non rientra nella previsione dell'art. 13 c.p.p. (cioè, sostanzialmente: pluralità di reati e reato comune più grave). Diversamente opinando si finirebbe con entrare in contrasto con quanto ritenuto dalla Corte Costituzionale, introducendo indebitamente una "estensione" del disposto dell'art. 13 cp p., che i Giudici delle leggi hanno espressamente escluso.

Infine, una conferma del fatto che l'art. 264 c.p.m.p. debba ritenersi abrogato si ricava dal fatto che nell'art. 210 del Progetto preliminare delle norme di attuazione, coordinamento e transitorie del codice di procedura penale era previsto un secondo comma, nel quale si diceva espressamente che l'art. 264 c.p.m p. era abrogato. Tale previsione è stata, però, eliminata nel progetto definitivo, a seguito delle Osservazioni della Commissione Ministeriale, secondo le quali ”...l'art. 13 del nuovo codice di procedura penale disciplina compiutamente la materia, determinando ex se l'abrogazione dell'art. 264 c.p.m.p.”
Ciò detto, si deve, comunque, osservare che il procedimento nei riguardi di GARIBALDI Aleramo, BURATTI Guido e RICCI Giuseppe, per l'asserita loro partecipazione all'eccidio - del quale si hanno notizie in atti, anche se non molto precise - è ormai in ogni caso definito, sicchè non si potrebbe mai porre una questione di vis attractiva, come ripetutamente riconosciuto dalla giurisprudenza del Supremo Collegio (Cass., Sez. I, sent. n. 11047 del 06 giugno 2002, in Ced Cass., rv. 222248, nella quale si afferma che, pur rappresentando la connessione un fattore originario ed autonomo di attribuzione della competenza, ... I‘essenza dell'istituto consiste comunque in un vincolo tra procedimenti, che non permane quando cessa in radice la pluralità dei procedimenti medesimi; Cass., sez. 1, sent. n. 1399 del 15 dicembre 1999, ivi, rv. 215228).
Da ultimo va detto che, in ogni caso, anche volendo considerate l'art. 264 c.p.m.p. ancora in vigore, se ne dovrebbe fare applicazione conforme ai principi individuati in passato dai Giudici di legittimità. A tal proposito va ricordato che, secondo quanto ripetutamente affermato, non in tutti i casi di ravvisabilità di un concorso di estranei nel reato si determina(va) la competenza del giudice ordinario. Infatti, è stato detto che ”...l'art. 264 c.p.m.p. regola le ipotesi di connessione tra procedimenti di competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria e di quella militare, quando esse riguardano delitti commessi da più persone riunite o da più persone anche in tempi e luoghi diversi, ma in concorso tra loro... sicchè deve esservi una connessione tra procedimenti pendenti, non tra reati eventualmente conftgurabili, e deve esservi concorso tra le persone” (Cass., sez. II pen., 14 febbraio 1996, n. 3280). Dunque, anche con riguardo ai riferimenti fatti da alcuni testimoni a soggetti in divisa tedesca che parlavano in italiano e, addirittura, in dialetto versiliese, di cui si è detto sopra nella trattazione dello svolgimento del processo, va osservato che non possono essere utilizzati a suffragio dell'assunto difensivo, mancando qualsivoglia elemento che possa far affermare con certezza che siano stati individuati, o siano individuabili, soggetti non militari ai quali ascrivere il reato de quo a titolo di concorso nel reato. Conseguentemente, mancherebbero del tutto i presupposti per una connessione di procedimenti, non essendo questa ipotizzabile con riferimento alla posizione di eventuali ignoti civili, i quali giammai potrebbero figurare come imputati in un processo e, quindi, a maggior ragione in un simultaneus processus con militari.
Per tutti i suesposti motivi, non vi è spazio alcuno per ritenere che il fatto contestato non appartenga alla giurisdizione dell'Autorità giudiziaria militare e, segnatamente, di questo Tribunale Militare.

4.2 L 'eccezione di carenza di giurisdizione relativa alla qualiftcazione giuridica del fatto.
Deve, altresì, essere respinta l'ulteriore eccezione di carenza di giurisdizione della difesa GROPLER, formulata con riferimento alla qualificazione giuridica del fatto. Secondo tale assunto le condotte contestate non sarebbero inquadrabili nel disposto dell'art. 185 c.p.m.g., mancando la necessaria condizione della sua commissione per cause estranee alla guerra. Ad avviso del difensore, infatti, ”...l'eccidio indiscriminato di civili disarmati, in massima parte vecchi, donne e adolescenti” di cui alla contestazione avvenne per ”... semplice connessione occasionale con lo stato di guerra” e, dunque, il fatto non integrerebbe il reato p. e p. dall'art. 185 c.p.m.p., bensì quello di omicidio, rientrante nella giurisdizione dell'Autorità giudiziaria ordinaria. Quanto verrà illustrato più avanti, per soli motivi di logicità espositiva, in ordine alla correttezza della qualificazione giuridica del fatto, comporta la decisa reiezione dell'eccezione, ancorata ad una ricostruzione del fatto e dei suoi presupposti assolutamente non condivisibile.

L'eccezione concernente il difetto della condizione di procedibilità prevista dall'art. 248 c.p.m.g.
Neppure la questione afferente il difetto della condizione di procedibilità prevista dall'art. 248 c.p.m.g. può trovare adesione. A tale proposito il difensore obietta che non risulta che sia stata avanzata la richiesta del Ministro della Giustizia prevista dal comma 2 di detta disposizione per i reati indicati nell'art. 165 commessi da estranei alle forze armate dello Stato. L'obiezione è del tutto priva di pregio ed appare il portato di una difettosa lettura del dettato normativo, già articolatamente respinta quando venne formulata nel processo a carico di REDER.
Preliminarmente va detto che l'art 165 c.p.m.g. non reca più l'originario testo, essendo stato totalmente riformulato dall'art. 2, lett. d), della legge 31 gennaio 2002, n.6. Ciononostante si deve ritenere che al vecchio testo si possa far riferimento al solo fine di integrare il disposto dell'art. 248 stesso codice. Premesso ciò, dal combinato disposto dei citati articoli si ricava che la condizione di procedibilità in argomento è necessaria soltanto per i reati preveduti dal capo secondo, dalla sezione prima del capo terzo e dal capo sesto del titolo IV del codice penale militare di guerra. Tra i reati contemplati, dunque, non rientra quello di cui all'art. 185 c.p.m.g. contestato agli imputati, che è contenuto nella sezione seconda del capo terzo del titolo IV, con la conseguenza che per procedere per tale delitto non occorre alcuna richiesta del Ministro della Giustizia.

6. Le questioni di nullità.
Va disattesa anche l'eccezione di nullità avanzata dalla difesa GROPLER in relazione all'asserita violazione del disposto dell'art. 2 del D. Lgs.C.P.S. 2 ottobre 1947, n. 1144 (come ratificato con legge 31 gennaio 1953, n. 72 (in G.U. n. 57 del 9 marzo 1953).
A dire del difensore, il suo assistito sarebbe stato privato della possibilità di ”... farsi assistere oltre che, ovviamente, da un proprio avvocato di fiducia, o da quello nominatogli d'ufficio, anche da una figura di sostegno denominato "coadiutore" ("giurista anche se non avvocato") cittadino del suo Stato”. L'omesso avviso all'imputato di tale facoltà, da esercitarsi entro cinque giorni dalla notificazione della "sentenza di rinvio a giudizio", conclude il difensore, ha determinato una nullità assoluta ed insanabile, ai sensi degli artt. 300 c.p.m.p. e 185 n. 3 c.p.p., che travolgerebbe tutti gli atti successivi.
Il testo della disposizione menzionata è il seguente:
”...l'imputato che non abbia scelto un difensore di fducia o che abbia scelto un difensore che non conosca la sua Iingua può nominare un giurista, anche non avvocato, cittadino del suo stato, in qualità di coadiutore del difensore. la nomina deve essere fatta entro il termine di cinque giorni dalla notificazione della sentenza di rinvio a giudizio o della richiesta del decreto di citazione a giudizio, previo invito nei modi stabiliti dal primo, dal terzo e dal quarto comma dell'art. 354 del codice penale militare di pace per la scelta del difensore”.
Preliminarmente non si può non rilevare una singolare particolarità che caratterizza la disposizione richiamata dal difensore. Infatti, l'art. 2 del D.Lgs.C.P.S. fa riferimento a modalità di comunicazione dell'invito a nominare "il giurista" che richiamano quanto stabilito per la scelta del difensore dal primo, dal terzo e dal quarto comma dell'art. 354 c.p.m.p., disposizione che, però, era stata già abrogata dall'art. 3 del D.Lgs.C.P.S. 20 agosto 1947 n. 1103. A parte ciò, va detto che anche tale obiezione origina da una difettosa lettura delle disposizioni disciplinanti la materia. Infatti, il quadro normativo cui essa si appiglia risulta decisamente datato ed integralmente superato dalla nuova disciplina introdotta con la legge 9 febbraio 1982, n. 31 (in G.U. n. 42 del 12 febbraio 1982) concernente la libera prestazione di servizi da parte degli avvocati cittadini degli stati membri dell'Unione Europea, nonchè dal decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96 (in G.U. n. 79, suppl. ord. del 4 aprile 2001, con il quale è stata data attuazione della direttiva comunitaria n. 98/5/CE, volta a facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato della Comunità membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica professionale (come stabilito nella delega contenuta nell'art. 19 della legge 21 dicembre 1999, n. 526, in materia di esercizio della professione di avvocato).
Secondo le nuove disposizioni, infatti, hanno trovato attuazione i principi del diritto comunitario in tema di libera circolazione dei servizi professionali all'interno del territorio dell'Unione europea, ed in tema di diritto allo stabilimento dei professionisti cittadini di Stati membri dell'Unione europea in ogni Stato membro dell'Unione, al fine di garantire la tutela del pubblico degli utenti e il buon funzionamento della giustizia.
Pertanto, il diritto di difesa del cittadino straniero imputato in uno degli Stati dell'Unione è, ora, ampiamente garantito dalla possibilità di farsi assistere anche da un difensore del suo Stato di appartenenza, sicchè la disposizione evocata dal difensore risulta del tutto superata, anche in considerazione del fatto che appresterebbe una tutela di ben minore portata rispetto alla nuova normativa. Di qui l'inesistenza dell'eccepita nullità.

7. La ricostruzione dei fatti.
Terminata l'esame delle questioni di rito, si può ora, passare a quella afferente alla ricostruzione dei fatti per i quali si procede.
La complessità delle vicenda oggetto dell'imputazione richiede una trattazione diffusa, che ne illustri in dettaglio tutti gli aspetti qualificanti e provveda, nel contempo, a dare un inquadramento sistematico e ragionato a tutto il materiale probatorio acquisito nel corso del dibattimento. Un'articolazione per singoli temi favorirà l'esposizione.

7.1. Il contesto storico degli avvenimenti.
Dopo i primi sbarchi Alleati nell'estate del 1943, che fecero da preludio alla caduta di MUSSOLINI ed al cambio di alleanze a seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943, cominciò una lenta ma costante ritirata delle forze tedesche, fino ad allora presenti nel nostro territorio a supporto dell'alleato italiano, lungo la penisola. La liberazione del territorio italiano dalle forze naziste fu un'operazione molto faticosa, soprattutto per le unità americane e britanniche (oltre che alcune neozelandesi, polacche, indiane, canadesi, sudafricane e nordafricane), cui costò molte perdite a causa della tenace resistenza tedesca, in ciò favorita dalla conformazione geografica del territorio italiano.
La scelta Alleata di sbarcare tanto a sud, infatti, aveva consentito ad HITLER di predisporre al meglio la difesa del territorio, sia reprimendo la resistenza civile e militare nelle regioni del nord, soprattutto a Milano ed a Torino, sia predisponendo delle linee di difesa a sud di Roma, obiettivi che furono perseguiti utilizzando innanzitutto le divisioni ritirate dalla Sicilia, quindi quelle appositamente trasferite dalla Francia, dal fronte russo e dai paesi dell'est europeo. Convinto che il territorio si prestasse magnificamente alla difesa, il Generale KESSELRING, cui il Fuhrer aveva personalmente assegnato il comando del settore, decise di sfruttare al meglio gli Appennini, catena montuosa che, estendendosi da nord a sud della penisola, divideva il Tirreno dall'Adriatico con numerosi contrafforti che offrivano una successione di linee difendibili e un facile controllo delle vie di comunicazione. Così, dopo un primo assestamento lungo la “Linea d'inverno”, che congiungeva Gaeta e Pescara, e su cui si concentrarono aspre battaglie dall'ottobre 1943 fino al maggio 1944 quando, solo dopo lo sbarco americano di Anzio ed un'ampia manovra di accerchiamento, gli Alleati riuscirono a violare la “Linea Gustav”, che di quella rappresentava il lato occidentale, imperniato sull'abbazia di Montecassino, e a far ripiegare i tedeschi verso nord. Tuttavia, mentre le retroguardie di KESSELRING svolgevano un'efficace azione di contorasto sui colli Albani a sud di Roma, il grosso della 10° e della 14° Armata si ritirò a nord del Tevere e da lì, a fine luglio-primi di agosto, fino alla “linea Gotica”. Correndo tra Pisa e Rimini, tra quelle che attraversavano da est ad ovest la penisola italiana, questa era stata individuata come la più facile da difendere ma anche strategicamente fondamentale e da mantenere ad ogni costo. Infatti se da un lato consentiva di proteggere l'importante zona industriale italiana che si trovava poco più a nord, dall'altro costituiva anche l'ultima barriera per ostruire quelle vie che, attraverso le Alpi, avrebbero condotto gli Alleati fino alla Germania e, quindi, direttamente nel cuore del Reich.
Per tale motivo i comandi tedeschi decisero di concentrare lungo quell'asse tutte le proprie risorse di uomini e mezzi allora disponibili anche se, come messo in evidenza (sia nell'esame dibattimentale, nella relazione di consulenza tecnica e nel saggio contenuto nella pubblicazione "Tra Storia e memoria") dal Prof. PEZZINO, docente di storia all'Università di Pisa, il quale si è occupato in modo approfondito dei crimini nazi-fascisti commessi in Italia, e consulente del P.M., l'approntamento di quella linea procedeva piuttosto a rilento anche per le difficoltà causate spesso da azioni partigiane.

7.2 I partigiani italiani.
Inizialmente la Resistenza era caratterizzata soltanto da piccoli gruppi di antifascisti e di sbandati di quello che, dopo l'8 settembre 1943, era soltanto un ex esercito. Trovandosi molto spesso isolati in zone impervie delle Apuane, questi cercarono di stabilire dei contatti tra di loro e con gli antifascisti rimasti nei paesi, dando vita così ai primi gruppi organizzati. Dopo i primi bandi di chiamata alle armi della Repubblica Sociale, inoltre, vi confluirono i sempre più numerosi renitenti e, successivamente, anche i numerosi disertori dei reparti repubblichini. In quel primo periodo, che può ritenersi esteso fino alla primavera del 1944, la Resistenza era, però, ancora una questione tra italiani, partigiani da una parte e fascisti dall'altra, almeno fino a quando, persa Roma (il 4 giugno 1944), i tedeschi cominciarono a ritirarsi sempre più velocemente verso quella linea dove avevano ritenuto si potesse e si dovesse sbarrare il passo agli Alleati. A quel punto si aprì una fase nuova della guerra e della partecipazione partigiana, basti pensare agli appelli lanciati a partire dai primi di giugno 1944 dal generale ALEXANDER, Comandante in capo delle armate alleate in Italia, affinchè tutti gli italiani insorgessero compatti contro il comune nemico tedesco; in particolare si rivolse a quei “patrioti” che si trovavano tra le loro truppe avanzate e la linea Pisa-Rimini per “... distruggere, ritardare, ingannare il nemico con tutti i mezzi... molestare le truppe tedesche e ostacolarne i trasporti in particolare”.
Con l'aumento del numero dei partigiani, inizialmente organizzati in tanti piccoli gruppi sorti attorno a un capo, si pose ben presto l'esigenza di un maggior coordinamento sia in vista della liberazione, che a molti sembrava imminente, sia per la volontà dei partiti, soprattutto quello comunista, di egemonizzare le nascenti formazioni. Oltre a ciò si aggiungeva, da un lato, la necessità di razionalizzare il sistema degli approvvigionamenti che, dato il numero limitato dei lanci da parte dell'aviazione alleata e le frequenti difficoltà per recuperarli, gravava prevalentemente sulle popolazioni locali, peraltro già sacrificate dalla scarsità delle risorse agricole e dal numero sempre crescente di sfollati dalle città costiere più esposte all'avanzata tedesca. Dall'altro lato bisognava evitare che alcune di quelle formazioni, molto spesso composte di pochi uomini, ma dalla composizione sempre più eterogenea, potessero dar luogo ad azioni non sempre rispondenti a criteri militari e politici con conseguente pregiudizio per le popolazioni locali. Nonostante i molti contrasti, a volte personali tra i leader dei vari gruppi, ma molto più spesso politici, data la tendenza ad egemonizzare il movimento partigiano ed a colorarlo politicamente, nella seconda metà del luglio 1944, il 18 secondo alcune fonti, il 25 secondo altre, si formò una formazione unica che prese il nome di X bis Brigata Garibaldi "Gino Lombardi", a sua volta organizzata in tre compagnie di circa 120 uomini, più una squadra con compiti di arruolamento e addestramento, ciascuna in località diverse nei monti della Versilia: la prima, secondo alcune fonti si era attestata sul Gabberi, nei pressi della Foce di San Rocchino, e circondava i monti di Sant'Anna, schierata ad arco quasi come triste presagio, come se avesse dovuto difenderla da un eventuale assalto nemico.
Questa nuova organizzazione determinò, nell'immediato, un'intensificazione delle operazioni partigiane che, condotte con tecniche di guerriglia, arrecavano particolare disturbo e preoccupazione nei tedeschi, soprattutto per la difficoltà delle loro truppe ad interventi in alta montagna, dove quelle trovavano rifugio. Quando invece gli attacchi venivano portati all'interno di centri abitati, magari con il ferimento o l'uccisione di militari tedeschi, il timore di pesanti rappresaglie determinava la popolazione ad abbandonare gli stessi per cercare rifugio in luoghi più sicuri. Furono proprio situazioni di quel genere, insieme alle continue richieste di cibo, che incidevano pesantemente nelle aree con il maggior numero di sfollati, oltre ai saccheggi e alle rapine da parte delle formazioni più sbandate, a creare situazioni di tensione fra gli stessi partigiani e le popolazioni locali.
Da questi nuovi e più numerosi scontri, tuttavia, non si può dire che la nuova formazione fosse uscita vittoriosa, anzi proprio quelli del 30 e 31 luglio misero in evidenza i suoi punti deboli e determinarono un suo sostanziale, quanto prematuro scioglimento. Questo, in particolare, per l'eccessiva e incontrollata crescita degli uomini datisi alla macchia, che impediva un effettivo coordinamento delle loro azioni, per le difficoltà dei rifornimenti, accresciute dai numerosi profughi in quelle stesse zone, infine per la conformazione dei luoghi, facilmente accerchiabili con azioni di rastrellamento. Fu dopo quegli scontri nelle zone di Monte Ornato e Farnocchia che molti partigiani al seguito di Ottorino BALESTRI, che della X-bis era il comandante, decisero di abbandonare i monti circostanti Sant'Anna per dirigersi nel Lucese anche se la III compagnia di Lorenzo BANDELLONI e Loris PALMA, detto "Villa", e la IV non lasciarono il Monte Gabberi.

Secondo una prima ricostruzione, quella separazione avvenne per consentire a chi era rimasto di recuperare il materiale sparso in zona; secondo un'altra versione, per contrasti personali che traevano origine da divergenze politiche. Ciò che è indubbio, però, è che la separazione determinò il sostanziale fallimento di quell'esperienza unitaria.
Con riferimento alla situazione riscontrata nelle Alpi Apuane, teatro di gran parte delle atrocità naziste, il Sergente del S.I.B. (Special Investigation Branch: Settore di investigazione speciale) BAXENDALE, che ha avviato le indagini sui crimini di guerra di Bardine San Terenzo (avvenuti subito dopo quelli di Sant'Anna tra il 17 e il 27 agosto) il 27.08.45, nella sua relazione conclusiva del 25.9.45 (allegati 211-224 provenienti dalla cartella 5, faldone H, del P.M. e ora nel fasc. dib. n.I) ha descritto le colline della provincia di Massa e di Carrara come luoghi favorevoli per nascondersi, tant'è che a partire dall'8 settembre 1943 vi si radunarono un numero sempre maggiore di partigiani.
Nei mesi invernali del 1943 e del 1944 questi si rafforzarono e si armarono, tanto da strutturarsi in due Brigate, la Lunense e la Garibaldi, che divennero una vera spina nel fianco per i tedeschi che si erano attestati su quel fronte: infatti, tra le altre cose, avevano distrutto ponti ed attaccato i loro convogli.

7.3 I militari tedeschi.
Quello della lotta ai partigiani fu un problema assai avvertito dagli alti comandi tedeschi, sia per i numerosi sabotaggi alle strade e alle altre vie di comunicazione, sia per gli attacchi ai loro veicoli e ai singoli militari. Infatti se da un lato quelle attività ostacolavano la fortificazione della linea difensiva, perchè impedivano o rendevano più ardua la circolazione degli uomini e dei mezzi (oltre che l'arrivo dei rifornimenti di viveri, armi e quant'altro), dall'altro ne fiaccavano la resistenza, minando alla base la loro fiducia e rendendo ancor più preoccupante l'avanzata alleata.
Inizialmente le disposizioni per la lotta ai partigiani erano contenute nelle direttive emanate tra il novembre e il dicembre del 1942 nell'ambito della guerra condotta nell'Europa dell'Est (da qui il nome di "Direttiva di combattimento per le lotte dalle bande all'Est"): quella principale era dell'11 novembre 1942, successivamente modificata e rafforzata da un ordine (Bandenbekaempfung) emanato direttamente da HITLER il 6 dicembre dello stesso 1942.
Dopo i fatti di via Rasella a Roma, però, gli alti comandi tedeschi erano costretti a prendere atto che gli attentati e la presenza delle “bande” era ulteriormente aumentata, pertanto il 1° aprile del 1944, nonostante fosse un fenomeno che non aveva ancora assunto le dimensioni e la rilevanza che avrebbe avuto nell'estate successiva, un foglio di istruzioni (il 69/2) sostituì la prima delle due direttive dispondo che azioni collettive contro interi paesi, come appiccare il fuoco alle case, dovevano essere eccezionali ed ordinate almeno da un comandante di divisione, o suo equipollente per le SS e la Polizia.
Inoltre i partigiani che indossavano un'uniforme nemica, o abiti civili, dovevano essere considerati prigionieri di guerra, mentre ai partigiani che avessero disertato andava assicurato un buon trattamento.
Nonostante non fosse stato ancora investito ufficialmente della gestione della lotta ai partigiani, già dal 7 aprile KESSELRING inasprì la strategia dichiarando, senza l'emanazione di un ordine vero e proprio, che interventi eccessivamente drastici nei loro confronti non avrebbero dovuto essere puniti (da KLINKHAMER "Stragi naziste in Italia": ”Contro le bande si agirà con azioni pianificate... In caso di attacco, aprire immediatamente il fuoco... II primo comandamento è l'azione vigorosa, decisa e rapida. I comandanti deboli e indecisi verranno da me convocati per renderne conto, perchè mettono in pericolo la sicurezza delle truppe loro affidate ...”). Sostanzialmente la strategia tedesca mirava a colpire i partigiani ma, allo stesso tempo, aveva anche l'obiettivo di mettere in guardia i civili da eventuali atteggiamenti di simpatia o aiuto ai "ribelli" (infatti per la popolazione civile si aggiungeva: ”...Nel caso di attacchi, è necessario circondare immediatamente i luoghi in cui sono avvenuti; tutti i civiIi...devono essere arrestati. In caso di attacchi particolarmente gravi, si può anche prendere in considerazione di dare immediatamente fuoco alle case da cui si è sparato... i comandi di piazza locali dovranno prendere conto che alla minima azione contro soldati tedeschi verranno adottate le contromisure più drastiche”).
Per quanto riguarda, invece, la direzione e la gestione di quella lotta, dopo l'attentato di Via Rasella e la strage delle Fosse Ardeatine, si era creato un dissidio tra l'esercito e le SS, in particolare tra i rispettivi comandanti KESSELRING e WOLFF. II contrasto fu risolto nel maggio del 1944 attribuendo all'esercito, e quindi a KESSELRING, la responsabilità delle operazioni contro i partigiani nelle zone di operazioni militari, quelle più calde e più importanti, nelle quali pertanto anche le SS dovevano uniformarsi alle sue direttive. Nelle altre zone, invece, la responsabilità rimaneva alle SS, ma pur sempre in accordo con le linee generali di KESSELRING.
Con il successivo aggravarsi della situazione militare, e con la maturata consapevolezza dell'importanza del contributo dato agli alleati dai partigiani, e a questi dalla popolazione civile, anche gli ordini e le disposizioni vennero ulteriormente inasprite. A questo sostanziale peggioramento contribuì oltre l'aumento della loro forza numerica, soprattutto a partire dal maggio del 1944, fattore sempre più pericoloso per la costituenda linea Gotica, anche la contemporanea reticenza della popolazione civile alle più svariate forrne di collaborazione con le difese tedesche.
Per far fronte a questa nuova situazione, dal giungo del 1944 venne approntato un vero e proprio sistema di disposizioni che si incardinava su due ordini fondamentali, quello del 17 giugno ("... La lotta contra i Partigiani deve essere portata avanti con ogni mezzo a disposizione e con estrema severità. Proteggerò ogni Comandante che vada oltre le nostre abituali restrizioni nella scelta e nella durezza dei mezzi adottati nella lotta contro i Partigiani... Tutti i civili implicati nelle operazioni antipartigiane, che vengono arrestati nel corso delle azioni di rappresaglia, devono essere trasferiti nei campi di raccolta che devono essere costruiti a tal proposito dal Capo del Dipartimento Amministrativo SUD -OVEST per il definitivo invio al Reich come lavoratori...I partigiani devono essere attaccati e distrutti. La propaganda tra i Partigiani è di estrema importanza") e l'altro, che precisava il primo, del 20 giugno (”... Ogni atto di violenza commesso dai partigiani deve essere punito immediatamente... Ovunque vi siano numeri considerevoli di gruppi partigiani, una parte della popolazione maschile di quell'area sarà arrestata e nel caso di violenza questi stessi uomini saranno uccisi...Se le truppe vengono colpite da spari all'interno di qualsiasi villaggio, questo deve essere incendiato”).
In entrambi KESSELRING ordinava la massima severità, con espressioni che non lasciavano dubbio sul fatto che le truppe avrebbero avuto mano libera. In quello del 17 giugno, infatti, era contenuta quella che gli storici hanno successivamente definito la "clausola dell'impunità", cioè l'impegno a coprire dal punto di vista giudiziario tutti quei comandanti che nell'adozione delle misure contro i partigiani avessero ecceduto rispetto alla moderazione propria dell'esercito tedesco, clausola che da più parti era stata intesa come un vero e proprio invito a compiere azioni illegali anche rispetto alle norme di comportamento imposte dal diritto militare tedesco, che pure era un diritto con maglie piuttosto larghe, soprattutto rispetto alla possibilità di rappresaglie nei confronti della popolazione civile. Tali ordini furono trasmessi attraverso tutta la linea gerarchica già dalla fine di giugno, tant'è che gli inglesi ne ritrovarono traccia, più o meno con gli stessi toni, nella documentazione dei vari reparti tedeschi in cui si imbatterono.

7.4 II luogo dei fatti: Sant'Anna di Stazzema.
Allo scopo di comprendere al meglio il reale svolgimento dei fatti come emeregente dal copioso materiale probatorio acquisito, non può prescindersi da una breve introduzione che evidenzi la conformazione del territorio. Così come spiegato dal teste Ten.Col. CC D'ELIA, il quale ha coordinato la polizia giudiziaria bilingue a disposizione della Procura Militare in sede, Sant'Anna era un centro abitato piuttosto particolare. Come già illustrato nel disegno della piantina allegata al memoriale BERTELLI acquisito in atti, si vede chiaramente che non era un paese di montagna come gli altri, normalmente posizionati su un colle. Al contrario, come spiegato dallo stesso BERTELLI nel corso della testimonianza resa a dibattimento, aveva un diametro di vari chilometri, sia in larghezza che in altezza, in quanto si trattava di piccoli gruppetti di case sparse in mezzo ai campi e in mezzo al bosco, a chilometri di distanza tra loro. La popolazione stanziale non contava nemmeno 400 anime, gran parte delle quali boscaioli, contadini e pastori, anche se in quel periodo ve n'erano molti di più, per i numerosi sfollati delle zone limitrofe (nel rapporto redatto dal Vice Commissario Vito MAJORCA il 20 agosto 1946 si parla di qualche migliaio di persone). Al paese si accedeva attraverso un'unica strada praticabile, il resto erano sentieri e boscaglia: era in pratica una collina, una sorta di cono rovesciato situato al centro della vallata antistante il Monte Gabberi, in cima al quale c'era una chiesa con delle case intomo. Altre case erano sparse nel raggio di pochi chilometri quadrati tutt'intorno, in località poi divenute tristemente famose per essere state teatro della tragedia del 12 agosto del 1944.

7.5 Le precedenti indagini sui fatti.
Come già accennato, di quanto accaduto nel paese di Sant'Anna di Stazzema il 12 agosto 1944, si sono occupate una pluralità di indagini. Trattandosi di una zona di confine tra il territorio controllato dalle truppe naziste e quello che si veniva man mano liberando con l'avanzata alleata, anche questo fu ben presto occupato dagli anglo-americani che non tardarono ad accorgersi delle efferatezze commesse dai tedeschi. Questo ha fatto si che qualche sommaria informazione di quanto accaduto la si ritrovi già nel rapporto del Cap. JACK, componente della 110° batteria del 39° LAA Reggimento FA (artiglieria da campo) britannico, trasmesso il 2 ottobre 1944 al Quartier Generale del IV Corpo d'Armata (Allegato 57 del fascicolo dib. n.5).
Sulla base di informazioni raccolte dai militari che, svolgendo detti accertamenti, effettuarono varie ispezioni nel paese, ed anche sulla scorta di quanto riferito dagli abitanti del posto, ritenute attendibili in quanto confermate in una pluralità di resoconti, il rapporto evidenzia l'intensa attività partigiana del periodo precedente, nella tratto montuoso intorno a Sant'Anna, i continui attacchi ai contingenti tedeschi della zona e le disposizioni emanate dai nazisti, a puro scopo difensivo veniva precisato, per far evacuare i cittadini dai paesi prima di occuparli.

Tra gli episodi si citava quanto avvenuto il 31 luglio 1944 a Farnocchia, quando una pattuglia di dodici soldati tedeschi entrò per ordinarne l'immediata evacuazione e i partigiani, nonostante l'opposizione degli abitanti, ne uccisero otto durante la marcia di ritorno a Stazzema. Il giorno successivo, essendo stato respinto dai partigiani anche il tentativo di occupazione del paese, e per paura di altri disordini, gli abitanti preferirono sfollare verso le montagne, molti dei quali intorno a Sant'Anna. La decisione si rivelò saggia, giacchè l'8 agosto i tedeschi tornarono e riuscirono ad occupare il paese, incendiandolo.
II 7 agosto, invece, quando ormai a Sant'Anna si trovavano molte persone sfollate da Farnocchia e da altri centri minacciati dalla pressione tedesca, una pattuglia di militari entrò in paese ed affisse un ordine di evacuazione, da osservare entro cinque giorni. Tuttavia, appena i tedeschi se ne andarono, i partigiani lo staccarono, per sostituirlo con un volantino in cui si invitava la popolazione a rimanere perchè loro li avrebbero protetti da eventuali attacchi. Successivamente si ritirarono sulle loro posizioni in altura pronti ad attaccare le pattuglie tedesche. II 12 agosto, dopo aver accertato, sin dalle otto del mattino, che nessuno aveva lasciato Sant'Anna, un gruppo di circa 150 soldati tedeschi accerchiò il paese attraverso i boschi, spingendo quanti ci abitavano, o coloro che stavano scappando, verso il centro. Nel loro cammino, dopo aver fatto uscire gli abitanti, o dopo averli uccisi direttamente nelle loro case, diedero alle fiamme tutte le abitazioni con granate incendiarie e benzina (secondo alcuni con lanciafiamme). Altri, invece, vennero uccisi nel piazzale della chiesa, dove l'immane rogo alimentato con le panche della chiesa bruciò almeno 138 persone, alcune ancora vive dopo le prime sventagliate delle mitragliatrici. Nonostante il parroco avesse inutilmente implorato di risparmiare almeno otto ragazzini, uccisi solo un pò più tardi, lui stesso trovò la morte, tanto che già alle dieci del mattino rimasero in vita solo i soldati tedeschi e una o due persone che erano riuscite a nascondersi.
Le truppe che avevano partecipato al massacro appartenevano ad una divisione SS e si diceva che durante l'operazione si fosse verificato qualche episodio di dissenso tra loro perchè, sempre nel paese, furono trovati i corpi di tre soldati tedeschi cui era stato sparato.
II resoconto finale di quell'operazione comprese, quindi, l'uccisione di oltre 400 civili e la distruzione di tutte le case del paese. La stessa chiesa fu in parte distrutta e bruciata, mentre i resti dei corpi che giacevano carbonizzati nella piazza furono sepolti nelle fosse comuni appositamente predisposte. Altri resti di persone carbonizzate vennero trovati ancora all'interno delle case fuori dal paese.
Nella lettera di accompagnamento di tale rapporto (Allegato 56), il Cap. THOMAS dubitava, però, che potesse essersi trattato di crimine di guerra, sia per il coinvolgimento degli abitanti del paese nell'attività partigiana, sia per il rifiuto di eseguire l'ordine tedesco.
Se l'indagine menzionata, pur delineando una prima descrizione dell'accaduto, non era basata su testimonianze identificabili, in quanto si limitava a raccogliere voci piuttosto generiche, ben più curata ed approfondita fu quella condotta dalla "Commissione crimini di guerra" (composta dal Magg. Edwin S. BOOTH come commissario, dal Magg. Milton R. WEXLER come consigliere militare e dal Magg. Carl H. CUNDIFF come difensore), nominata iI 10 agosto 1944 in seno alla V Armata statunitense (Allegato 52 bis del fascicolo dib. 5), cui il successivo 15 settembre assegnarono l'incarico di indagare anche sul presunto crimine di guerra perpetrato "vicino a Sant'Anna" intorno al 19 agosto (Allegato 54), data in cui erroneamente si riteneva verificato l'eccidio.
Lo stesso 15 settembre 1944 la Commissione incominciò i lavori presso il Quartier generale della V Armata, assumendo le testimonianze di Alfredo (erroneamente indicatocome Alfrido) e Marino CURZI. L'interrogatorio avvenne tramite un interprete, alla presenza di un redattore giurato del verbale, e dopo aver fatto prestare loro giuramento davanti al Maggiore WEXLER, nel rispetto della normativa americana e secondo modalità riscontrate anche negli altri interrogatori.

Il primo (Alfredo CURZI) affermò che quel giorno si trovava a Sant'Anna e che, verso le sette del mattino, fu svegliato dai colpi di arma da fuoco. Resosi conto del pericolo uscì subito di casa, si nascose a circa sessanta metri dall'abitato e da li, al riparo della vegetazione, assistette al massacro. I rastrellati furono portati sulla piazza, davanti alla chiesa, dove i tedeschi raggrupparono tutti i civili in un angolo vicino al precipizio. Poi presero le sedie e i banchi dalla chiesa, li misero intorno ai civili con paglia e rami per appiccare il fuoco e, mentre questi bruciavano, cominciarono a sparare su di loro con un fucile mitragliatore. Contemporaneamente altri soldati si diressero verso i casolari della zona dove uccisero le persone scovate, bruciarono le loro case e le cantine con la legna che vi si trovava.
A specifiche domande il CURZI affermò che sulla piazza della chiesa erano almeno 15 i tedeschi, che si trattava sicuramente di SS perchè avevano il teschio al centro del berretto, da molti portato al posto dell'elmetto, inoltre ricordò che erano vestiti con una mimetica policroma.
Quanto alle motivazioni della strage, ritenne fosse stata una rappresaglia per i tedeschi precedentemente uccisi dai partigiani. Oltre a ciò, aggiunse di aver sentito parlare di due ordini impartito pochi giorni prima: il primo, stampato, era affisso vicino alla chiesa ed ordinava I'evacuazione; il secondo, dei partigiani, era stato affisso sopra l'altro.
Ricordava, inoltre, che a Farnocchia vi era stata battaglia tra tedeschi e partigiani e che un certo ROSSI Demesio aveva scattato delle fotografie dei luoghi dopo il massacro.
Marino CURZI, invece, assistette all'episodio da una miniera distante circa cinquecento metri dal teatro delle operazioni. Dalle 6.30 del mattino, quando iniziò a sentire i primi spari in lontananza, fino a mezzogiorno, stette ad osservare l'incendio e, sempre da li, vide i tedeschi scendere nella Valle. Non sentì il nome di nessuno di loro, ma riteneva che almeno una decina fossero ufficiali, perchè avevano le decorazioni delle spalline dorate o argentate; purtroppo, però, poichè non gli si avvicinarono più di 50-60 metri, non riuscì a leggere nessun numero sulla loro giacca. Apprese successivamente che si trattava di SS, come dicevano un pò tutti, anche Ettore CECCONI, uno dei sopravvissuti, che lo raccontò a lui. Erano circa centocinquanta e riteneva che il motivo per cui avevano compiuto quel massacro fosse da ricercare nelle perdite subite in occasione degli scontri con i partigiani di Lorenzo BANDELLONI che operavano nei monti intorno a Sant'Anna. A suo avviso un'altra spiegazione poteva essere legata al fatto che l'ordine di sgombero del paese, che i tedeschi intendevano utilizzare come base per meglio combattere i partigiani, fosse rimasto pressochè inascoltato dalla popolazione che, nonostante si aspettasse delle conseguenze, fu costretta a rimanere perchè nessuno sapeva dove andare.
Dopo aver sentito la sparatoria per almeno quattro ore, dopo le 14.00 il CURZI si decise a scendere nel paese per cercare la sorella, uscita di casa alle 5 di quella mattina, senza riuscire a trovarla. In compenso, però, vide due-trecento morti carbonizzati sulla piazza e altri duecento in altri punti: 15 dentro una stalla e altri gruppi di 5-7 persone sparsi lungo il dirupo intorno alla chiesa. Si trattava quasi esclusivamente di donne e di bambini piccolissimi, poichè gli uomini erano riusciti a lasciare il paese appena in tempo, immaginando di essere quelli che avrebbero rischiato maggiormente. Il giorno successivo, 16 settembre 1944, la Commissione assunse la testimonianza di Willi HAASE, soldato semplice delle SS appartenente alla 5a Compagnia, II Battaglione, 350 Reggimento, 16a Divisione SS Reichsfuhrer, disertore e, al momento, prigioniero di guerra. Nonostante facesse parte di quel reparto, lui non aveva partecipato al fatto perchè non lo aveva ancora raggiunto; infatti si trovava alla stazione o presso la sede del reggimento. In quel tempo, invece, tutta la 5a Compagnia e l'intero II Battaglione, che in quel periodo contava soltanto 250-300 unità, si trovavano nella zona di Sant'Anna. Lui seppe del massacro dai suoi camerati quando entrò nei ranghi effettivi della 5a Compagnia, allorchè gli fu raccontato da più di un commilitone. A specifica domanda del Magg. WEXLER, confermò che il Feldwebel JANSEN (probabilmente Martin JANSSEN) partecipò al massacro perchè ricevette l'ordine dal comandante del Battaglione, a quel tempo un capitano di cui ignorava il nome ma che, forse, era l'Unterstumfuhrer SASSE (Theodor SASSE). Aggiunse, inoltre, che l'intero Battaglione vi prese parte, perchè ricevette l'ordine dal suo comandante, quindi parteciparono anche l'Unteroffizier RUTHER, volontario SS e tiratore scelto della compagnia (probabilmente si trattava di Horst RICTHER), l'Unteroffizier LEIBSLE, anch'egli volontario SS (probabilmente Alfred LEIBSSLE), il Feldwebel WERTMANN (dai successivi riscontri pare potesse trattarsi di Philipp WERTHMANN).
Lui entrò a far parte della 5a Compagnia il 21 agosto 1944 e sapeva che l'episodio era verificato in uno dei giorni precedenti il 20 agosto. Gli raccontarono che l'azione iniziò alle prime ore del mattino e, poichè in quel periodo l'intero battaglione stava combattendo contro i partigiani, quella era appunto un'azione contro di loro.
Nell'occasione il comandante di battaglione, che poi ricordò avere un nome simile a MUELLER, ricevette un ordine direttamente dal comandante del reggimento e, proprio per questo, nel massacro impiegò tutto il battaglione. Nella dichiarazione spontaneamente resa il giorno precedente a quell'interrogatorio, e che nell'occasione confermata anche davanti alla Commissione, HAASE aveva affermato che, a seguito di quell'ordine del comandante di Reggimento, il II Battaglione svolse un'azione punitiva nel paese di Sant'Anna, dalla quale scaturì l'uccisione di donne e bambini “...nonostante … il comandante stesso sapesse che si trattava di sangue innocente”, e nonostante la maggior parte degli uomini fosse stata a ciò costretta perchè non era del tutto consenziente.
Per il resto non diede molte altre informazioni perchè rimase in quella compagnia solo poche settimane, infatti disertò il 7 settembre e venne fatto prigioniero il 9, due giorni dopo. Inoltre, essendo stato distaccato con questa per la difesa costiera, non ebbe occasione di conoscere il nome di altri ufficiali o superiori: ricordava soltanto che il 25 agosto divenne suo comandante di compagnia il Lieutenant SASSE, ed affermò che il nome del Lt. Col. GESELER era per lui familiare.

Nello stesso giorno 16 settembre venne sentito anche il Tenente William DE WALL, ufficiale addetto all'Ufficio Informazioni della 5a Armata U.S.A. il quale, grazie alla sua buona conoscenza della lingua tedesca, aveva svolto anche l'incarico di interprete nell'interrogatorio di Willi HAASE. Grazie a questa capacità era stato incaricato degli interrogatori dei prigionieri di guerra tedeschi, sulla base dei quali aveva acquisito informazioni sufficienti per formare una lista di alcuni ufficiali, tutti appartenenti al 35° Reggimento della 16a Divisione SS, comprendente: il Ten. Col. GESELER, il Maggiore CANTUFF, il Capitano MUELLER, (probabili deformazioni dei cognomi GESELE, CANTOW e MULLER), il Sottotente SASSE, i Sottotenenti GRASNACH e KLINERT, (probabilmente GRAMSCH e KLINNERT), nonché il Sottotenente SOMMER, comandante della 7a Compagnia.
Dell'interrogatorio di altri prigionieri di guerra, effettuati presso la sezione G-2 del Quartier generale della V Armata U.S.A. in data anteriore all'8 ottobre 1944, è stato acquisito il Rapporto 785 firmato dal Cap. joseph M. KOLISCH (Allegato n.2 del fascicolo 5 del dibattimento) in cui si menzionano alcune importanti informazioni ottenute dai sei prigionieri di guerra menzionati, di cui alcuni del 35° e 36° reggimento della 16a Divisione SS. In particolare si appresero i nominativi di vari ufficiali della scala gerarchica, tra i quali anche quello del Sottotenente SOMMER, comandante della 7a Compagnia del 35° Reggimento, l'unico al cui nome era stata affiancata una nota relativa ad una sua partecipazione al "massacro di civili di Sant'Anna nei pressi di Pietrasanta verso il 19 agosto 1944".

Il 28 settembre 1944 la Commissione nominò una squadra d'indagine, della quale facevano parte anche ufficiali medici, con il compito di effettuare un sopralluogo a Sant'Anna. Nell'occasione si riscontrò che tutte le case erano state bruciate, e che solo un numero ristretto di persone era riuscito a scampare al massacro realizzato dai tedeschi con armi da fuoco o dando alle fiamme le persone ancora vive, i resti delle quali era ancora possibile trovare all'interno delle case. Soprattutto dalle ossa mascellari e dai denti, tale Commissione potè inoltre accertare che si trattava in prevalenza di donne e bambini (Allegato n. 55 del fascicolo 5 del dibattimento).
Da quel momento la Commissione decise di spostarsi in vicinanza del paese e, dopo che la zona venne occupata dagli Alleati, riprese i suoi lavori a Val di Castello dove l'8 ottobre 1944 ascoltò nuovi testimoni.
Tra questi Don Giuseppe VANGELISTI, parroco di La Culla, che si era recato a Sant'Anna il 13 agosto dopo che una donna il giorno prima gli aveva raccontato quello che era successo (fu il primo a parlare del 12 agosto, che poi si rivelò la data corretta, perchè ricordava che quel giorno dovette chiedere un'autorizzazione ai tedeschi per seppellire i morti). Raccontò che arrivato nel paese vide le case bruciate, la canonica della chiesa che fumava ancora per il fuoco e molti cadaveri bruciati. Ne contò 138, ma i morti erano molti di più perchè molti erano stati già sepolti: alcuni cadaveri si trovavano ancora dietro la canonica e la maggior parte erano di donne, vecchi e bambini.
Immaginava che il motivo del massacro fosse stata la collaborazione prestata dalla popolazione ai partigiani, non vide alcun ordine di sgombero ma aveva notato l'invito dei partigiani alla popolazione del 26 luglio a non lasciare il paese. Nell'occasione scattò alcune foto, che poi diede al fratello. Al termine consegnò alla Commissione una lista di morti da lui accertati.
Pochi giomi dopo, l'11 ottobre 1944, con una lettera inviata alla Commissione (fascicolo dibattimento n. 7, cartella 3), iI sacerdote comunicò di aver redatto una relazione, incominciata a scrivere a partire dal 27 agosto 1944, e di averla consegnata al Governatore Militare di Viareggio presso il quale poteva essere acquisita (la relazione, in Allegati n. 31-34 del fascicolo 5 del dibattimento e in fascicolo 7, cartella 2, ha costituito la base per alcune ricostruzioni storiche e giudiziarie successive). Disse inoltre di aver raccolto le dichiarazioni di due testimoni oculari che allegava: quella di Ettore SALVATORI, autografa, e quella di Angela BOTTARI, analfabeta, raccolta direttamente da lui (infatti, oltre alla firma del sacerdote, è firmata semplicemente con un segno grafico).
Nella relazione, oltre a quanto già riferito nel corso dell'interrogatorio, e dopo una breve introduzione sui luoghi e sulla popolazione del paese, che lui ben conosceva perchè vi si recava a celebrare la Santa Messa ogni domenica, il parroco fa riferimento agli scontri tra partigiani e tedeschi dei giorni precedenti e descrive con maggiori particolari quanto più sinteticamente verbalizzato nell'interrogatorio.

La dichiarazione di Giuseppa BOTTARI, invece, faceva riferimento ad un gruppo di 4 o 5 tedeschi che alle 7 di quella mattina si recarono nella loro casa, in località Vaccareccia, dove le ordinarono di scendere in una specie di cantina per la legna da ardere, e dove cominciarono a mitragliarli e a buttare sopra di loro anche delle foglie di grano incendiate. Lei si salvò perchè, nonostante fosse stata ferita alle gambe, riuscì a scappare.

La seconda dichiarazione era di Ettore SALVATORI, uno dei primi ad indicare nel 12 agosto l'esatta data dell'eccidio. Vi si affermava che erano le 7.30 del mattino quando si seppe che i tedeschi erano arrivati all'Argentiera e si cercò di scappare subito perchè era noto cosa sarebbe capitato agli uomini, compresi gli infermi e a prescindere dall'età. Si sparse la voce che stavano arrivando gli uccisori, gli incendiari e i distruttori di case, perchè quella era la fama che avevano le SS. Prese il figlio e altri due giovani e si allontanò dalla casa, rimanendo nascosto in un campo di granturco e di fagioli mentre gli altri uomini si erano spinti fin dentro il bosco. Dopo pochi minuti sopraggiunsero i tedeschi "da più parti", in tutto una diecina, che sparavano all'impazzata in ogni direzione ma soprattutto verso la casa dei Bertelli, in località Colle, dove fino a poco prima si trovava anche lui, e dove erano rimaste la moglie con la figlia di cinque anni.
Dal punto in cui stava nascosto riusciva addirittura a sentire le loro urla pietose e quelle di tutte le altre donne nel frattempo condotte fuori e avviate verso la mulattiera. Quando passarono vicino al campo, decise di uscire dal nascondiglio e di unirsi a loro: in tutto erano 19 persone e man mano che procedevano si andava delineando l'idea che sarebbero stati bruciati anche loro, infatti erano state già incendiate alcune stalle e una casa. Invece, attraverso un campo dove il grano era stato da poco mietuto, furono fatti scendere verso un fossato dove i tedeschi cominciarono a dar fuoco al grano. A quel punto Armida BERTELLI cercò di scappare, ma una delle SS le sparò, attingendola al braccio. Insieme ai tedeschi c'erano anche alcuni italiani, uno dei quali portava una cassetta di munizioni, mentre altri due non avevano nulla in mano. Giunti nel fossato venne piazzata la mitragliatrice: la prima ad essere colpita fu Lofelia GHELARDINI, che stava implorando pietà per sè e per la piccola Maria Sole, la figlia di appena otto mesi di vita. Oltre le raffiche del mitra, anche gli altri soldati sparavano con le loro armi. Quando finalmente furono "saziati" di sparare, si allontanarono e lui potè sentire la voce della moglie che lo chiamava con voce "rotta dal terrore e dal dolore" della ferita mentre la loro figlioletta era morta. Dopo una decina di minuti, però, i tedeschi tornarono e dopo aver parlottato tra loro spararono alla moglie e alla nipote ancora in vita uccidendo la moglie e ferendo ancor più gravemente la nipote che si salvò dopo un mese di ospedale. Lui riuscì a salvarsi perchè, nonostante lo avessero tirato su per la cinta, era riuscito a fingersi morto.

Nella stessa data fu sentito anche Demesio ROSSI che però, non essendo testimone oculare, potè riferire soltanto dei resti carbonizzati visti a Sant'Anna il 13 agosto 1944, giorno dopa la strage, molti dei quali, almeno 30, di bambini.
Senz'altro più interessante quanto riferito da Aleramo GARIBALDI, indicato da più testimoni come complice dei tedeschi. II testimone ha confermato di essere stato nel paese quel 12 agosto, dove si trovava da circa due mesi, e di aver assistito all'uccisione dei civili tra cui sua moglie e tre bambini. Lui non sapeva perchè non era stato ucciso, però ammise di aver trasportato le loro munizioni. Faceva parte di una squadra composta da 10-12 uomini e al termine dell'operazione il capo squadra gli rilasciò un permesso che gli avrebbe consentito di entrare e uscire dal paese senza problemi con i tedeschi, permesso che aveva ancora con sè e che, essendo stato consegnato alla stessa Commissione, è stato ora acquisito agli atti del presente procedimento (fascicolo dibattimento n. 7, cartella 2).
Nella sua traduzione in italiano si legge “... che durante la notte dall'11 al 12 agosto, GARIBALDI Almano” (l'errore di traduzione del vero nome Aleramo è stato fatto passando dall'originale tedesco alla traduzione in inglese) ”... è stato impiegato come porta rifornimento da una unità F.P.N. 01011B (che indica il numero di posta assegnato all'unità e che spesso veniva utilizzato anche nella documentazione amministrativa originale tedesca per indicare i reparti) in azione contro i partigiani”, firmato da un sergente il cui nome, dall'originale in tedesco, sembrerebbe Martin JANSEN.
Aggiunse che la sparatoria iniziò verso le 8 del mattino e che tutto iniziò con l'ordine di un ufficiale che dispose che tutti gli abitanti del paese fossero rastrellati e uccisi. La sua squadra fu incaricata di recarsi nella scarpata li davanti e, mentre ci andavano, incontrarono un casolare dove uccisero 20 persone. Riteneva avessero ucciso almeno 300 persone tra cui, oltre sua moglie, anche i suoi e molti altri bambini, dai 25 ai 30, e 110- 120 donne, probabilmente perchè avevano aiutato i partigiani. Degli ufficiali nominatigli dal maggiore WEXLER, che condusse l'interrogatorio della Commissione, ricordò soltanto quello del Cap. MUELLER, nome che aveva sentito nominare a Val di Castello.
Nella relazione del 16 ottobre 1944 (Allegato n. 52 del fascicolo 5 del dibattimento) la Comrnissione tirò le fila dell'attività investigativa fino a quel momento svolta ed indicò le prove raccolte con riferimento alle persone sentite ed a quelle di cui, per loro indisponibilità, era stata comunque acquisita una dichiarazione. Oltre ad un'altra breve dichiarazione raccolta da Giuseppa BOTTARI (indicata come prova "O" nella relazione, e in Allegato 36 del fascicolo dibattimento n. 5), la quale, come riferito da Don VANGELISTI era analfabeta, alla Commissione pervenne anche quella di Mario MARSIGLI (prova "P" in Allegato 37 del fascicolo dibattimento n. 5), un bambino di sei anni, il quale presumibilmente non sapeva ancora leggere e scrivere.
In essa Mario MARSIGLI ricordava che i tedeschi lo presero e lo condussero con la madre e i nonni sul retro del cortile, dove li mitragliarono e gli diedero fuoco. Solo l'intervento di un uomo (Giuliano SIMONETTI) lo sottrasse alle fiamme e lo salvò. In tutto c'erano circa 12 persone.
Al termine dei lavori inerenti la strage di Sant'Anna, la relazione della Commissione venne approvata e trasmessa a Washington dove un memorandum del 9 novembre 1944 ne evidenziava la rilevanza e disponeva che una copia fosse trasmessa alla Commissione dei Crimini di Guerra e un'altra al Governo italiano. Un documento del Quartier Generale dell'Esercito Americano del 10 dicembre 1946 comunicava al Dipartimento di Guerra di Washington di aver chiuso la cartella relativa a quel crimine e di averla trasmessa al Governo italiano, in quanto le vittime erano tutte italiane.
A seguito della denuncia proveniente dal comando alleato, la Procura Generale Militare del Regno aprì il fascicolo n. 2163 R.G. con quegli stessi atti della Commissione d'indagine che ora, a distanza di quasi 60 anni, sono finalmente confluiti nel presente procedimento per la celebrazione di un processo.

Un'altra importante testimonianza diretta è stata ottenuta, il 22 dicembre 1944, dal Ten.Col. DE MARCO per conto dello Stato Maggiore Generale Italiano-Nucleo "I" presso la 5a Armata Americana, nei confronti di Nino MAZZOLINI, copia della cui deposizione è stata acquisita dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore Esercito.
Anch'egli, come altri testimoni, al racconto del massacro di Sant'Anna premette quello di alcuni episodi dei giorni precedenti commessi dai soldati tedeschi della zona, quasi a voler individuare un collegamento dell'eccidio con le precedenti scorribande. Così si parte con il 30 luglio, quando diverse squadre di SS in assetto da guerra, con bombe a mano, mitragliatrici, ecc., spararono in ogni direzione sul Monte Ornato verso le casette di persone "tranquille e operose", rastrellarono gli uomini perchè "banditi" (secondo una totale equiparazione che, si è gia visto, loro facevano della popolazione con i partigiani, quindi con i "banditen", come si legge nei loro rapporti e diari giornalieri), cacciarono le loro famiglie e bruciarono le loro case perchè dalle finestre avevano sparato contro i soldati tedeschi. Nella loro azione uccisero, inoltre, tutti gli animali domestici e, purtroppo, anche un vecchio che non poteva abbandonare una di quelle case perchè invalido.
Il 6 agosto, di mattina, una pattuglia di SS armata "fino ai denti" risalì la mulattiera che da Val di Castello conduceva a Sant'Anna secondo modalità che avevano tutta l'aria di una perlustrazione del territorio, quasi dovessero studiare la situazione delle case, del zona o un percorso che da una delle loro basi portasse al paesello. Infatti, secondo le parole del testimone, "Giunti al molino - a 20/30 minuti da Val di Castello – sostarono qualche minuto, osservarono, poi ripresero il monte. Giunti in Verzalla - a 40/50 minuti da Val di Castello - sostarono ancora, presero un uomo (Fernando FRANCHI)... lo caricarono con una cassetta di esplosivo, e ripresero verso la montagna. Giunti a circa 10 minuti dal paesetto di Sant'Anna, sostarono un pò, poi spararono alcuni colpi verso la chiesa..., buttarono alcune bombe a mano in un metato vicino ... indi ripresero la via del ritorno". Nel percorso in discesa si fermarono nuovamente in alcuni punti, questa volta fecero alcune esplosioni con la dinamite facendo saltare la stazione di partenza di una teleferica e una cabina elettrica per i servizi della vicina miniera.
L'8 agosto, invece, molte squadre SS provenienti da Monte Ornato si recarono a Farnocchia, già sfollata per loro ordine, e la incendiarono sparando a tutti gli uomini e agli animali che trovavano. Contemporaneamente altre squadre attaccarono un piccolo gruppo di partigiani sul Monte Gabberi e nel tragitto rastrellarono quanti uomini che venne caricato di una cassetta di oltre 50 Kg. Caduto sotto quel peso, e risultando perciò inutile, lo buttarono in una fossa al bordo della strada, lo crivellarono con pugnalate e lo lapidarono con sassi fino a coprirne parte del corpo ormai esanime. Sempre lo stesso giorno, giunti al Gabberi, dopo essersi scambiate il segnale convenuto, le SS iniziarono a sparare con tutte le loro armi in direzione dei partigiani che, vista la disparità di forze, furono costretti a scappare in zone montuose più decentrate verso destra. Solo una donna, soprannominata "la Francese" perchè aveva riparato in Francia fino alla caduta del regime fascista, continuò a sparare strenuamente fino ad essere falciata da una raffica tedesca. Solo nel pomeriggio le truppe naziste rientrarono alle loro basi dove, già il giorno successivo, cominciarono le uccisioni di molti degli uomini rastrellati.
II fatidico 12 agosto centinaia di “... barbare e sanguinarie SS, armate sino ai denti come se dovessero attaccare chissà quale formidabile nemico” giunsero a Sant'Anna da Monte Ornato, dalle Muline, da Farnocchia e da altre località. Nel loro tragitto fino al paese rastrellavano quanti trovavano, ad alcuni facendo portare le cassette di munizioni, uccidendo tutti gli animali a portata di tiro. Giunti nella piazza della chiesa "per prima cosa pagarono per contanti i forzati portatori uccidendoli, poi iniziarono la loro nefanda opera": prima entrarono nella chiesa sparando raffiche di mitra, lanciando bombe a mano e cercando di appiccare il fuoco, poi incendiarono la casa del parroco Don LAZZERI.
Nel frattempo gli squadroni provenienti da Coletti, dal Pero e da altre località continuavano a bruciare le abitazioni, uccidevano tutti gli animali ("persino ai topi tiravano") e rastrellavano tutti quelli che trovavano per accentrarli nella piazza della chiesa. A quel punto il parroco, che era già in un nascondiglio sicuro come i 9/10 degli uomini validi, vedendo che l'azione era ben diversa da quella di qualche giorno prima a Farnocchia, uscì fuori e si offrì in cambio della salvezza di donne , vecchi e soprattutto bambini. Riuscì soltanto a strappare la promessa del comandante tedesco che almeno i bambini sarebbero stati salvati, ma fu il primo ad essere mitragliato. Poi ammassarono donne e vecchi sulla croce al centro della piazza, dove furono anch'essi mitragliati e poi bruciati con un grande falò alimentato anche dalle panche della chiesa. Quando le fiamme erano ben alte, presero i bambini, cui avevano promesso salva la vita e li buttarono nel rogo, dove trovarono anch'essi la morte. Nel frattempo gli altri soldati continuavano a girare per le case distruggendo e saccheggiando; dove invece c'erano persone, le ammassavano nei fondi delle case e le mitragliavano prima di dar fuoco a loro e alle abitazioni. Una squadra si spinse fino alla località Colle dove incendiarono e depredarono casa Bertelli (alla signora BERTELLI fu portata via una bicicletta nuova "Wolsit" dopo averle spezzato un braccio con una raffica mentre andava a prendere dell'acqua ad un soldato che aveva sete), portando via le persone trovate fino ad un avvallamento dove furono fatte scendere e mitragliare mentre un altro si divertiva a fare tiro a segno con la sua rivoltella alle povere vittime. Finita la loro strage in paese si ritirarono verso Val di Castello continuando a sparare, rastrellare quanti trovavano e depredando le poche ricchezze di quelle persone.

Poiché nel corso delle prime indagini era emersa la collaborazione con il nemico tedesco di Aleramo Garibaldi e Guido BURATTI, entrambi impiegati come portamunizioni nel corso dell'operazione, nei loro confronti la Pretura di Pietrasanta avviò un'indagine, nel cui ambito vennero sentiti diversi testimoni e che sfociò nel Rapporto giudiziario del maresciallo VANNOZZI, comandante della Stazione CC di Stazzema, del 22 luglio 1946.
In particolare Pietro MORICONI, interrogato dal Maresciallo il 19 settembre 1946, affermò che la mattina del 12 agosto 1944, Aleramo GARIBALDI andò incontro alla "soldataglia tedesca" arrivata a Sant'Anna. Nonostante tutti gli altri uomini validi fossero scappati nei boschi all'approssimarsi della colonna nazista, e nonostante fosse stato invitato a fare anche lui lo stesso, il GARIBALDI li salutò e si incamminò con loro al centro del paese. Dopo che questo fu del tutto circondato, i soldati cominciarono a dare fuoco alle case e a mitragliare i civili anche all'interno delle case. Nonostante durante l'eccidio avessero trovato la morte anche la moglie e due figlie del GARIBALDI, lui non subì alcun pregiudizio nonostante potesse essere deportato come forza lavoro come gli altri uomini, anzi gli venne addirittura rilasciato un lasciapassare che lo avrebbe protetto da qualunque altro soldato tedesco.

Il 29 maggio 1946 fu interrogato anche Ettore SALVATORI che, per prima cosa, confermò quanto già dichiarato agli stessi Carabinieri il precedente 10 maggio.
Rispetto a quanto espresso nella dichiarazione scritta immediatamente dopo i fatti, e fatta pervenire tramite Don VANGELISTI alla Commissione americana nell'ottobre 1944, nella quale i fatti erano stati descritti con maggiore dovizia di dettagli, il 10 maggio 1946 aggiunse soltanto che furono spinti in basso verso il fossato da Giuseppe RICCI, un italiano di cui gia conosceva il nome.
Il 29 maggio, invece, effettuò il riconoscimento del detto RICCI, non del BURATTI, come aveva detto in precedenza, per errore, alla Polizia di Viareggio e nei confronti del quale era stata avviata l'indagine. Ricordò, inoltre, la quale nel fossato vide anche un altro italiano, un certo GARIBALDI, che collaborava a piazzare la mitragliatrice con cui poi vennero uccisi dentro il fossato.

Anche Giuseppe RICCI fu sentito, una prima volta il 28 aprile 1946. In quell'occasione dichiarò che si trovava con la figlia in località "Ponte dell'Abbaccatoio", vicino a Pietrasanta, quando la sera dell'11 agosto alcune SS entrarono in casa sua e lo costrinsero a seguirlo fino al comando tedesco poco distante, dove fu rinchiuso in una stanza per la notte. Verso l'1.00 del mattino fu prelevato con un camion, dove c'erano quattro "borghesi" che non conosceva, e condotto a Pietrasanta dove altri tedeschi sostavano in attesa di ordini. Poco dopo la colonna di circa 300 militari, tutti SS, si incamminò verso il monte e lui ebbe l'incarico di seguirla portando la cassetta delle munizioni. All'alba, quando giunsero a Sant'Anna, il grosso del "reparto" si divise in tre colonne, lui seguì quella che attraversò il paese andando a posizionare le armi automatiche oltre lo stesso per tenere sotto copertura di fuoco il Monte Gabberi, dove si diceva fossero nascosti i partigiani. Da quella posizione riuscì a vedere molto bene gli incendi e le uccisioni che nel frattempo altri soldati stavano compiendo nel centro abitato. Verso le 10 l'eccidio terminò e fu dato l'ordine di lasciare il paese per avviarsi a Val di Castello. Mentre riattraversava il paese incendiato vide anche due dei "borghesi" prelevati dai tedeschi la sera precedente e che avevano trascorso la notte con lui, gli unici italiani incontrati nel corso di quell'esperienza. Alle 12 fu finalmente libero e tornò a Ponte dell'Abbaccatoio.
Aiutò i nazisti solo perchè sotto minaccia di morte. II successivo 26 agosto fu di nuovo catturato dai tedeschi e deportato in Germania sino al 12 maggio 1945.
II 29 maggio 1946, messo a confronto con Ettore SALVATORI che lo aveva riconosciuto ed accusato di aver collaborato con i tedeschi, il RICCI negò di averlo mai visto e, tanto meno, di averlo preso per un braccio per condurlo giù nel fossato dove poi fu mitragliato. Inoltre confermò di aver collaborato solo perche minacciato.
Oltre a quanto già evidenziato dai predetti testimoni, il rapporto giudiziario del Maresciallo VANNOZZl evidenziava quanto raccolto dall'assunzione di numerose altre testimonianze, in particolare dava conto delle voci secondo le quali la strage sarebbe stata sollecitata dai parenti di alcuni fascisti uccisi dai partigiani (Edoardo CECCHI durante il suo interrogatorio dichiarò di aver udito il compiacimento per quanto accaduto da parte di Francesco CASAMASSIMA, già commissario repubblichino di Pietrasanta e Camaiore) e di alcun rapporti personali sorti tra italiani e qualche tedesco.

Essendo stata ormai individuata la 16° Divisione SS come responsabile di una serie di stragi, nel giugno del 1947 una Corte penale militare inglese processò il suo comandante, Generale SIMON, anche per quella di Sant'Anna. Nel corso di quel procedimento vennero assunte diverse prove e testimonianze, alcune delle quali acquisite come prove documentali nell'ambito del presente. Tra queste, in particolare, quella di Adolfo MANCINI, muratore di Sant'Anna, scampato alla strage.
Interrogato il 17 marzo 1947, il sopravvissuto ricordò che la mattina del 12 agosto un tedesco arrivò a casa sua e ordinò a tutta la sua famiglia di uscire e di unirsi ad un'altra famiglia profuga di Pistoia, lui invece fu incaricato di portare una cassetta con le loro munizioni. Successivamente le famiglie profughe e coloro che si trovavano nella piazza della chiesa, soprattutto donne e bambini, furono invitati a scappare (non specifica da chi e in quali circostanze), ciò che consentì anche a lui di abbandonare quella cassetta e di mettersi in salvo. Nel frattempo gli stessi tedeschi spinsero altre famiglie di profughi dentro la casa del parroco. Quando più tardi tornò nella piazza vide un grosso cumulo di cadaveri tra i quali riconobbe tutti i membri della sua famiglia: la moglie, due figlie, la sorella, il cognato, la nuora, due cognate, cinque nipoti ed una nipote, tutti di età compresa tra i 9 e i 16 anni e tutti sepolti dal parroco in una fossa comune.
La testimonianza, oltre ad essere piuttosto generica e povera di dettagli importanti, in quanto non specifica in quale località del paese si trovava, non indica il numero dei tedeschi neanche in maniera approssimativa e non si sofferma sulle azioni degli stessi.
Essa si rivela poco chiara, se non addirittura contraddittoria, in quanto da un lato sembra affermare che molte persone riuscirono a salvarsi grazie agli stessi tedeschi che consentirono la fuga, dall'altro, dopo aver inspiegabilmente trascurato di spiegare come e dove riusci a scappare, sia lui che la sua famiglia e quelle dei profughi, sembra rimangiarsi tutto perchè la sua stessa famiglia risultava essere stata integralmente sterminata. Sorge quindi il dubbio che la deposizione non sia stata completamente veritiera, forse perchè tesa a nascondere la sua complicità coi nazisti. Infatti altre deposizioni hanno già evidenziato che i portatori di cassette delle munizioni erano preventivamente d'accordo con il nemico, così viene detto, per esemplo, con riguardo al GARIBALDI che, al loro approssimarsi, gli andò incontro piuttosto che scappare come altri che poi riuscirono a salvarsi.

Più dettagliata la deposizione rilasciata il 15 marzo 1947 da Alfredo GRAZIANI, testimone oculare dei fatti e uno dei pochi fortunati sopravvissuti.
Si era trasferito per breve tempo a Sant'Anna con la famiglia e, il 12 agosto, dalla finestra vide arrivare una fila di SS, riconosciuti dal teschio sull'elmetto, che arrivavano dall'Argentiera con degli uomini e donne prigionieri. Accerchiarono la località il Pero, costringendo tutta la popolazione ad uscire di casa, e portarono tutti verso la piazza della chiesa. Dopo circa dieci minuti arrivò un altro tedesco in casa sua e costrinse anche lui e la sua famiglia ad uscire e li condusse in una piccola casa vicina dove furono costretti a passare davanti ad una fila di tedeschi schierati con le armi, tra cui uno alla mitragliatrice, che sparava tutti colpendoli alle spalle. Nella stanza della casa dove furono ammassati c'erano circa 40 persone, prevalentemente anziani, donne e bambini.
Contemporaneamente stavano già incendiando la loro casa. Spaventati per il precedente ferimento che costò la vita al primo uomo colpito, lui e la famiglia riuscirono a salire nella stanza al piano di sopra quando, poco dopo, sentirono che il vetro della stanza dov'erano rimaste le altre persone veniva rotto e subito dopo l'esplosione di una granata a mano seguito dagli spari della mitragliatrice e da una seconda granata, poi più nulla, né grida, nè lamenti. Da una crepa che c'era nel pavimento videro che erano tutti morti, era stata una terribile carneficina. Evidentemente non contenti dello scempio appena fatto, i tedeschi presero delle fascine, le gettarono nella stanza e appiccarono il fuoco, facendo temere a lui e alla famiglia di poter morire soffocati dal fumo e per i gas dei cadaveri.
Appena ebbero l'impressione che stessero allontanandosi, in mezzo al fumo e al cattivo odore dei cadaveri bruciati, con molta cautela, riuscirono a scendere ed a nascondersi in un campo lì vicino da cui poterono sentire i tedeschi che "fischiando e sparando" si dirigevano verso la chiesa.

Nell'ambito dello stesso procedimento a carico di SIMON, il 15 marzo 1947 venne sentito anche Agostino BIBOLOTTI, all'epoca dei fatti ventottenne, che quel giorno si trovava in località Vaccareccia.
Erano le 7 del mattino, ed era ancora a letto, quando un tedesco bussò alla loro porta ordinandogli di aprire. Fecero uscire tutti dalla casa, quindi li condussero dentro una stalla lì vicino dove raggrupparono altre due famiglie, circa 20 persone in tutto. Poiché subito dopo chiesero due uomini per il trasporto delle loro radio trasmittenti, lui e suo fratello si offrirono volontari, pertanto dovettero abbandonare gli altri e vennero fatti uscire. Chi rimase dentro la stalla, invece, venne brutalmente ucciso col fuoco dei lanciafiamme, fuoco ulteriormente alimentato con la paglia di un covone vicino. Solo in seguito venne a sapere che in quella strage si salvò solo suo nipote, Mario MARSILI.
“Completata con loro grande soddisfazione quella carneficina”, i tedeschi si diressero verso il piazzale della chiesa, dove erano già ammassate circa 150 persone, tutti vecchi, donne e bambini, che furono poco dopo uccise prima a colpi di mitra, poi bruciati con lanciafiarnme, facendo una strage che durò almeno due ore. Anche lui e suo fratello stavano per subire la stesso orrenda sorte: infatti erano già stati messi al muro, quando all'improvviso un sottufficiale (nel verbale s.i.t. del 12.09.1996, anch'esso acquisito con il consenso delle parti, parla invece di un ufficiale) intervenne e fermò l'esecuzione affermando che sarebbero stati ancora utili per trasportare gli apparecchi a Val di Castello. Arrivati fino al paese, trovarono altre centinaia di persone che, fatte prigioniere, furono interrogate con orribili torture prima di essere ulteriormente divise in gruppi.
Infatti i rastrellati di Sant'Anna furono separati e orrendamente uccisi a S. Terenzo, come si venne poi a sapere, molti altri furono "soltanto" deportati in Germania, ciò che consentì a molti, seppur dopo molte sofferenze, di salvarsi. Lui apparteneva a questi ultimi "fortunati" perchè, quando chiesero chi fosse di Sant'Anna, e ancora non si sapeva quale sorte sarebbe toccata agli uni e agli altri, decise di non disse nulla.
Il BIBOLOTTI fu successivamente sentito come testimone anche nel processo tenuto a carico di Walter REDER presso il Tribunale Militare di Bologna nel 1951. In quella sede non aggiunse molto a quanto precedentemente dichiarato, ma precisò soltanto che al momento della distruzione della sua famiglia all'interno della stalla alla Vaccareccia, lui si trovava a circa 10 metri e vide che i lanciafiamme furono adoperati quasi simultaneamente ai mitra. Aggiunse di non sapere a quale reparto appartenessero quelle SS, però vi era un loro comando a Val di Castello da almeno 20 giorni, infatti al termine dell'azione tornarono proprio lì. Inoltre, quando arrivarono alla piazza della chiesa, vide un soldato tedesco ferito che aveva la testa fasciata.
In seguito il BIBOLOTTI fu nuovamente sentito a s.i.t., come già visto il 12.09.1996, poi ancora il 31.07.2000, il 13.08.2002 e l'8.06.2004, i cui verbali, peraltro privi di ulteriore utilità, sono stati acquisiti con il consenso delle parti.

Per l'individuazione dei responsabili della strage, invece, le prime indagini italiane furono portate avanti dal Commissariato di Viareggio, nella persona del Vice Commissario Vito MAJORCA, per conto della Procura presso la Corte d'Assise Straordinaria di Lucca. Nei suoi accertamenti MAJORCA individuò diversi sopravvissuti, molti dei quali escussi come testimoni, che gli consentirono una ricostruzione dell'accaduto che anche i procedimenti successivi, compreso questo, hanno sostanzialmente confermato. Nel rapporto del 20 agosto 1946 sono infatti nominati Carlo POCAI, detto "Carletto", Gualtiero BERTILLOTTI, Mauro PIERI, Lina ANTONUCCI, Florinda BERTELLI, Angela LAZZERI, Benedetta BOTTARI, Mario ULIVI, Giuseppina BOTTARI, Giuseppe RICCI, Ettore SALVATORI, Lilio BURATTI, Eva ROGAI, Vittorio ZERIO, Fenicio VIRGINI, Agostino BIBOLOTTI, Lorenzo
BOTTARI, Severina BOTTARI, Alice NAVARRI, Lina DARLIANO, Renata LAZZARESCHI e Agata LENZONI.
Per quanto il Commissario non avesse ritenuto di ravvisare elementi a carico di militari tedeschi ben individuati, preliminarmente diede una descrizione dei luoghi e dello stato del paese cosi com'era nei giorni antecedenti l'eccidio, premessa necessaria al fatto come ricostruito sulla base delle indagini fino a quel momento effettuate. Quindi passò alla sua descrizione.
Anche lui mise in evidenza che con l'avanzata del fronte il paese si era affollato ben oltre il consueto numero di abitanti, avendovi trovato rifugio qualche migliaio di persone, contro le abituali 327. Nel frattempo, nei monti prospicienti e nella vallata circostante, si andavano ad ingrossare anche le schiere di partigiani e, quindi, iniziarono i rastrellamenti dei fascisti e delle SS tedesche. II Commissario ricordò gli scontri del 30 luglio 1944 a Monte Ornato e il conseguente sfollamento della popolazione del paese che temeva conseguenze anche per sè.
Passato qualche giorno e tornata la calma, la popolazione ritornò alle proprie case, in qualche modo incoraggiata dalle rassicurazioni del vicino comando tedesco che assicurò che la popolazione poteva ritornare a condizione che non ci fossero partigiani, del resto nessuno aveva mai visto o udito ordini di sfollamento. Questo spiega la grande sorpresa degli abitanti quando il 12 agosto, alle 7 del mattino, le SS arrivarono in cima alla vallata, in atteggiamento di guerra, da tre direzioni diverse. Un gruppo giunse da Monte Ornata, un altro dalla Foce di Compito, un terzo dalla Foce di Farnacchia ed un quarto gruppo si fermò sopra Val di Castello per bloccare l'accesso a Sant'Anna (o eventualmente l'uscita).
La prima squadra, quella di Monte Ornato, prelevò le persone all'Argentiera bruciandone le case, le incolonnò e le condusse alla Vaccareccia, dove c'era il primo gruppo di case delta vallata. A quel punto il MAJORCA riferisce di razzi luminosi con cui i tedeschi si scambiarono due messaggi, segnale che determinò l'arrivo di SS da tutte le parti e l'inizio della loro azione criminosa in ogni direzione, tanto che tutta la popolazione si trovò all'improvviso sotto il fuoco tedesco. Soltanto gli uomini, sempre vigili perchè coscienti del pericolo continuamente incombente su di loro, riuscirono a scappare e a mettersi in salvo. Le donne, i vecchi e i ragazzi, invece, rimasero vittime di un'azione che per modalità e conseguenze non aveva alcun precedente.
Sulla sola base di queste pur sintetiche note, ed in particolare di alcuni dettagli già illustrati, il Commissario ne dedusse che non poteva che trattarsi di un piano ben organizzato.
Più in particolare accertò che alla Vaccareccia le persone erano state ammassate in tre stalle dove furono uccise con bombe a mano e mitragliatrici, e date alle fiamme, così come le loro case. Sicuramente molte delle vittime perirono proprio a causa del fuoco, infatti a distanza di tempo (non viene precisato quanto), oltre a numerosi cadaveri, i partigiani trovarono ancora vive alcune persone tra i resti dell'incendio. Tra queste Angela LAZZERI e Benedetta BOTTARI, mentre sopravvissero in quel luogo anche Milena BARNABO', Lina ANTONUCCI, Mario ULIVI e Mauro PIERI. Poiché verosimilmente non erano entrati tutti dentro le stalle, dove evidentemente ritenevano di poter uccidere più agevolmente quel numero di persone, qualcuno fu ucciso fuori, infatti vennero trovati 11 cadaveri fuori da ciò che rimaneva delle stalle.
Più o meno lo stesso sistema venne adottato anche in località Le Case e Franchi, dove 40 persone vennero uccise allo stesso modo dentro una casa, 15 dentro un'altra, una ventina all'aperto. Li sopravvissero Florinda BERTELLI, Giuseppina BOTTARI, Enrichetta PIERI e Marietta MORIONI.
Una squadra, contemporaneamente all'azione delle altre, passò in località Bambini, quasi in cima alla vallata, senza commettere alcun crimine e insieme ad un'altra, che proveniva più dal basso, giunsero in localita Colle dove prelevarono le persone dalle case e le incamminarono verso Val di Castello prima di ucciderle sparando alle loro spalle. Tra costoro si salvarono Ettore SALVATORI ed una sua parente, per il resto ci furono 17 morti.
La squadra proveniente dalla Foce di Farnocchia giunse in località Sennari dove, secondo quanto riferito da MAJORCA, sembrava che stessero seguendo più o meno lo stesso schema di azione, infatti avevano già incendiato le case e piazzato tutte le persone davanti alla mitragliatrice, quando l'intervento di un ufficiale evitò il massacro. Soltanto successivamente vennero trovate due ragazze di quel gruppo uccise in località Mulini, verso Val di Castello.
In località Pero, così come nella piazza della chiesa, furono bruciate tutte le case mentre gli abitanti, radunati nella stessa piazza furono uccisi senza che nessuno scampasse a quell'ennesimo massacro. II giorno seguente venne trovato un cumulo di cadaveri ormai irriconoscibili: ne contarono solo 132 ma furono di più, perchè molti, secondo le icastiche parole di MAJORCA, erano solo "un involucro confuso di membra, carne, ossa in avanzata putrefazione".
Evidentemente sulla via del ritorno, in località Coletti radunarono le persone di due case che stavano sotto il sentiero che conduceva a Val di Castello e le "annientarono" davanti alla porta di una stalla. Ci furono 22 morti e qualche sopravvissuto di cui, però, il Commissario non indica il nominativo.
Continuando il loro cammino verso Val di Castello uccisero "quanti trovavano" fino alla località Mulini.

Oltre al suddetto Rapporto, nell'ambito del procedimento penale incardinato presso il Tribunale Militare di Bologna (proc. n. 420/48 R.G.) a carico di Walter REDER, inizialmente ritenuto responsabile anche del massacro di Sant'Anna, sono state acquisite altre prove poi confluite nel presente procedimento sulla base dell'art. 238 c.p.p., comma 3, trattandosi di prove non più ripetibili.
Tra queste la dichiarazione spontaneamente rilasciata da Bruno ANTONUCCI, sindaco di Stazzema, il 18 marzo 1948. Lui era uno dei sfollati di Farnocchia e quel 12 agosto si trovava in cima ad una collina a circa 300 metri in linea d'aria da Sant'Anna. All'alba vide un gruppo di SS che procedeva in formazione sparsa da Val di Castello e fra loro riconobbe alcuni italiani che portavano le cassette delle munizioni. Verso le 7 arrivarono in paese e lì cominciarono a sparare con armi automatiche in ogni direzione quando, quasi contemporaneamente, arrivò un'altra colonna dall'Argentiera. Nel giro di poche ore incendiarono le case e uccisero tutti, tanto che già alle 11 si sentivano parlare solo i tedeschi che se ne andarono cantando al suono indimenticabile di una fisarmonica. Poi, verso mezzogiorno, un padre disperato andò da lui con il bambino crivellato di colpi e sporco di sangue alla disperata, ma ormai inutile, ricerca di un medico quasi non volesse accettare che ormai sarebbe stato inutile. Nei giorni seguenti apprese dal Parroco di La Culla che i morti erano circa 560, di cui 204 non identificati e non registrati.

Nell'interrogatorio reso davanti al Giudice Istruttore il 25 gennaio 1951, Maria Luisa GHILARDINI ebbe modo di raccontare che nei giorni antecedenti la strage nella zona non c'erano più partigiani. La mattina del 12 agosto 1944 i tedeschi arrivarono al Colle, tra Sennari e la Vaccareccia, verso le 8.00. Fecero uscire tutti dalle case e, incuranti di quanto cercassero di dirgli gli abitanti, tutti sfollati per ordine delle stesse SS da Forte dei Marmi, entrarono nelle abitazioni e bruciarono tutto, nonostante non vi avessero trovato nulla di "proibito" o sospetto. Si trattava di SS, riconosciute perchè portavano il teschio sull'elmetto e sul petto, che erano arrivavate da molte direzioni, sia dal Monte Lieto che dall'Argentiera e dalla Vaccareccia, dove avevano già fatto strage. A quel punto li condussero per un viottolo verso Sennari, incendiando le case incontrate lungo il tragitto.
Giunti in quest'ultima località incontrarono altre SS, in tutto circa 50, li fecero andare in un campo dov'era già piazzata una mitragliatrice servita da 3-4 tedeschi e da un italiano con cui li spararono tutti, qualche tedesco sparò e uccise anche con il "moschetto". In tutto, compreso uno di quei portamunizioni che venne messo insieme a loro, erano 19 persone, delle quali si salvarono soltanto lei e lo zio Ettore SALVATORI, questo perchè ritenuto morto dai tedeschi anche quando, dopo aver sparato, andarono a controllare se fossero tutti morti.

Precedentemente incaricato della ricerca di possibili testimoni per quel processo, con il Rapporto del 5 marzo 1950 il Commissario di P.S. di Viareggio Dr. CECIONI comunicava di aver individuato ed escusso tutta una serie di possibili testimoni.
Per quanto di rilevanza, riferiva che Florinda BERTELLI, domiciliata in località Le Case il giorno della strage, era stata prelevata insieme alla figlia e alla nipotina di due anni e condotta in una cucina dove furono radunate circa 30 persone poi mitragliate: si salvarono solo lei e la cugina Giuseppina Bottari.
Angela LAZZERINI gli disse, invece, di essere stata prelevata dalle SS nella frazione della Vaccareccia e condotta in una stalla vicina dove c'erano già una quarantina di persone, poi uccise prima che venisse appiccato il fuoco alla stalla. Il racconto gli fu confermato dalla di lei cognata Benedetta BOTTARI.
Mario ULIVI dichiarò di essere stato prelevato dalle SS dalla frazione Argentiera insieme alla madre e alla sorella, tutti rinchiusi in una stalla alla Vaccareccia dove vennero mitragliate una sessantina di persone e poi incendiata la stalla. Lui fu salvato da Milena BARNABò.
Giuseppina BOTTARI dichiarò di essere stata prelevata dalla casa in località Le Case e condotta in un'altra poco distante, dove furono mitragliate una trentina di persone che poi bruciarono la casa.
Fu nuovamente sentito anche Giuseppe RICCI ma, non aggiunse nulla di rilievo rispetto a quanto riferito ai Carabinieri nell'inchiesta per collaborazionismo.
Fu sentito anche Ettore SALVATORI in quell'interrogatorio in cui indicò anche nel Buratti uno degli italiani che collaborarono con i tedeschi, nominativo poi corretto nell'interrogatorio ai Carabinieri di cui si è già detto.
Nel suo interrogatorio, però, fu lo stesso Guido BURATTI ad ammettere di essere stato costretto a portare una cassetta di munizioni nel corso dell'operazione. In particolare lui collaborò a piazzare la mitragliatrice di fronte al Monte Gabberi, ma non è credibile quando afferma che il gruppo dei soldati aiutato non partecipò alla strage, infatti la località e le circostanze sono le stesse delineate da molti altri testi che purtroppo, però, riferirono di un vero e proprio massacro con il fuoco della mitragliatrice.
Un altro ad ammettere di aver dovuto portare una cassetta di munizioni fu, poi, Agostino BIBOLOTTI, precedentemente rastrellato dai tedeschi.
Anche Lina ANTONUCCI fu prelevata all'Argentiera e condotta alla Vaccareccia dove fu mitragliata insieme ad altre 60 persone nella stalla poi bruciata e colpita con bombe a mano.
Particolarmente importanti, infine, le dichiarazioni di Luigi LAVAGNINI, che identificò nel Capitano Medico SCHMIDT uno dei partecipanti alla strage e, soprattutto, quelle di Mario ROSI, che indicò nel Sergente Alfredo SCHAMEBERG (è evidente l'errore di pronuncia di quello che, senza dubbio, è l'imputato SCHONEBERG) un altro dei partecipanti all'eccidio, primo riferimento specifico ad uno degli odierni imputati.
Oltre alle testimonianze indicate, il Commissario CECIONI si lascia andare alle sue conclusioni circa le cause dell'eccidio, da ravvisarsi esclusivamente nei precedenti scontri tra tedeschi e partigiani, che proprio per questo non sarebbero stati ben visti dalla popolazione, sebbene li supportasse con discrezione, e nel mancato sfollamento della popolazione a seguito di un ordine, verbale e scritto su manifesti, impartito il 29 luglio 1944 quando un capitano tedesco giunto con un camion arringò la popolazione alla presenza del Parroco.

II 28 febbraio 1951, nell'interrogatorio reso ai Carabinieri della Stazione di Camaiore, i fratelli Luigi e Stefano LUCCHETTI dichiararono che le truppe tedesche che nel mese di agosto 1944 stazionarono nella zona di Capezzano di Camaiore furono riconosciute come SS in virtù delle mostrine i cui segni a forma di frecce altro non erano che SS. Arrivarono ai primi di luglio sotto il comando di un capitano, il quale, dopo una decina di giorni, fu destinato ad altra sede per essere sostituito dall'ufficiale che aveva requisito loro la casa lasciandogli solo due stanze. Si faceva chiamare WAGNER e non aveva alcun impedimento alle braccia (è evidente che si trattava di un riferimento al REDER di cui era nota, invece, la grave menomazione proprio al braccio). L'11 agosto, verso le 23.30, partì da Capezzano per fare ritorno alle 17 del giorno successivo, quello della strage. I due fratelli non furono in grado di fornire altre informazioni su quelle truppe se non che il loro interprete era un soldato di Merano che si faceva chiamare Giovanni, ma che non sapevano dove alloggiasse, e che andava li in casa dal capitano ogni giorno.
Sempre nelle indagini nell'ambito del processo REDER, il Maresciallo CC CANFORI della Stazione di Pietrasanta svolse una serie di altri accertamenti che consentirono di accertare alcuni dei luoghi dove avevano soggiornato alcune SS che presero parte all'eccidio, tuttavia non riuscì ad individuare neanche a quale reparto appartenessero.

7.6 Le ultime indagini sull'eccidio.
Dopo una lunga stasi, conseguente al provvedimento di "archiviazione provvisoria" adottato dal Procuratore Generale Militare nel 1960, i fascicoli vennero trasmessi alla Procura Militare in sede, la quale riprese le indagini, proceduto ad una articolata ricognizione dei risultati delle precedenti inchieste, e ad una capillare ricostruzione degli avvenimenti, anche con l'ausilio di consulenti. In tale ambito sono state sentiti numerosi testimoni, tra quali i sopravvissuti della strage, ma anche militari tedeschi presenti a Sant'Anna il 12 agosto 1944. Molti sono ascoltati anche nel corso del dibattimento, come si è illustrato nella parte espositiva, ma di molti altri sono stati acquisiti, con il consenso delle parti, i verbali di varie informazioni testimoniali. Per completezza espositiva mette conto illustrare il contenuto delle loro dichiarazioni, che foniscono ulteriormente elementi per la ricostruzione della vicenda.

Tra queste vi è quella di Alvaro ULIVI, sentito il 3.08.2000, abitante di Farnocchia all'epoca tredicenne, poi sfollato a Sant'Anna in località Coletti. Egli riferì che la mattina del 12 agosto una pattuglia, dopo aver cercato di forzare la porta della loro casa, si fece aprire e gli ordinò di uscire, quindi li mise al muro dell'abitazione per ucciderli. Avevano già piazzato la mitragliatrice quando la madre, con una scusa, riuscì a convincerli a desistere dal loro proposito. Allora li prelevarono e li condussero lungo la strada per Val di Castello, quando il gruppo fu spezzato in due e quello più numeroso rimase indietro solo con un solo soldato. Mentre il gruppo andato avanti fu interamente sterminato, loro ebbero salva la vita perchè il giovane tedesco che era con loro, invece che sparare, li invitò ad allontanarsi in tutta fretta e sparò ad un vicino gregge di pecore.

Altra testimone di cui si è acquisito il verbale s.i.t. del 16.04.2003 è Marisa CIPRIANI, che all'epoca aveva 19 anni e si trovava in località Coletti. Quella mattina era rimasta sola col nonno e con i due fratelli perchè il padre era scappato al solo udire i primi spari in lontananza. A un certo punto arrivarono una decina di SS che la prelevarono e, dopo aver depredato il nonno di portafoglio e orologio d'argento, la costrinsero con la forza ("...mi presero a calci e sberle") a portare uno zaino che, dato il peso, riteneva fosse pieno munizioni. Lungo il sentiero per Val di Castello arrivarono ad un mulino, nei pressi della stessa Val di Castello, dove incontrarono una coppia di anziani con 3-4 giovani donne. Dopo aver rubato il poco oro che quei poveretti custodivano gelosamente, la fecero scostare di qualche metro, tenendola girata in modo che non vedesse, e scaricarono un'intensa raffica di mitra con cui uccisero quegli sventurati. Quel gruppo di soldati era comandato da un militare non molto giovane, mentre gli altri erano tutti giovani sui 20-22 anni. Arrivarono a Val di Castello e lì fu finalmente liberata, anche se tutt'ora ignora il motivo per cui le fu risparmiata la vita.

II 17.03.2003 è stato sentito a s.i.t. Massimo PELLEGRINI, sopravvissuto che all'epoca aveva 27 anni. Lui si trovava il località Fabiani quando incontrò due ragazze che lo avvertirono dell'arrivo dei tedeschi, che poi seppe essere SS, e dei rastrellamenti in corso. Dopo aver trasmesso l'allarme anche a casa sua, il PELLEGRINI si rifugiò in una grotta, e da li potè sentire gli spari e le urla strazianti delle donne e dei bambini che si trovavano nella piazza della chiesa, mentre colonne di fumo si levavano da più parti. Solo verso le 15, quando ormai avevano smesso di sparare, decise di uscire e si rese conto dei disastri compiuti. La sua famiglia era tutta salva, ma vide corpi che giacevano sparsi dappertutto, anche in località Coletti dove aveva la casa la famiglia di Cesira PARDINI, tutta sterminata tranne lei: lì, a ridosso di un muro, tra donne e bambini c'erano i cadaveri di 22 persone. II giorno successivo, passando nella piazza, vide 4-5 persone che alimentavano il fuoco della catasta dei cadaveri: nonostante si fossero qualificati come partigiani, lui fu portato a non credergli, sia perchè non li aveva mai visti, sia perchè uno di loro aveva preso tutti i portafogli dai cadaveri, disse lui, per restituirli ai famigliari.
Sospetti che furono confermati qualche anno più tardi quando rivide la stessa persona nel corso di un processo a suo carico a Lucca, evidentemente riconosciuta e chiamata a rispondere alla giustizia.

Di un certo interesse anche la deposizione rilasciata il 3.02.2004 dall'allora ventinovenne Elio TOAFF, all'epoca sfollato a Val di Castello da Livorno e poi divenuto illustre Rabbino della città di Roma. Infatti, sebbene non abbia assistito a nessuno dei drammatici episodi, ha comunque potuto notare che il 12 agosto vide transitare, sin dal mattino presto, tre colonne di SS che si dirigevano verso la zona di Sant'Anna. Erano incolonnati a piedi ma si muovevano in tre direttrici diverse secondo una manovra convergente. Infatti, pur risalendo la collina da tre punti diversi si riunirono confluendo verso la sommità della stessa dove c'era, appunto, il paese. Al ritorno, quella sera stessa, avevano l'aspetto stravolto ("... gli occhi allucinati come se fossero drogati”) ed erano tutti imbrattati di sangue.

Oltre a quanto già riportato, anche Bruno TERIGI ha dato informazioni interessanti nei vari interrogatori resi nel corso delle indagini. Si tratta di dichiarazioni piuttosto originali in quanto, essendo nato in Svizzera ed avendo fatto da interprete al comando della Wehrmacht di Pietrasanta dal febbraio 1944 fino al 20 giugno 1944, quando arrivarono le SS, e lui fu sostituito da altro interprete, ebbe occasione di parlare con diversi tedeschi.
Innanzitutto ha ricordato che nella sede di Pietrasanta si trovava tutto il comando delle SS, compresi REDER e il Ten. WOLFF. Non è stato testimone dei fatti, però si trovava a Val di Castello quando il 12 agosto fu prelevato insieme ad altri civili e condotto a Nozzano Castello, dove fu imprigionato per qualche giorno sotto la custodia delle SS.
Appena rastrellati, però furono tutti condotti nella piazzetta della stessa Val di Castello, al cospetto di un gruppo di ufficiali e sottufficiali adagiati su un carretto. Avendo saputo che anche lui parlava tedesco, chiamarono un certo Joseph, che aveva già conosciuto quando REDER, al suo arrivo a Pietrasanta, gli comunicò che non avrebbe più fatto da interprete e glielo mostrò come suo sostituto, e gli chiesero se lo avesse già visto insieme ai partigiani. La stessa procedura venne seguita con tutti gli altri rastrellati e quelli che venivano riconosciuti da lui venivano messi da un lato, tutti gli altri che non aveva già visto con loro, tra cui lo stesso TERIGI, venivano messi da un altro lato e condotti in altro luogo. Venne poi a sapere direttamente da quel Joseph, mentre si recavano a Nozzano, che aveva fatto il doppiogiochista con i partigiani, con cui era stato per ben tre mesi fino a qualche giorno prima e che per quel motivo era chiamato a riconoscere chi tra i rastrellati avesse avuto contatti con i partigiani. Fingendosi un disertore tedesco, mentre in realtà era una spia delle SS (diceva ridendo che "...c'erano cascati come delle pere cotte"), si vantava di essere stato lui l'artefice della rappresaglia di Sant'Anna e di aver fornito al Comando della 16° tutti gli elementi per compierla. A differenza di tutti gli altri che aveva visto in quell'occasione, tra i quali menzionava il Sergente SCHONEBERG e il suo superiore Tenente WOLFF, nel verbale del 14.03.2003 il TERIGI precisò che lui era anche l'unico a non essere sporco di sangue in quanto, essendo semplicemente un infiltrato, si era limitato a fornire le informazioni, defilandosi prima dell'operazione. Rivide SCHONEBERG e il suo superiore Ten. WOLFF anche quando lasciò la scuola di Nozzano dov'era stato imprigionato. A seguito della presentazione di alcune fotografie, il TERIGI fu in grado di riconoscere con quasi certezza che si trattasse proprio di WOLFF, colui che Joseph gli aveva indicato come comandante di quella piazza e responsabile della loro sorte (sono acquisite anche le fotografie con sottoscrizione del teste sotto quelle di WOLFF).

Di interesse anche la deposizione rilasciata da Arnaldo BARTOLUCCI nel verbale s.i.t. del 18.09.1996. Infatti, trovandosi a quella data in località Argentiera, dov'era sfollato con la sua famiglia, sentì le prime raffiche di mitra verso le 7 del mattino e delle grida che preannunciavano l'arrivo dei tedeschi. Riuscì a nascondersi con i suoi famigliari nella boscaglia vicino alla mulattiera, dove transitarono i soldati e per questo riuscì a distinguere distintamente che il primo di quella colonna che, fermatosi, si rivolse agli altri e con perfetto italiano gridò "Avanti, avanti ancora!". Era una colonna che proveniva da Monte Ornato, che contava in tutto una sessantina di persone, compresi gli abitanti delle località Moriconi e Argentiera già rastrellati, e che si dirigeva verso la Vaccareccia dove, seppe più tardi, vennero tutti uccisi.

Non tutti i tedeschi, però, si rivelarono degli assassini. Infatti vi è la testimonianza di Olinto CERVIETTI (s.i.t. del 02.08.2000) che si trovava in casa con dei famigliari quando, verso le 12.30 del 12 agosto 1944, un tedesco robusto entrò con violenza in casa loro per controllare se ci fosse qualcuno da rastrellare e, invece che prenderlo, lo invitò a nascondersi sotto il materasso dicendo agli altri soldati che erano rimasti fuori che lì dentro c'erano soltanto dei ragazzi piangenti.

Nessuna informazione particolare dai verbali s.i.t. di Giordano GUFFANTI (arruolato dai tedeschi dopo l'8 settembre, probabilmente nelle SS, e poi prigioniero di guerra degli americani, cui si arrese dopo essere stato di fatto abbandonato con l'autista di un mezzo militare tedesco), di Sirio MACCHIARINI (rastrellato a Val di Castelo il 12 e messo da REDER in un gruppo poi condotto a Casa Pia di Lucca), di Rocco Nazario MASELLI (un partigiano della banda BANDELLONI che ha detto che alcuni del gruppo erano evasi dal carcere di Massa, che il 12 era nascosto sopra la strada di Farnocchia, che non ricordava alcun ordine di sfollamento tedesco, nè aveva mai visto il contrordine affisso dai partigiani).

Nel verbale s.i.t. del 14.03.2003, Avio PIERI racconta che il 12 agosto si trovava in località Sennari con la famiglia e fu svegliato dalla madre che vide una colonna di tedeschi che arrivava scortando i civili già rastrellati da Monte Ornato. L'allarme fu lanciato verso le 6.30, ma già alle 7 si sentivano i primi spari e si vedevano le prime colonne di fumo provenienti dalla Vaccareccia. Gli uomini fecero comunque in tempo a scappare ma lui e suo fratello, i quali, avendo 8 e 12 anni ritenevano che non gli sarebbe stato fatto nulla, rimasero lì con le donne. Ai primi di agosto si era sparsa la voce che i tedeschi avessero affisso un manifesto contente un ordine di sfollamento in prossimità della chiesa di Sant'Anna. Per questo molti ubbidirono e lasciarono il paese, per farvi comunque ritorno pochi giorni dopo quando i partigiani scesero in paese e ne affissero un altro in cui si invitava la popolazione a rimanere perchè loro li avrebbero difesi "... con le forche e i bastoni"'.
Dopo i tragici fatti, però, il PIERI si ricordò quanto aveva visto la sera prima. Infatti saranno state le 23.30 quando vide dei razzi luminosi di segnalazione di colore verde e rosso sparati prima dalla parte di Casoli verso Seravezza, subito dopo, di rimando, un altro da Seravezza verso Casoli. Poi un altro dalle Mulina verso Val di Castello-Baccatoio e viceversa. Solo successivamente capì che si trattava di segnalazioni che si erano scambiate i reparti tedeschi per comunicarsi il raggiungimento dei rispettivi posti da cui sarebbero partiti il giomo dopo per l'azione. Egli trovava ancora presso l'abitazione quando giunsero tre soldati delle SS che dovevano essere semplicemente di avanguardia perchè non dissero niente e se ne andarono verso la località il Colle dove poi si seppe che avevano ucciso 17 persone. Nel frattempo continuava a sentire spari e urla, soprattutto quelle di Pierina BERTELLI dalla piazza della chiesa. Poi una ventina di soldati provenienti dal Colle tornarono verso di loro con donne e anziani rastrellati in località Fabiani e col chiaro intento di ucciderli tutti, compreso lui ed altre 24 persone che si trovavano nella piazzetta di Sennari. Infatti avevano già piazzato una grossa mitragliatrice in posizione di sparo quando dalle loro spalle arrivò un ordine in tedesco con cui fu disposto di smontare la mitragliatrice e di dirigersi tutti verso Val di Castello.
Fu lungo quel tragitto che ebbe occasione di sentir parlare uno di quei soldati, il quale che, come un altro paio di loro, aveva una retina che dall'elmetto scendeva a coprirgli il viso. Infatti, rivolgendosi ad una vecchietta che era stanca di camminare, non soltanto rispose in italiano, ma in perfetto toscano le disse di mettersi a sedere.
Quando il mattino successivo tornò a Sant'Anna, sul lato destro della catasta di cadaveri c'erano quelli di due con la divisa dell'esercito tedesco, gli stivali, l'elmetto e col fucile Maser. In seguito sentì dire che si trattava di soldati che si erano rifiutati di sparare agli
abitanti.


Particolarmente interessanti, e decisive per la conferma dello svolgimento dei fatti e per l'individuazione dei responsabili del massacro, le testimonianze dei tedeschi che quel giorno parteciparono.
Così dalle dichiarazioni rese da Ignaz Alois LIPPERT il 23.03.2004 in Germania, il cui verbale è stato acquisito con il consenso delle parti, si ricava una descrizione di quanto successe in prossimità della piazza della chiesa. II teste non ha fatto riferimenti ai preparativi dell'operazione, però ha ricordato un particolare molto importante, che da il segno del tipo di operazione che era stata compiuta e, soprattutto, del fatto che fosse stata attentamente organizzata. Infatti, così come evidenziato già da altre fonti, ha dichiarato che l'inizio dell'operazione fu determinato da alcune pallottole traccianti rosse sparate in cielo.
Disse ancora che il suo comandante di gruppo era un maresciallo e che, arrivati sul posto, gli diede l'ordine di prelevare le persone che si trovavano all'interno di una casa. Dopo aver fatto uscire una donna con la madre ed una bambina di 4-5 anni, gli fu ordinato di andare a prendere le munizioni per la mitragliatrice sull'autocarro che distava circa 500 metri da loro. Nel frattempo il comandante condusse via quelle persone, non si rese conto dove, perchè al suo ritorno vide che era rimasto solo e lo aspettava. In realtà i ricordi non sono stati molto nitidi, infatti sembrerebbe che nella stessa occasione in cui si era allontanato, si fosse anche fermato per fare i suoi bisogni ed in quel momento avrebbe sentito dei colpi di mitragliatrice; quindi al suo ritorno vide solo un grosso incendio sulla piazza alimentato dalle panche in legno e dal mobilio che vi era stato gettato. Ormai non si poteva più vedere alcuna persona e solo il cattivo odore di carne bruciata, e il fatto che sulla piazza non ci fosse più nessuno, gli lasciarono immaginare che i loro corpi fossero li sotto.
A conferma della crudezza e della loro cattiveria, il teste LIPPERT ha ricordato anche l'episodio al quale aveva assistito durante il tragitto che li conduceva al villaggio. Erano lungo la strada quando videro due uomini anziani che camminavano nella loro stessa direzione; nel suo gruppetto si diceva fossero partigiani, lui invece riteneva fossero soltanto abitanti del villaggio. All'improvviso, senza chieder loro nulla, un sottufficiale estrasse la pistola e li uccise sparando loro un colpo alla nuca e lasciandoli morti sul bordo della strada.
Al termine dell'operazione notò che la metà dei soldati era abbattuta, l'altra metà orgogliosa ed euforica per quanto avevano fatto, quindi lui stesso ha commentato che questi ultimi erano delle vere SS, tutti volontari, per cui nessuna distruzione era mai abbastanza.

8. I fatti come risultanti dall'istruzione dibattimentale.
Sulla base di quanto acquisito dalle numerose attività investigative e all'esito del presente dibattimento può dirsi provato quanto segue.
La mattina del 12 agosto, tra le 6.30 e le 7.30, un gruppo di militari tedeschi delle SS proveniente da Monte Ornato arrivò all'"Argentiera", in tutto una cinquantina di soldati, di cui almeno due parlavano italiano (Mauro PIERI). In quella località c'erano quattro o cinque famiglie più alcuni sfollati, in tutto una quarantina di persone fatte uscire dalle case (Milena BERNABO') e fatte concentrare verso contro il muro della piazzetta, dove diedero inizio alle loro violenze. Infatti, poichè c'era un uomo che aveva molta paura, uno di quei soldati, moro e con i capelli neri, lo picchiò a sangue con il calcio del fucile e con botte nella pancia (E. NAVARI). Poi gli altri tedeschi misero tutti in fila, e caricarono delle cassette di munizioni sulle spalle di alcuni uomini, fecendo incamminare tutti in direzione della "Vaccareccia".
Lungo il tragitto, giunti alla località della "Cuccetta" (dove c'era una cappella), li hanno fatti fermare e, piazzato uno strumento simile ad una mitraglia, lanciarono un segnale luminoso verso l'alto, cui ne segui un altro che veniva dalla parte opposta (Milena BERNABO').
Arrivati alla "Vaccareccia" intormo alle 9.00, cercarono di metterli dentro un fondo ma siccome non entravano tutti, fecero uscire le vacche da un'altra stalla (e forse anche da una terza) e vi fecero entrare le persone. Prima di entrare si notò (Mauro PIERI) che un soldato italiano, il quale parlava versiliese sparò un razzo luminoso in aria con un mortaio, ma in realta non è certo se si trattasse di un secondo segnale o dello stesso che era stato erroneamente riferito alla "Cuccetta". Chi lo ha visto, però, ha fatto decorrere la carneficina solo da quel momento, come se ne rappresentasse il segnale d'inizio (Mauro PIERI).
Non si sa quante persone riuscirono a far entrare in quella prima stalla, forse una trentina (28-30 per Lina ANTONUCCI), sicuramente c'erano tutti i ragazzi dell'Argentiera di Sotto. Prima di incominciare a sparare, comunque, i tedeschi si premurarono di contare le persone presenti, quindi incominciarono la loro opera prima con le pistole e poi con delle bombe a mano gettate all'interno. Nel tentativo di salvarsi da quella carneficina, molti cercarono di scappare verso fuori, ma appena usciti venivano falciati da una mitragliatrice posizionata all'esterno dell'edificio. Nonostante tutto qualcuno riuscì a salvarsi perchè protetto dai corpi delle persone uccise (per esempio L. ANTONUCCI e la BERNABO') o perchè creduto morto (Mauro PIERI). Qualcun altro, invece, riuscì ugualmente a scappare ed a nascondersi dentro il fondo che c'era dietro la casa (E. NAVARI, L. ANTONUCCI, Milena BERNABO' e il piccolo Mario ULIVI di 5 anni).
Poichè, però, dopo aver ucciso i tedeschi non erano ancora paghi e diedero fuoco alla stalla buttando dentro della legna (o paglia e fieno secondo PIERI) per bruciare i cadaveri e per fare, nel vero senso della parola, terra bruciata in tutto il territorio. Ma in quel momento all'interno delta stalla non erano ancora tutti morti, infatti si sentivano le grida di dolore, i lamenti e le richieste di aiuto di chi, fino a quel momento, era riuscito a sopravvivere. II problema principale di questi ultimi divenne immediatamente il fumo che rendeva irrespirabile l'aria e costrinse tre bambini a scappare nonostante il rischio di essere visti e uccisi li fuori.
Nel frattempo anche il forno non si era rivelato un posto sicuro per nascondersi, infatti i tedeschi diedero prova di grande "tenacia" nel loro proposito di sterminio, provocando un incendio al suo interno, nell'eventualità che qualcuno vi si fosse nascosto (E. NAVARI).
Alla fine dentro la stalla erano rimaste uccise almeno 20/25 persone, mentre altri erano stati uccisi altrove per un totale di una quarantina di persone trucidate in tutta quella località.

Un'altra colonna di militari, arrivata dalla Foce di Compito, raggiunse la località "Franchi" dove rastrellò tutte le persone trovate dentro le case per farle incamminare verso la piazza della chiesa. Subito dopo, però, arrivò un contrordine e le persone furono fatte tornare indietro e fatte entrare nella cucina della casa della famiglia PIEROTTI.
Qualcuno cercò di parlare con loro per capire cosa sarebbe successo o per dissuaderli, per esempio il padre della PIEROTTI, ma fu subito ammazzato con un colpo d'arma da fuoco alla testa non appena si avvicinò loro (Gabriella PIEROTTI). Le intenzioni dei militari erano ormai chiare, infatti un tedesco che stava a gambe larghe sulla porta cominciò a sparare col mitra ammazzando tutti quelli che erano nella stanza, mentre qualcun altro, invece, sparava con armi di piccolo calibro (Enrico PIERI). Qualche fortunato riuscì comunque a scampare al massacro, come il PIERI e le due sorelle PIEROTTI che riuscirono a rifugiarsi in un ripostiglio nel sottoscala.
Anche in quell'occasione i tedeschi mostrarono tutta la loro crudeltà perchè, dopo aver sparato a ripetizione, ancora assetati di sangue, controllarono se c'era ancora qualcuno vivo da uccidere, infatti freddarono la zia del PIERI con un colpo di pistola. Ancora non soddisfatti, volendo lasciare anche li una scia di distruzione e morte alle loro spalle, presero dei covoni di grano, li misero dentro la casa, e con dei fiammiferi diedero fuoco ai cadaveri. Soltanto alla fine, evidentemente soddisfatto dello scempio, un tedesco prese un'armonica a bocca e cominciò a suonare.

Durante tutta quell'operazione, i sopravvissuti hanno testimoniato di aver sentito gli stessi rumori di armi da fuoco e di distruzione anche nella piazza della chiesa e nella vicina località "Le Case".
Infatti quasi contemporaneamente un gruppo di 7/8 tedeschi proveniente da quella direzione (dai "Franchi") arrivò anche nella località di "Le Case" dove diede luogo ad analogo massacro. Con la differenza che dopo aver fatto uscire le persone dalle case ed averle tenute sotto la minaccia delle armi nello spiazzo che c'era davanti, prima di dare esecuzione a quel piano di morte esplosero un razzo rosso verso il cielo. In quel momento arrivò un altro gruppo di militari dalla parte opposta e cambiò anche l'atteggiamento di quelli già presenti: i militari divennero ancora più duri e risoluti, spinsero tutti in una di quelle case e li ammassarono dentro la cucina. Dopo averli rinchiusi, sfondarono il vetro della finestra e gettarono dentro delle bombe blu con il manico lungo. Probabilmente si trattava di bombe sfollagente per ammassarli verso la parete interna, infatti subito dopo riaprirono la porta e con un fucile mitragliatore piazzato proprio davanti cominciarono a mitragliare e ad uccidere. In quella località ci furono oltre ai 30 morti e soltanto 5/6 bambini riuscirono a salvarsi rifugiandosi nel piano di sopra dove rimasero protetti da una botola chiusa (Renato BONUCCELLI e Angiola BACCI).

Un'altra diecina di militari arrivò in localita "Colle" e cominciò a sparare all'impazzata in ogni direzione, soprattutto verso la casa dei Bertelli. Poichè gli uomini erano scappati quasi tutti alla notizia del loro arrivo, prelevarono le donne e i bambini dalle case, in tutto una ventina di persone, e li avviarono verso la mulattiera. Man mano che procedevano lungo il percorso, avendo visto alcune stalle e una casa già incendiate, era già chiaro a tutti che sarebbero stati bruciati anche loro. Invece, attraversato un campo di grano, cui i tedeschi diedero subito fuoco, li fecero scendere verso un fossato sul bordo del quale piazzarono la mitragliatrice. Qualcuno cercò di scappare (Armida BERTELLI) ma le SS spararono immediatamente per impedirlo e, con somma crudeltà, la prima persona ad essere uccisa fu una donna che implorava pietà per sè e per la figlia, di appena otto mesi.
Oltre alle raffiche del mitra la sparatoria fu integrata anche dagli spari delle armi degli altri soldati.
Anche in quella località diedero prova di grande determinazione perchè, dopo essersi allontanati per qualche minuto, tornarono e diedero il colpo di grazia alle poche persone che erano riuscite a sopravvivere. Nonostante tutto, qualcuno riuscì ancora a salvarsi fingendosi morto (Ettore SALVATORI).

Un'altra colonna di tedeschi raggiunse Sant'Anna dalla Foce di Farnocchia, infatti fu avvistata in località "La Porta", tra Farnocchia e Sant'Anna gia alle 6.30-7.00 (Ada Lina ANGELINI).
Preannunciata da due razzi luminosi sparati prima dalla Foce di Farnocchia e poi da Monte Ornato in risposta, la stessa colonna, composta da 70-100 persone, raggiunse subito dopo la località "Sennari" (Enio MANCINI e Natalina BOTTARI). Alcuni di loro avevano una retina sul viso e non li si poteva riconoscere, altri erano civili italiani che forse avevano fatto da guide. Prima bussarono alle porte, poi le sfondarono, quindi entrarono prelevando e portando tutti nella piazzetta che c'era in quel borgo. Trovate 20- 30 persone, le misero contro il muro di una casa, gli piazzarono davanti una mitragliatrice, la caricarono e, nonostante le suppliche delle donne che invocavano pietà, continuavano a tenerli lì ammassati per ucciderli.
Nel frattempo qualcuno di loro (Genoveffa MORICONI) vedeva in lontananza le persone rastrellate all'Argentiera che procedevano incolonnate in una di quelle tipiche stradine di montagna che portavano alla "Vaccareccia", qualcun altro (Remolo BERTELLI) sentì degli spari provenire dal paese e dalla località "Coletti", qualcun altro ancora (Avio PIERI) sentì gli spari alla "Vaccareccia" e vide le prime colonne di fumo già alle 7, ciò che dimostra che il piano si stava sviluppando contestualmente in località diverse.
Infatti anche loro sarebbero stati uccisi di lì a poco se non fosse arrivato un soldato, probabilmente un ufficiale, che fermò l'esecuzione. Questo determinò subito incertezza e sbigottimento tra gli stessi prigionieri che non sapevano piu che cosa stesse accadendo. Soltanto l'intervento dei civili italiani che erano al seguito di quei militari riuscì a far capire che non dovevano più stare lì, ma andare giù verso Val di Castello.
Pertanto furono incolonnati e scortati da 15-20 militari per un primo tratto di strada, fino a quando cioè, arrivati nel bosco, furono abbandonati e lasciati proseguire da soli in maniera che loro potessero ritornare indietro a bruciare le case (Angelo BERRETTI).
Tuttavia alcuni dei civili, invece che eseguire il nuovo ordine, nel tentativo di salvare qualcosa dal fuoco delle loro case, soprattutto il bestiame, ne approfittarono per nascondersi nel bosco, tant'è che quando passò un'altra pattuglia di 7/8 soldati attirati dal pianto dei bambini, li presero per la seconda volta e li incolonnarono lungo un sentiero verso la piazza della chiesa. Tuttavia, poichè alcuni di loro non riuscivano a camminare abbastanza velocemente (evidentemente i militari avevano fretta), decisero di ucciderli direttamente sul posto dando l'incarico ad un soldato. Quest'ultimo, descritto come il classico biondino tedesco di 17-18 anni, invece che dare esecuzione immediata all'ordine, appena fuori dalla visuale dei commilitoni, a gesti cercava di far capire che dovevano stare zitti e andare via, scappare, tornare indietro. Infatti, quando capirono che dovevano correr via, presa la direzione della loro casa sentirono alle loro spalle che il soldato sparava una raffica di mitra in aria per simulare la loro uccisione. Quel giovane soldato, sfidando la rigida gerarchia, a dimostrazione che era possibile non dare esecuzione ad un ordine criminoso, salvò loro la vita (episodio ricostruito sulla base delle dichiarazioni di Enio MANCINI).

Dopo quei razzi luminosi visti dalle sorelle, nella vallata della chiesa, al centro del paese, si iniziavano a sentire i colpi delle armi sempre più intensi (Angelo BERRETTI) alla località Colle c'erano 17 persone morte, alla località Le Case, dove bruciavano le case e c'erano altre persone morte. Le sorelle erano state uccise ai Molini.
Sulla via del ritorno i tedeschi passarono nuovamente lungo la strada del ritorno, infatti a fine mattinata, quando ormai sembravano cessati i rumori degli spari, furono visti ritornare con degli animali al seguito a La Porta, dove chiesero la strada per tornare a Ruosina (Ada Lina ANGELINI).

Nel frattempo le persone rastrellate furono portate sulla piazza del paese, dove i tedeschi, al comando di un ufficiale seguito dal suo telegrafista, ammassarono anziani, donne, bambini sul sagrato della chiesa. Tra loro c'era anche Don LAZZERI, parroco di Farnocchia, già scampato all'incendio del suo paesino, che ebbe una discussione con quello che sembrava essere il comandante, forse per implorare pietà almeno per i bambini e le donne. L'azione, però, non si fermò. Infatti, poco dopo, mentre le persone erano in ginocchio raccolte in preghiera, ormai rassegnate all'ineluttabile destino, il fuoco delle mitragliatrici sterminò tutti loro, facendo un'immane carneficina. Dopo di ciò, ancora assetati di sangue e mossi da irrefrenabile ferocia, presero le sedie e i banchi dalla chiesa e li misero sopra i cadaveri, e appiccando poi il fuoco con della paglia e dei rami, prima di bruciare la chiesa stessa.
II rogo fu tanto spaventoso che il giorno dopo, all'arrivo delle prime persone, la canonica della chiesa fumava ancora ed i cadaveri giacevano bruciati nella piazza. Subito apparve difficile, se non impossibile, accertare il numero delle vittime. Qualcuno parlo di due- trecento. Don VANGELISTI riuscì a contarne 138, anche lui consapevole che il numero era certamente più elevato, perchè molti erano stati già sepolti e di altri, soprattutto i neonati, ormai non rimaneva alcuna traccia.

Di ritorno dall'immane scempio compiuto sulla piazza della chiesa, alcuni tedeschi si fermarono a Coletti di Sopra, mentre gli altri proseguivano verso Val di Castello, località distante dieci minuti a piedi dalla piazza, dove i primi gruppi di soldati passarono già verso le 7.00. A mezza mattina, di ritorno dalla chiesa, alcuni si fermarono dove abitavano i BATTISTINI ed un gruppo di sfollati. Dopo essere entrati in casa, ed aver devastato ogni cosa, inquadrarono tutti in uno spiazzo all'esterno, bruciarono le loro case e li incolonnarono verso Val di Castello (Alba BATTISTINI). Man mano che procedevano per iI sentiero, poichè iI gruppo si spezzò in due parti, quelli che erano andati un pò più avanti vennero uccisi, mentre quelli che erano rimasti indietro ebbero una sorte migliore.
Infatti era ormai mezzogiorno, come Ada BATTISTINI capì dal suono delle campane della chiesa di La Culla, quando il giovane tedesco che era stato incaricato di ucciderli, piuttosto che procedere subito all'esecuzione, aspettò che gli altri militari si allontanassero e, invece di sparare, dopo aver fatto alcuni cenni con la mano per tranquillizzarli e per invitarli a scappare, gli risparmiò la vita, uccidendo al loro posto alcune pecore che si trovavano lì in una grotta.

Nel frattempo a Coletti di Sotto, che si trovava un pò più a Valle, la mitragliatrice aveva già iniziato a sparare. In quella località, verso le 9.00, fu vista passare una squadra con alcune persone che portavano le munizioni, tra le quali un certo Marco ROMITI, con una cassetta sulle spalle. Successivamente passarono altre squadre, che si limitarono a chiedere la strada per Val di Castello, loro punto di ritrovo, mentre un altro gruppo di quattro militari, sempre proveniente dalla chiesa, trasportava un ferito sopra un telo nella stessa direzione. Un pò più tardi sopraggiunsero altri tedeschi, animati da ben peggiori intenzioni, i quali presero tutte le persone delle case circostanti e le spinsero contro il muro di un'abitazione. Furono soprattutto tre di loro, tutti con il volto travisato, ad usare una particolare "energia", ed uno di loro era chiaramente italiano perchè ebbe occasione di parlare, con tipica cadenza versiliese che non sfuggì ai presenti, tra i quali Lidia PARDINI. Un altro invece, sicuramente tedesco e con il viso scoperto, costrinse Cesira PARDINI ad allinearsi al muro della casa dei GAMBA. A quel punto, nella piana di sotto fu visto un razzo di segnalazione in aria dopo il quale soltanto cominciarono a sparare, prima con la pistola e poi con la mitragliatrice, uccidendo donne, bambini e neonati, come ha riferito sempre Lidia PARDINI.
Molte delle 25 persone che erano lì caddero colpite a morte; qualcuna riuscì a salvarsi, anche qui protetta dai cadaveri degli altri. Poi le sorelle PARDINI si accorsero che la porta dell'abitazione era aperta alle loro spalle e cercarono protezione al suo interno.
Tuttavia, poichè dovettero scappare per sottrarsi al fuoco della casa, nel frattempo data alle fiamme, la feroce crudeltà e determinazione portò quegli assassini a sparare anche contro quelle bambine in fuga.
Quando ebbero finito di sparare anche lì, quei militari si allontanarono verso i Mulini, in direzione Val di Castello, dove, nell'arco della mattinata, i militari confluirono dalle varie località dove erano stati impiegati. Nella stessa giornata, ma soprattutto nei giorni successivi, i sopravvissuti trovarono i cadaveri delle persone che quegli assassini avevano ammazzato indiscriminatamente durante il loro ritorno, così lasciando il segno del loro macabro percorso.
Tuttavia, non ancora soddisfatti delle numerose vittime innocenti, molte persone furono rastrellate lungo la strada e radunate nella piazza di Val di Castello, dove si procedette ad una ricognizione volta ad individuare eventuali partigiani o loro fiancheggiatori, incombente affidato ad un tedesco che si era infiltrato tra i partigiani stessi, figendosi disertore. Quelli che furono da lui individuati vennero condotti via immediatamente e brutalmente uccisi, mentre gli altri furono divisi in due gruppi: quello più grande fu portato prima alla Casa Pia, e poi deportato in Germania; quello più piccolo, invece,venne condotto nelle scuole di Nozzano, dove le persone rimasero chiuse per parecchi giorni, sottoposte a torture ed orrendi maltrattamenti.


8.1 II numero delle vittime.
II Prof. PEZZINO ha riferito che subito dopo la strage si parlò di circa 400 morti, numero poi lievitato a 550 dopo che il parroco di La Culla Don VANGELISTI parlò di circa 560 vittime al sindaco di Stazzema Bruno ANTONUCCI.
Aleramo Garibaldi, che partecipò alla strage come portamunizioni dei nazisti, ha riferito che furono uccise almeno 300 persone tra cui, oltre sua moglie, anche i suoi e molti altri bambini, dai 25 ai 30, e 110-120 donne.
Nella prima testimonianza scritta resa alla commissione di inchiesta statunitense, Don VANGELISTI parlò in realtà di 178 morti personalmente contati, di cui 138 seppelliti direttamente da lui e dalle persone che lo aiutarono. Nella testimonianza resa al processo SIMON, invece, quindi nel 1947, parlò di 400 morti, cifra che gli sarebbe stata riferita dal capo partigiano Bandelloni, aggiungendo che lui stesso ne aveva visti personalmente 230.
Pertanto non troverebbe conferma la dichiarazione di Bruno ANTONUCCI che parlò di 560 vittime perchè così riferitogli da Don VANGELISTI, che gli avrebbe anche specificato come si arrivava a quel numero tra uomini, donne, bambini, vecchi e i 204 non identificati e registrati. Infatti anche il Prof. PEZZINO, il quale ha consultato i due documenti redatti dal sacerdote, ha riscontrato varie contraddizioni dal momento che nel primo si parlava di 177 morti personalmente contati, nel secondo di 230 morti personalmente contati.
Nella deposizione al processo SIMON, però, lo stesso ANTONUCCI specificò che le vittime ufficialmente registrate erano 320, ed in effetti nei certificati di morte esistenti nel Comune le vittime risultavano circa 325, anche se in realtà sarebbero state 324 perchè un atto di morte risultava ripetuto due volte.

Tuttavia il Prof. PEZZINO ha ricordato che in altri documenti del 1947 il numero delle vittime era salito addirittura a 650 persone.
Tali differenze, anche notevoli, nell'individuazione dell'esatto numero delle vittime sono state ulteriormente evidenziate anche a seguito delle ricerche fatte da Giuseppe BERTELLI e da Renato BONUCCELLI, queste ultime compiute negli uffici anagrafi dello Stato Civile del Comune di Stazzema nel 1994, secondo le quali il numero certo delle vittime sarebbe di 363, cifra che allo stato degli atti sembra più plausibile.
Non si può comunque escludere un numero diverso soprattutto tenendo conto del fatto che in quel paese erano sfollate persone da molti altri comuni, pertanto una indagine compiuta solo sugli atti di Stazzema non può che essere incompleta, dovendosi necessariamente fare le stesse verifiche anche sugli atti dello stato civile degli altri comuni, alcuni peraltro anche molto lontani, altri addirittura non conosciuti per la difficoltà di risalire alla provenienza di tutti coloro che avevano trovato rifugio a Sant'Anna nell'estate del 1944 e che, secondo varie testimonianze, avrebbero portato la popolazione a superare addirittura il migliaio di persone. A queste difficoltà si aggiungono, inoltre, quelle derivanti dalle modalità dell'eccidio, tali da rendere difficilmente riconoscibili i corpi, dati alle fiamme e, soprattutto per i piccoli corpicini dei neonati che si trovavano lì con le mamme.

8.2 I motivi dell'eccidio.
Per primi gli increduli sopravvissuti, poi i primi inquirenti ed infine gli storici si sono interrogati sulle motivazioni che hanno indotto le truppe tedesche ad un crimine di tale inaudita ferocia, anche per il fatto che fu la prima volta in cui trovarono la morte centinaia di persone.
Proprio la portata dell'immane massacro ha fatto si che chiunque si occupò dei tragici eventi di Sant'Anna, si dovette confrontare con tale interrogativo. II problema, che ha innanzitutto una indubbia valenza da un punto di vista storico, ha anche riflessi immediati sotto il profilo giuridico, in quanto ha riflessi in ordine alla verifica della correttezza della qualificazione giuridica del fatto, al numero dei reati, alla ravvisabilità di eventuali cause di giustificazione, e, profilo non ultimo, rileva ai fini delle valutazioni sulle circostanze aggravanti contestate.
Proprio per questo si terrà conto di tutte le varie ipotesi avanzate nel corso del tempo e, attraverso le risultanze degli studi più recenti, e soprattutto degli altri dati conoscitivi emersi nel presente procedimento, si cercherà di vagliarne criticamente la tenuta per arrivare ad un risultato in qualche modo appagante.

Nel suo rapporto dell'agosto 1946 il Vice Commissario di P.S. Vito MAJORCA individuò tre possibili cause dell'evento: 1) il ferimento di un militare tedesco alla Vaccareccia; 2) la volontà di vendicare alcuni repubblichini uccisi dai partigiani; 3) il mancato sfollamento dal paese.
Subito dopo il fatto si diffuse la voce di un ufficiale tedesco che, ferito da un colpo di fucile mentre si trovava alla Vaccareccia, fu condotto in barella fino a Val Di Castello e poi, secondo quanto riferito da un interprete della Commissione alleata, all'ospedale militare di Livorno. L'eccidio sarebbe stato, pertanto, una conseguenza non prevista per gli stessi tedeschi, recatisi a Sant'Anna con l'unico scopo di distruggere le abitazioni, per punire la popolazione per la connivenza con i partigiani.
Le voci di quel ferimento, evidenziate nel Rapporto britannico del settembre 1944 a firma del Magg. CROMWELL (Rapporto stilato dal Cap. JACK), trovarono conferma nelle indagini sfociate nel processo REDER del 1951 e, ulteriormente, nel presente procedimento. Infatti Agostino BIBOLOTTI, nel corso di quel processo celebrato presso il Tribunale Militare Territoriale di Bologna, dichiarò di aver visto un soldato con la testa fasciata nella piazza della chiesa.
Nel corso del presente dibattimento, invece, Cesira PARDINI ha dichiarato di aver visto passare, verso le 9.00 a Coletti, quattro militari che trasportavano verso Val di Castello un soldato ferito sopra un telo. In quest'ultimo processo anche Alba BATTISTINI ha riferito di aver visto un ferito tra le fila tedesche, infatti il soldato che le salvò la vita sparando verso un gregge di pecore si ferì da solo, perchè il bossolo di uno di quei colpi gli ferì iI labbro superiore.

Tra la documentazione reperita dal Dott.GENTILE presso gli archivi tedeschi della Deutsche Dienstelle, risulta, altresì, un rapporto delle perdite del 12 agosto, nel quale sono indicati come feriti 2 militari tedeschi, entrambi dell'8a Compagnia del II Battaglione del 35 Regimento SS: il Sottotenente Erdmann HERBST, ferito al ventre da schegge di bomba a mano, ed il caporale Horst EGGERT, ferito di striscio alla testa.
Proprio quest'ultimo, nell'intervista curata dalla giornalista tedesca C. KOHL nel maggio 2000, la cui videoregistrazione con relativa traduzione è stata acquisita tra le prove documentali, non solo ha confermato di essere stato ferito alla testa da un colpo di fucile, ma ha fatto riferimento anche al ferimento di un comandante di compagnia portato via in barella.

Una prima smentita alla tesi della reazione al ferimento volontario di un tedesco si ritrova nelle dichiarzioni del BECKERTH, caporale dell'8a Compagnia sentito all'udienza del 10 novembre 2004, il quale ha parlato di un ufficiale ferito. Infatti, dopo aver ammesso di essere stato presente nella piazza della chiesa dove, seppur da una posizione piuttosto defilata, assistette alla fucilazione di centinaia di persone, l'ex caporale ha raccontato che gli fu ordinato di prendere l'Untersturmfurher HERBST e di portarlo via, perchè si era accidentalmente ferito all'addome nel lanciare una bomba a mano contro una donna ed una bambina alla finestra a causa del rimbarlzo dell'ordigno.
Ulteriore smentita si rinviene anche nella deposizione rilasciata il 27.03.2004 dall'imputato GORING, il quale, ha riferito di un commilitone ferito dallo sparo di un partigiano, ma ha collocato l'episodio in un momento successivo all'inizio dello sterminio di massa, quando già la sua squadra aveva ucciso un gruppo di donne.

Proprio queste testimonianze, a parere del Collegio, sono assai importanti perchè tolgono le residue argomentazioni a coloro che attribuivano al ferimento di un militare tedesco, in particolare di un ufficiale, la decisione di far virare quell'operazione verso la strage.
Per la verità si trattava di una tesi che aveva subito pesanti critiche già da parte del Prof. PEZZINO, consulente del P.M., il quale aveva rilevato come fosse poco plausibile attribuire ad un gruppo di partigiani, o anche ad uno solo di essi, quel ferimento. Infatti era noto che i partigiani si erano ritirati da quella zona sin dall'incendio di Farnocchia dell'8 agosto, ed è probabile che quei pochi visti a Sant'Anna dopo la strage, fossero soltanto degli sbandati che non facevano parte delle formazioni conosciute e che, muovendosi probabilmente al di fuori di esse, ben difficilmente avrebbero assunto l'iniziativa di opporsi a quell'enorme dispiegamento di forze.
In ogni caso, secondo il consulente, la tesi si appalesava già poco convincente, alla luce di un episodio analogo, questa volta verificatosi a Farnocchia, descritto da Elio TOAFF che era stato rastrellato per portare le cassette di munizioni. Infatti, nonostante lo scontro tra tedeschi e partigiani fosse costato il ferimento di cinque militari, il comandante ordinò che questi fossero portati a Val di Castello con delle barelle di emergenza, ma non seguì alcuna rappresaglia nei confronti dei civili che le avevano portate fino a valle (mentre i giovani che, come lui, avevano portato le cassette di munizioni furono fucilati due giorni dopo a Camaiore).
Anche la reazione avuta in occasione dell'episodio descritto dal teste BERTELLI è stata molto più limitata rispetto a quanto accaduto a Sant'Anna. Infatti dopo l'ordine di sfollamento di Farnocchia del 31 luglio, e dopo aver ottenuto 24 ore di tempo per il trasporto dei vecchi e degli ammalati grazie all'intermediazione del prete, una squadra di partigiani scese dalla montagna e, nonostante l'opposizione della popolazione che aveva paura di ripercussioni, fece un'imboscata ai tedeschi che stavano lasciando il paese. Poichè l'azione costò la vita a tre militari (addirittura sette secondo il Rapporto britannico del settembre 1944), la mattina del giorno dopo i soldati tornarono in paese e, per rappresaglia, bruciarono due o tre case uccidendo l'unica persona trovata in giro.
Prendendo spunto dall'ipotesi della rappresaglia, nel memoriale scritto dopo la strage, il BERTELLI afferma che anche il diverso comportamento tenuto nelle frazioni più lontane dal centro del paese (Argentiera, Bambini e Sennari) denoterebbe un cambio di atteggiamento: fino alle 8.30 ci sarebbe stato soltanto I'incendio delle case ed il rastrellamento delle persone, inviate verso Val di Castello o alla Vaccareccia, mentre, dopo il ferimento di due soldati, questo si sarebbe trasformato "in feroce massacro" (pag.76 "Memoriale"). Ma al di là della difficoltà di individuare l'ora in cui avvenne quel ferimento (sia le testimonianze di ieri che quelle di oggi sono, comprensibilmente, poco precise e spesso lacunose), si ricordi che le altre località furono raggiunte da quattro direzioni diverse da gruppi che, almeno apparentemente, agirono in piena autonomia l'uno dall'altro ma, purtroppo, con le medesime tragiche modalità.

Inoltre, secondo quanto illustato dal Dott. POLITI, quella diversità di atteggiamenti può trovare ragionevoli spiegazioni anche in considerazioni di ordine puramente tattico.
Infatti, poichè operazioni di quel tipo si incentravano sull'idea di accerchiamento, è assolutamente plausibile che I'uccisione di tutte quelle persone richiedesse un raggio d'azione più limitato e la loro concentrazione verso un unico punto. D'altra parte, fa notare il Prof. PEZZINO, anche i comportamenti tenuti nelle località in cui non sono avvenute uccisioni sono assai differenti gli uni dagli altri: infatti se all'Argentiera le persone furono avviate verso la Vaccareccia, in località Bambini furono risparmiate sia le persone che le abitazioni, mentre a Sennari solo l'intevento di un superiore bloccò l'esecuzione quando era gia tutto pronto per lo sterminio.

Come evidenziato nel rapporto MAJORCA, la seconda spiegazione della strage prese le mosse da quanto era stato sentito dire da un ufficiale delle SS, che avrebbe attribuito la responsabilità di quanto accaduto agli italiani e, segnatamente, alla vendetta per l'uccisione di alcuni repubblichini ("... Sant 'Anna non colpa nostra, colpa di italiani").
Dal momento che alcuni fascisti furono effettivamente uccisi dai partigiani, si ritenne che l'intervento tedesco fosse stato sollecitato dai loro parenti, assetati di vendetta. In questo senso una possibile ispiratrice sarebbe potuta essere Stefania PILLI, identificata nel rapporto del Commissario CECIONI come la moglie dell'Avvocato LASAGNA di Pietrasanta, ucciso il precedente 4 agosto.
Un'altra vicenda che ha alimentato questa tesi è riferita nel rapporto del 22 luglio 1946 dal Maresciallo CC VANNOZZI, ed è relativa alle espressioni di rancore nei confronti del paese pronunciate da Alfonzina e Severina BOTTARI, vedova e figlia di Emanuele BOTTARI, fascista ucciso dai partigiani. Altre espressioni equivoche ("... ai galantuomini la casa non è stata incendiata") risultano pronunciate anche quando furono inspiegabilmente risparmiate dalla distruzione le case di coloro che le avevano aiutate a trasferire la salma del congiunto al cimitero di Sant'Anna. A conferma del resoconto del Maresciallo, anche la teste Natalina BOTTARI, nella deposizione resa a dibattimento, ha ricordato che le due donne minacciarono a suo padre l'incendio della casa e l'uccisione del figlio.

Tuttavia, sebbene sia certamente plausibile - anche se moralmente non commendevole - che alcuni parenti dei fascisti uccisi si siano abbandonati a minacce ed espressioni di compiacimento per quanto accaduto a Sant'Anna, e nonostante alcune case siano state inspiegabilmente risparmiate dalla tragedia, il Collegio condivide le perplessità già espresse dal Prof. PEZZINO rispetto ad un'operazione motivata dal solo scopo di vendicarne la morte, sia per il tempo trascorso da alcune di quelle uccisioni, sia per la sproporzione della strage con altri episodi di rappresaglia, eccessiva anche per truppe che hanno mostrato di non avere alcun rispetto per i valori umani e per la vita.

La terza ipotesi si fonda sulla voce che, sin dai giorni successivi al 12 agosto si diffuse in ordine al fatto che l'eccidio fosse stato la risposta al mancato sfollamento del paese, imposto dai tedeschi con un ordine affisso nella piazza della chiesa. Invero, anche il Rapporto britannico del settembre 1944 (a firma del Magg. CROMWELL), dopo aver fatto riferimento ad un ordine di sfollamento affisso il 7 agosto a Sant'Anna, aveva dato conto di quella tesi per spiegare l'accaduto.
Tuttavia, per un lungo periodo non fu trovata alcuna conferma dell'esistenza di quell'ordine, tanto che anche Don VANGELISTI, nella relazione scritta pochi giorni dopo i fatti, fece riferimento soltanto ad un avviso affisso dai partigiani sulla porta della chiesa il 30 luglio, in cui si invitava la popolazione a resistere. Nell'interrogatorio reso il 15.09.1944 alla Commissione U.S.A., il sacerdote affermò di aver visto il volantino dei partigiani e specificò che, in realtà, era del 26 luglio.
Neanche Marino e Alfredo CURZI, sentiti da quella stessa Commissione, videro mai quell'ordine, anche se entrambi ne sentirono parlare, ed Alfredo sapeva che sopra il primo ne era stato affisso uno dei partigiani.
Proprio per la mancanza di prove decisive il Dott. MAJORCA fu portato ad escludere, nel suo rapporto, che ci fosse mai stato alcun ordine da parte dei tedeschi.

Oggi, ad oltre 60 anni dai fatti, questo processo ha dimostrato che quell'ordine ci fu davvero. In primo luogo lo si deduce dal volantino affisso dai partigiani il 26 luglio, consegnato da Alerano VECOLI a Don VANGELISTI ed ora acquisito tra le prove documentali (proveniente dalla cartella 2, faldone F, del fascicolo del P.M.), in secondo luogo perchè ad esso hanno fatto riferimento alcuni testimoni escussi a dibattimento.
Tra questi Genoveffa MORICONI ha ricordato che il nonno le raccontò di un ordine di sfollamento affisso diversi giorni prima su un platano nella piazza del paese, sopra il quale i partigiani ne affissero un altro, con cui invitavano la gente a rimanere. Ma soprattutto si è potuto sentire Angelo BERRETTI (il "ragazzino" di 11 anni cui aveva già fatto riferimento BERTELLI a pag. 41 del suo manoscritto), il quale ha confermato di averlo visto affisso nella piazza, vicino alla porta della chiesa.

Inoltre è stato provato che, forse anche per la paura suscitata dagli scontri tra tedeschi e partigiani dei giorni precedenti, parte della gente di Sant'Anna lasciò il paese, ma stette via solo pochi giorni. Infatti ritornò, un pò perchè rassicurata dai partigiani (come ha raccontato Avio PIERI), un pò perchè molti non sapevano dove andare, e molti altri dopo aver saputo che al comando tedesco di Fiumetto avevano detto che la popolazione poteva rientrare (Giuliana e Anna Maria MUTTI hanno confermato che la madre andò dai tedeschi con la maestra LAZZARESCHI).
II riferimento alle rassicurazioni tedesche, la considerazione che il 31 lugllo a Farnocchia erano saliti 12 tedeschi per far evacuare direttamente la popolazione (per giunta dopo un termine di 24 ore concesso per intercessione di Don LAZZERI), e il fatto che a Carrara l'opposizione delle donne aveva addirittura impedito lo sfollamento senza che succedesse nulla di grave, fanno ritenere poco probabile, secondo il Prof. PEZZINO, un nesso diretto tra il mancato sfollamento e la strage.
Secondo il consulente, pertanto, l'ipotesi non vale, da sola, a giustificare la strage, anche se iI mancato esodo potrebbe aver assunto un significato diverso in quel particolare momento, in cui i tedeschi ritenevano che la popolazione fosse direttamente coinvolta nella lotta partigiana.
Si è gia visto che pochi giorni prima era stata costituita un'importante formazione partigiana, la X bis Brigata Garibaldi "Gino Lombardi", composta da tre compagnie, più una quarta di arruolamento e addestramento, posizionate nella zona circostante Sant'Anna e costituite da centinaia di uomini, il cui sostentamento gravava prevalentemente sulle popolazioni locali. Proprio quest'ultimo aspetto, oltre alla protezione e copertura garantite ai partigiani, evidenzia l'importanza del contributo dato dai civili a coloro che combattevano il nemico in prima linea, a tal punto da far ritenere ai tedeschi che tra loro ci fosse un nesso tanto stretto da portare ad una sostanziale equiparazione degli uni agli altri. A ciò deve avere senz'altro contribuito anche la precedente esperienza fatta dalle truppe tedesche nei paesi dell'est europeo se, come ricordato dal Prof. PEZZINO, sia REDER che SIMON, nei rispettivi procedimenti del ‘51 e del 1947, avevano fatto esplicito riferimento all'utilizzo di donne e bambini da parte dei partigiani per tendere loro degli agguati, o per carpire informazioni. Questo giustificava, per loro, il fatto che misure contro i partigiani dovessero comunque coinvolgere anche donne e bambini, cioè coloro che li supportavano e che garantivano una società compatta alle loro spalle. A ciò si aggiungevano, nello scacchiere italiano, i ripetuti proclami rivolti a tutti i patrioti (quindi a tutta la popolazione) dal generale americano ALEXANDER, affinchè attaccassero le truppe tedesche in ritirata.

Di questa equiparazione dei civili ai partigiani se ne ha riprova, oltre che nel sistema di ordini predisposto da KESSELRING, nei numerosi rapporti ritrovati negli archivi tedeschi e ora acquisiti al compendio documentale.
Per esempio, nel primo, cioè quello delle delle ore 01.15, dei tre rapporti giornalieri della 14a Armata (da cui dipendeva la 16a Divisione SS) del 13.08.44 (acquisito presso il B.A.- M.A. e ora nel fasc. dib. n.1, proveniente dalla cart.4, fasc.H del P.M.), si ha notizia dell'operazione di Sant'Anna. Ivi risulta un espresso riferimento all'operazione nelle zone 183/30-46-45-51 dove, sulla base di una cartina acquisita nello stesso archivio (contenuta nello stesso fascicolo del dibattimento), l'area 183/30 è proprio quella di Sant'Anna, e si specifica che si trattava di "azione contro le bande". Come logica conseguenza anche i numerosi civili barbaramente trucidati vengono indicati come banditi (risultano uccisi 270 "banditen"!), e l'intero paese non era altro che la "prima base dei banditi" che era stata "ridotta in cenere".

La stessa equiparazione tra civili e partigiani, tutti genericamente indicati come banditi, la si ritrova anche nel rapporto giornaliero I.C. della XIV Armata delle 20.15 del 12 agosto 1944, in cui si fa proprio riferimento all'operazione in corso a Sant'Anna, e si parla anche lì di 270 banditi trucidati.
Ma anche le testimonianze degli stessi militari tedeschi confermano che per loro non c'era poi tanta differenza tra civili e partigiani. Infatti Willi HAASE, nel dichiarare alla Cornmissione U.S.A. che si era trattato di un'azione punitiva disposta nei confronti dei partigiani, senza nessun'altra spiegazione o chiarimento, ha proseguito dicendo che gli abitanti del paese, tra i quali donne e bambini, furono colpiti da armi da fuoco e le loro case bruciate con gli abitanti all'interno.
Nell'intervista rilasciata alla giornalista KOHL nel maggio 2000 (videocassetta n. 1), l'EGGERT ha ricordato che l'azione fu loro preannunciata come operazione contro i partigiani e che per loro tutti coloro che si trovavano nella zona erano partigiani e dovevano essere uccisi. Lo stesso KESSELRING (nella dichiarazlone rilasciata il 17.10.46, quando era prigioniero di guerra, in all. 228-234, fascicolo dib. n.1, proveniente dalla cartella 5 del faldone H del P.M.), a commento di alcune delle atrocità di cui era stato accusato (in particolare rispetto a quelle di Guardastallo), sostanzialmente giustifica le uccisioni di nurnerosi civili, addirittura nei loro letti nel corso della notte, per il fatto che fossero implicati negli attacchi portati loro dai partigiani.
Infine il BARTLEWSKY ha confermato che il paese era noto per essere un punto d'appoggio dei partigiani. Infatti, anche grazie ad alcuni informatori infiltrati, i tedeschi erano perfettamente a conoscenza che nella zona di Sant'Anna operavano vari gruppi partigiani.
Lo ha confermato anche Bruno TERIGI nelle s.i.t. del 14.03.2003, ove ha ricordato ciò che gli aveva riferito tale Joseph da Merano, un sottufficiale delle SS incontrato dopo essere stato rastrellato a Val di Castello il 12 agosto. Mentre erano sulla strada per Nozzano, il nazista gli raccontò che si era infiltrato per tre mesi presso i partigiani, riuscendo così a carpire elementi ed informazioni necessarie al comando della divisione per la strage di Sant'Anna. Infatti, ad operazione ormai conclusa, se ne vantava, dicendo di esser stato lui l'artefice di quella “rappresaglia”.

Sussiste invece qualche dubbio sul grado di consapevolezza tedesca circa la presenza dei partigiani a Sant'Anna nella data dell'eccidio. Si è già visto che dopo gli scontri di fine luglio si creò una spaccatura nella X bis Brigata Garibaldi che portò lontano da quella zona gran parte dei partigiani. Si ha notizia che rimasero soltanto i gruppi che facevano capo a Lorenzo BANDELLONI e Loris PALMA, più qualche sbandato, tanto che negli scontri dell'8 agosto a Farnocchia furono impegnati soltanto loro, prima di lasciare anch'essi la zona. Infatti le testimonianze autorizzano ad ipotizzare, al più, che soltanto qualche sparuto partigiano potessere essere rimasto nei pressi, tanto che i pochi superstiti della strage, ripensando al volantino con cui si invitava la popolazione a resistere all'oppressore tedesco, si lamentavano di essere stati abbandonati, nonostante la promessa di protezione. E' pur vero, inoltre, che alcune persone erano state viste aggirarsi per il paese subito dopo l'eccidio a Sant'Anna, ma dal momento che esse stavano addirittura saccheggiando i cadaveri, deve ritenersi che fossero dei delinquenti comuni, in ipotesi qualificatisi come partigiani.
Ciò che invece non è stato mai chiarito definitivamente è se i tedeschi fossero a conoscenza che la zona era ormai libera dal pericoloso "nemico" e se, pertanto, l'azione di Sant'Anna sia stata una consapevole operazione contro la popolazione inerme. In realtà ritiene questo Collegio che la risposta al quesito non modifichi il carattere criminoso dell'azione e la conseguente responsabilità dei suoi autori. Infatti, in virtù di quella sostanziale equiparazione tra civili e partigiani già illustrata, deve ritenersi che l'ideazione e l'organizzazione dell'operazione avesse l'obiettivo di "ripulire" l'area da tutti coloro che vi si trovavano, fossero essi partigiani o civili, data l'enorme importanza strategica che le si attribuiva nell'erigenda linea gotica.

Tuttavia, accanto alle poche testimonianze dei militari tedeschi che sapevano trattarsi di un'operazione contro i partigiani (ciò che non ha gran rilievo perchè con quel termine si indicavano anche i civili che li aiutavano), sussistono diversi elementi da cui inferire che ai tedeschi era ben noto che nella zona di Sant'Anna ci fossero soltanto civili.
Si fa riferimento, in particolare, al rapporto giomaliero I.C. delta XIV Armata del 9 agosto 1944 dove, nel paragrafo dedicato alla "Situazione delle bande", dopo i risultati degli scontri di Farnocchia del giorno precedente, si legge che i "banditi” erano ripiegati verso est.
Già il Prof. PEZZINO, nella sua relazione di consulenza, afferma che su quel riferimento documentale si è molto discusso, e lui stesso non sembra dargli un valore decisivo. In primo luogo perchè, a causa delle testimonianze che nel corso degli anni hanno fatto riferimento alla presenza di partigiani a Sant'Anna, non potrebbe in assoluto sostenersi neanche oggi che non ci fossero più partigiani; inoltre perchè le spie che avrebbero dovuto avvertirli che i partigiani si erano rifugiati nel Lucese, erano state già uccise o avevano lasciato la formazione da qualche giorno.
Tuttavia si può osservare che le testimonianze citate dal consulente circa la presenza di partigiani, sia il 12 agosto che nei giorni immediatamente successivi, fanno prevalente riferimento a persone che depredavano i cadaveri o, come riferito dal partigiano Aulo VIVIANI, direttamente a sbandati che avevano assistito al massacro senza intervenire.
Inoltre si può richiamare la testimonianza resa da Lorenzo BANDELLONI al Pretore di Pietrasanta il 15.01.1950, acquisita nel Processo REDER, nel quale in cui l'allora capo partigiano conferma che il 12 agosto si trovavano "molto lontani da detta località”, e che solo con un cannocchiale poterono vedere le truppe tedesche che salivano verso il paese.
In definitiva non si può affermare, come sembra voler fare il consulente, che quelle poche presenze potessero giustificare la consapevolezza dei tedeschi circa la presenza partigiana a Sant'Anna.
Al contrario la testimonianza di Bruno TERIGI nelle s.i.t. del 14.03.2003 riguardo alla spia incontrata sulla via di Nozzano, suggerisce la conclusione opposta. Poichè lo stesso Joseph gli aveva detto di essere stato con i partigiani fino a pochi giorni prima, deve ritenersi che i tedeschi fossero a conoscenza che i partigiani si erano allontanati per dirigersi "verso est". Deve, anzi, ritenersi verosimile che Joseph li avesse lasciati proprio perchè si spostavano più lontano, notizia che sarebbe stata certamente data al comando di divisione, come lui stesso ha riferito di aver fatto per tutte le altre informazioni necessarie all'organizzazione della “rappresaglia”. Ad un informatore così attento, infatti, non poteva certo sfuggire la possibilità di fare un'azione senza il pericolo di ulteriori e sanguinosi scontri con i partigiani stessi. Del resto, se ad operazione conclusa Joseph, ben inforrnato sui movimenti dei partigiani, si vantava del risultato di quella giornata, quando ormai era chiaro per tutti che era stato perpetrato un massacro di persone innocenti, deve anche ritenersi che proprio quello fosse il risultato previsto e voluto.

Tale conclusione, peraltro, è avvalorata anche dalla deposizione del teste Heino SCHMIDT nell'interrogatorio reso tramite rogatoria il 12 maggio 2005. Infatti, egli, partecipante all'operazione, ha ricordato che era noto, già mentre si recavano al paese, che quella "missione" era particolare, perchè non c'era nessun nemico da affrontare, circostanza dalla quale si può desumere che i militari del Reparto fossero perfettamente a conoscenza che non vi avrebbero trovato partigiani, ma solo popolazione inerme. E forse proprio per questo, durante tutto l'interrogatorio, ha continuamente ripetuto che "... una cosa così non l'aveva mai vista".
Un ulteriore riscontro testimoniale proviene dalle due sorelle MUTTI, le quali raccontarono ad Enio MANCINI che dopo essere sfollate per paura dei bombardamenti alleati, presso un comando tedesco dissero loro che potevano ritornare a Sant'Anna perchè non essendoci più partigiani dalla fine di luglio/primissimi di agosto, il luogo era diventato sicuro.
Anche Max SIMON, nella dichiarazione spontaneamente rilasciata il 26.11.1946 quand'era prigioniero di guerra (acquisita all'udienza del 3.11.2004), dichiarò, in termini generali, che prima di ogni azione contro di loro, se ne doveva accertare la posizione, le forze e l'armamento (l'Ic comandata dal Magg. GOTTSCHALK e poi dal Magg. LOOS era l'unità competente in tal senso), informazioni che "... nella maggior parte dei casi" (pag.7) venivano fornite dalla popolazione Italiana che, a suo dire, non gli era così ostile come si voleva far credere. Infatti a causa del terrore spesso seminato dai partigiani, la popolazione fu spesso loro grata per averli fatti sgombrare dai loro distretti.
D'altra parte, se davvero quella di Sant'Anna fosse stata una missione contro i partigiani, sarebbe stato lecito attendersi un atteggiamento diverso non appena ci si fosse accorti che di loro, invece, non c'era alcuna traccia. Si, forse ci sarebbe potuto scappare qualche colpo d'arma da fuoco, e forse anche qualche morto o ferito. Giammai, però, le uccisioni di centinaia di persone, palesemente indifese e incapaci di nuocere o di collaborare con i partigiani, come nel caso degli infermi e dei bambini con pochi giorni di vita, così come i poderosi rastrellamenti effettuati anche sulla via del ritorno, quando ormai la vicenda aveva tutti i suoi contorni ben delineati. Ed invece si è assistito ad una vera e propria escalation di brutalità che, dai primi rastrellamenti nelle zone più periferiche di Sant'Anna, ha trovato il suo culmine nell'immane carneficina del piazzale della chiesa seguita, come se non ne avessero fatte ancora abbastanza, da quell'infame rogo alimentato persino con gli arredi della chiesa.

Pertanto, sulla base degli elementi esaminati e delle osservazioni appena svolte, deve ritenersi che l'azione delle SS fosse proprio finalizzata al massacro della popolazione e alla distruzione di un intero paese. Suo unico scopo era quello di fare terra bruciata intorno ai partigiani e scoraggiare, oltre agli aiuti da parte della popolazione di altri centri, anche il loro ritorno in quella zona.
Sulla stessa linea di pensiero, troviano già il teste MANCINI, il quale, tenendo conto dell'orario scelto per l'operazione, finalizzato a trovare tutta la popolazione ancora nelle case, dell'uccisione anche dei più piccoli animali domestici, tra cui vacche, pecore, polli e conigli, oltre che all'incendio delle case, aveva ritenuto che l'unico scopo della strage sembrava quello di creare terra bruciata intorno ai partigiani, togliendo loro un retroterra che gli consentisse di continuare nella loro lotta all'invasore tedesco.

8.3 La pianificazione della strage.
Se le considerazioni sopra evidenziate hanno consentito di far luce sulle reali motivazioni, la chiave di lettura fornita dal Dott. POLITI, basata su considerazioni di ordine prevalentemente tattico, consente di affermare che l'eccidio non è stato un evento accidentale nel corso di una normale operazione militare, ma l'obiettivo di un'azione attentamente pianificata.
Partendo dagli elementi certi acquisiti nel corso dei numerosi anni di indagine, il consulente ha chiarito che per il tipo di movimento delle truppe, per la vastità dell'area, per la sua conformazione e per il numero delle vittime e dei rastrellati, non poteva che trattarsi di un'operazione pianificata fino al livello tattico più basso. Invero, poichè è stato accertato che i soldati giunsero da quattro direttrici diverse con una manovra di accerchiamento, tre colonne rispettivamente da Monte Ornato, dalla Foce di Compito e dalla Foce di Farnocchia, e un'altra direttamente da Val di Castello, era necessario che ciascuna conoscesse il percorso e i compiti propri e quelli delle altre, sia per esigenze di coordinamento che per evitare danni. Infatti, ha spiegato il consulente, se si convergeva verso un certo obiettivo senza un'attenta programmazione, oltre alla possibilità di equivoci e di una minore efficacia dell'azione, bisognava scongiurare il rischio di subire perdite da fuoco amico. Proprio per questi motivi, soprattutto quando il teatro dell'operazione è rappresentato da un'area vasta come quella di Sant'Anna, era normale comunicare a distanza con razzi luminosi. Ovviamente l'utilizzo di quei segnali visivi presupponeva che almeno i comandanti delle singole unità fossero a conoscenza del loro significato, dal momento che in teoria potevano indicare qualsiasi cosa come, per esempio, il raggiungimento di una certa posizione, una richiesta di fuoco amico o, più semplicemente, l'inizio dell'azione.

Inoltre, analizzando meglio iI movimento delle truppe rispetto all'area da "ripulire", si può notare che l'azione ha ricalcato una procedura ben conosciuta e assai ben collaudata dai tedeschi. Infatti, sin dal maggio del 1944, esisteva una pubblicazione dottrinale in cui erano previsti tre procedimenti di rastrellamento che, studiati per la lotta anti “bande”, venivano utilizzati anche per i rastrellamenti di civili nelle zone infestate da partigiani.
Per evitare che la gente potesse scappare dall'area interessata, questi si incentravano sull'idea di accerchiamento: il primo ("Kesseltreiben") era caratterizzato da una battuta circolare che si restringeva progressivamente fino all'eliminazione della banda; il secondo ("Vorstehtreiben") prevedeva una linea fissa di intercettazione dietro un ostacolo naturale, con le altre parti che, pian piano, avanzavano e serravano le unità partigiane contro di essa. II terzo, più dinamico, richiedeva un certo spirito di iniziativa perchè prevedeva dei cunei tattici, cioè dei gruppi di combattimento dentro la sacca, con il compito di disorientare le formazioni avversarie prima di chiudersi con il rastrellamento delle sacche più piccole. Un ultimo procedimento (schematizzato nello schizzo n. 5 acquisito nel corso dell'udienza) era condotto da un gruppo di assalto che operava l'accerchiamento del campo fortificato poi espugnato dallo stesso gruppo.
Tuttavia, poichè quegli schemi rappresentavano soltanto la base teorica da adattare agli avversari, alla conformazione del territorio, alla vegetazione ed a tutti gli altri ostacoli naturali, era abbastanza normale che le singole azioni presentassero delle varianti rispetto allo schema tipico. Infatti, muovendo da tali presupposti, l'analista strategico ritiene che il 12 agosto 1944 a Sant'Anna fu utilizzata una variante del "Kesseltreiben", cioè della battuta circolare.

Passando all'analisi dei comportamenti tenuti dalle truppe all'interno dell'area battuta, ci si accorge che anche le atrocità descritte dai testimoni rientravano tra le modalità tipiche dell'antiguerriglia. Infatti il Dott. POLITI ha affermato che molto spesso questa era caratterizzata da operazioni che miravano ad impedire il sostegno alle forze partigiane o, comunque, a terrorizzare la popolazione: cosi se l'incendio delle case poteva avere lo scopo di togliere un riparo ai combattenti o ai cecchini, rappresentava anche una misura di rappresaglia che creava terrore.
Tuttavia, ha messo in guardia il consulente, non si deve credere che operazioni come quella di Sant'Anna fossero decise a cuor leggero. Poichè si riteneva importante non inimicarsi troppo la popolazione locale, sia per la necessità di approvigionamenti che per altre forme di supporto, i nazisti avevano pubblicazioni che regolamentavano e limitavano il ricorso alle misure più crudeli nei confronti dei civili e che, soprattutto, prevedevano che decisioni come quella di bruciare un intero villaggio fossero prese ad un livello della scala gerarchica piuttosto alto. Ciò significherebbe, pertanto, che quanto accaduto il 12 agosto non solo è stato deciso dai vertici della scala gerarchica (si veda il diario di guerra del 7.8.44 in cui il capo del LXXV comando d'armata comunica al comando della XIV armata l'intenzione di mettere in atto un'azione contro le bande e chiede lo sblocco del "II/SS 35"), ma che avrebbe anche richiesto un alto livello di programmazione.

In quel tipo di operazioni antiguerriglia, inoltre, c'era una componente ideologica molto forte perchè, fin dall'inizio, addirittura dal 1936, le forze armate tedesche venivano indottrinate per equiparare il partigiano a un comunista, quindi al peggiore avversario ideologico del nazionalsocialismo: un avversario organizzato, aggressivo, agguerrito. In questo senso il Dott. POLITI ha ricordato l'analoga esperienza nazista sul fronte orientale e nei Balcani, dove la lotta di controguerriglia e la guerriglia stessa furono condotte con grande ferocia e con metodi di uccisione barbarici. Ad ulteriore dimostrazione che si trattava di modalità tattiche collaudate e ricorrenti anche in Italia, è stato citato lo sterminio totale della popolazione di Vinca compiuto dal 24 al 27 di agosto, e quello successivo di Marzabotto sull'altro versante dell'Appennino.
La rilevata conformità della strage a quelle modalità tattiche trova un'ulteriore conferma in una fonte tedesca di primissimo piano. Infatti proprio il Gen. SIMON, comandante della 16° Divisione SS, nel corso del dibattimento a suo carico di Padova nel giugno del 1947, ha espressamente affermato che ogni campagna, piccola o su larga scala, era condotta su basi puramente tattiche. Inoltre lui stesso aveva disposto che “... prima di ogni azione si istituiva una corte marziale che doveva accompagnare I'unità” e che il secondo giudice della sua corte di divisione gli rendesse conto in merito all'osservanza delle regole conferite.

Accanto a tali considerazioni di ordine generale, il dibattimento ha evidenziato molti altri elementi che confermano la pianificazione dell'eccidio.
In primo luogo è stato accertato l'impiego di un numero molto elevato di militari, sicuramente superiore a qualunque altra operazione fosse stata fino a quel momento realizzata, ciò che non si spiegherebbe altrimenti se non per la precisa volontà di rastrellare e uccidere un alto numero di persone dislocate su un'area molto ampia. In secondo luogo si è visto che, nonostante i sentieri che conducevano a Sant'Anna fossero particolarmente impervi ed accidentati, le truppe avevano portato al loro seguito un armamento molto ricco, elemento significativo, anche questo, di una fredda e feroce determinazione.
Quanto a tale primo aspetto, accanto alle testimonianze che hanno riferito di gruppi di rnilitari poco numerosi nelle piccole località che costituivano Sant'Anna, ciò che anzi conferma la suddivisione dei compiti fino a livello di squadra, appunto composta da 10-
12 uomini, ve ne sono altre da cui si evince l'alto numero di militari complessivamente coinvolti. Se EGGERT ha parlato di almeno 150 unità, dal rapporto delle autorità inquirenti U.S.A. n.137 del 24.7.44, relativo all'interrogatorio dei prigionieri di guerra tedeschi catturati poche settimane prima della strage, di cui 6 appartenenti alla 5° cp. (in cui si indica genericamente che l'interrogatorio è stato fatto dal 1° Ten. Lange, Ten. B. NIELSEN, T/5 j. T/5 A.E. FOTH), si ricava che la composizione del II Btg era di circa 200 unità. Ma questi erano ancor più uumerosi secondo Willi HAASE che, dopo aver detto che tutto il II Btg. partecipò al massacro, affermò che in quel periodo ne facevano parte 250-300 unità, numero confermato dal portamunizioni RICCI, il quale ha parlato di almeno 300 SS che al mattino del 12 agosto si misero in cammino sui monti di Sant'Anna.

Quanto al secondo aspetto, la presenza di molti portamunizioni italiani suggerisce che l'arsenale bellico portato al seguito era particolarmente nutrito e ben superiore al munizionamento che ogni singolo militare doveva avere con sè. Partendo dal presupposto che ogni militare ed ogni reparto devono essere autosufficienti quanto ad armi e munizioni, la presenza di questi ultimi dimostra che in quell'occasione era stata programmata un'azione di proporzioni ben superiore al normale. Se ne ha conferma anche da quanto riferito all'indomani della strage da uno di quei portamunizioni, Aleramo GARIBALDI, che nell'interrogatorio reso alla Commissione U S.A. nell'ottobre 1944, ha ammesso di aver trasportato le munizioni di una squadra composta da 10-12 uomini.
Ancor più significativo ed emblematico di una precedente programmazione è quanto riferito da Pietro MORICONI nelle indagini del Maresciallo CC Vannozzi del 1946 che, proprio con riguardo al Garibaldi, ha ricordato che all'arrivo dei soldati, invece che scappare come tutti gli altri uomini, gli andò incontro salutandoli e incamminandosi con loro verso il centro del paese, segno evidente di un accordo necessariamente maturato nei giorni precedenti.
Infine va considerata la circostanza che, nonostante i militari provenissero da quattro direzioni diverse, e nonostante agissero nel territorio con operazioni a livello di squadra, le uccisioni dei civili presentano caratteristiche talmente simili da presupporre necessariamente un piano con quegli obiettivi e quelle modalità. Si allude principalmente alla simultaneità delle azioni (forse favorita da quei segnali luminosi visti in cielo prima che iniziasse il finimondo), al fatto che siano stati uccisi tutti gli esseri umani trovati nelle case o lungo il tragitto (compresi vecchi e infermi che in nulla potevano agevolare l'attività partigiana) ad eccezione di alcuni prelevati in alcuni gruppi di case periferiche (ma anche questo rientrava nel piano per la necessità di un certo numero di ostaggi), infine alle modalità delle uccisioni (ad eccezione del grande sterminio davanti alla chiesa, avveniva soprattutto rinchiudendo le persone in un locale chiuso - abitazione, stalla o cantina - e poi mitragliando, gettando bombe a mano e dando fuoco all'edificio).
In qualche modo anche i soldati tedeschi sentiti nell'ambito delle varie indagini hanno confermato che l'azione era stata prevista e programmata, infatti Willi HAASE ha dichiarato che si trattava di un'azione punitiva disposta almeno a livello di comando di reggimento, se non ad uno ancora più alto. Ed infatti dalla testimonianza di Bruno TERIGI (verbale s.i.t. 14.03.2003) si apprende che la spia Joseph da Merano, che era stato con i partigiani per tre mesi, rimanendovi sino a pochi giorni prima, si era vantato di essere l'artefice della "rappresaglia" di Sant'Anna e di aver fornito al Comando della 16° Divisione SS tutti gli elementi per compierla.
Considerando, poi, che il Dott. POLITI ha spiegato che quel genere di operazioni erano di solito precedute da attività di perlustrazione della zona, assume particolare significato quanto riferito da BARTLEWSKY (interrogatorio del 4 agosto 2003), che ha ricordato come prima dell'eccidio fosse stato comandato con un piccolo gruppo di commilitoni guidati da un sergente per studiare la zona, serbando di ciò un ricordo molto nitido perchè era da poco arrivato in Italia e quella era la sua prima missione.
Pur senza gli studi fatti dal consulente, a questa necessità di conoscere il territorio aveva già pensato Nino MAZZOLENI, che la mattina del 6 agosto vide una pattuglia di SS che risaliva la mulattiera che conduceva a Sant'Anna. Infatti era armata “fino ai denti” e procedeva secondo modalità che avevano tutta l'aria di una perlustrazione del territorio, quasi dovesse studiare la situazione delle case, del territorio o un percorso che da una delle loro basi portasse al paesello. Secondo le parole del testimone, "...Giunti al molino a 20\30 minuti da Val di Castello - sostarono qualche minuto, osservarono, poi ripresero il monte. Giunti in Verzalla - a 40/50 minuti da Val di Castello – sostarono ancora, presero un uomo (Fernando FRANCHI)...lo caricarono con una cassetta di esplosivo, e ripresero verso la montagna. Giunti a circa 10 minuti dal paesetto di Sant 'Anna, sostarono un pò, poi spararono alcuni colpi verso la chiesa..., buttarono alcune bombe a mano in un metato vicino ... indi ripresero la via del ritorno". Nel percorso in discesa si fermarono nuovamente in alcuni punti, questa volta però fecero alcune esplosioni con la dinamite facendo saltare la stazione di partenza di una teleferica e una cabina elettrica per i servizi della vicina miniera.

Significativo di quello che era il contentuo del piano predisposto e anche quanto riferito nell'intervista concessa alla giornalista KOHL daII'EGGERT il quale, nel ricordare che era un'operazione contro i partigiani, ha detto che si sparava contro ogni persona che si vedeva perchè loro ritenevano che ogni persona che camminava in quella zona fosse un partigiano.
Ancor più pregnante è quanto si ricava dal racconto del teste BERRETTI, il quale ha ricordato che alcuni tedeschi si fermarono a casa loro per chiedere da bere e, nell'occasione, le donne, piuttosto disorientate, chiesero loro cosa stesse succedendo e cosa dovessero fare. I militari dissero di non sapere nulla, e ripartirono per il centro del paese, ma uno di loro, che stava un pò indietro, dopo aver osservato bene di non essere visto dai compagni, con la mano fece loro segno di scappare, prova evidente, questa, del fatto che i militari fossero a conoscenza del macabro obiettivo della loro azione.
Da un'ulteriore prova documentale si evince, infine, che l'azione era stata prevista almeno dal precedente 7 agosto in quanto nel diario giornaliero del LXXV Corpo d'Armata, da cui dipendeva l'unità responsabile dell'eccidio (la cui traduzione è stata acquisita, nella parte che qui rileva, all'udienza del 17.5.05 con il consenso delle parti), è scritto che alle ore 21.40 il comandante chiedeva espressamente lo sblocco del II Btg., 350 Rgt. della 16° Divisione SS per un'azione contro le bande della zona a nord e nord-ovest di Camaiore.
Nè tale conclusione può ritenersi smentita per il fatto che alcuni ex militari tedeschi abbiano affermato che gli ordini erano ricevuti all'ultimo momento, magari in loco e senza particolari preavvisi, oppure che avevano ad oggetto il rastrellamento e l'arresto delle persone ma non la loro uccisione.
Quanto al primo aspetto, infatti, deve ritenersi circostanza normale o comunque plausibile che l'ordine non fosse trasmesso nell'immediato fino al livello più basso. Non bisogna al proposito confondere la posizione di un soldato o semplice graduato di truppa, cioè di un militare privo di funzioni di direzione o coordinamento, con quelle di chi invece sia chiamato alla decisione ed alla successiva pianificazione dell'azione. Poichè si è visto che queste ultime sono prerogativa dei soli ufficiali e sottufficiali, ciascuno per la propria parte sia in sede di organizzazione che di esecuzione, è normale che soltanto loro fossero preventivamente a conoscenza di quanto sarebbe stato compiuto. Per i soldati, viceversa, era sufficiente sapere di dover fare un'operazione e di doversi tenere pronti ad una certa ora, non essendo loro compito il coordinamento con gli altri plotoni e con le altre squadre, quello di mettersi in contatto con le guide locali per raggiungere il paese attraverso i sentieri meno battuti o di procurare i portamunizioni che li aiutassero lungo il percorso. Significativo, in questo senso, quanto dichiarato alla p.g. tedesca il 1.4.2003 da Alfred LOHMANN, ex soldato semplice della 5° Compagnia/II Btg., 350 Rgt. Della 16°, il quale, con riferimento alla missione dell'8 agosto 1944, la prima da lui fatta in Italia, ha detto che senza alcun preavviso, durante la notte, gli dissero di prepararsi e soltanto quando erano già partiti per i monti seppero che si trattava di una missione contro i partigiani, infatti proprio da loro rimase ferito come confermato nel rapporto delle perdite di quel giorno.
Tra l'altro, come spiegato anche dal Dott. POLITI, una vecchia misura per evitare che flltrassero notizie all'esterno prevedeva che la truppa venisse informata soltanto nell'imminenza dell'azione. Infatti, poiché le forze partigiane tenevano sotto stretta sorveglianza le caserme per carpire informazioni dai movimenti della truppa o da altre attività "strane", questa era una delle precauzioni adottate per garantirsi il buon esito delle operazioni.
Allo stesso modo non deve stupire che gli ordini ricevuti da qualche squadra o plotone non prevedessero alcuna uccisione ma soltanto rastrellamenti e arresti. BECKERTH, per esempio, ha detto che gli fu solamente ordinato di ricercare e raccogliere i partigiani, senza peraltro spiegargli cos'altro avrebbero dovuto fare. Infatti la testimonianza di ordini dal contenuto diverso dalle uccisioni, alla luce del numero delle vittime, della dislocazione in località piuttosto distanti tra loro e della sostanziale simultaneità dello sterminio, conferma piuttosto l'alto livello di pianificazione e l'attenta ripartizione di compiti tra le varie unità. Se si ritorna per un attimo a come è stato realizzato lo sterminio compiuto nella piazza della chiesa o in località Vaccareccia, dove erano state radunate anche le persone rastrellate nelle località adiacenti, si nota chiaramente I'accurata ripartizione delle competenze, secondo uno schema che a taluni attribuiva solo iI rastrellamento, ma pur sempre in vista dello sterminio, ad altri, opportunamente dotati delle armi pesanti necessarie, le uccisioni vere e proprie.
Non si spiegherebbe altrimenti che un così alto numero di uomini, comandati dai rispettivi sottufficiali (sicuramente sergenti, se non addirittura caporal maggiori), realizzasse condoTTe tanto simili, per modalità e per devastanti effetti, in un area vasta come quella interessata dalla strage.
Ed infatti si ha notizia di ordini dal diverso contenuto se la giornalista KOHL, in riferimento alle interviste fatte aII'EGGERT, il quale ha detto chiaramente che l'ordine era di bruciare tutto e di sparare subito se qualcuno si fosse mosso. Nonostante i tentativi della giornalista, l'intervistato ribadì che non dovevano fare prigionieri, ma ammazzare, e che per tutti i soldati era chiaro che non si facevano prigionieri.

Infine non si può prescindere da un'ulteriore considerazione di carattere generale.
Prima gli storici e, adesso il dibattimento, hanno evidenziato che quella di Sant'Anna di Stazzema è stata la prima strage di civili realizzata in Italia su larga scala e con le modalità più cruente. Contrariamente a quanto si potrebbe essere portati a ritenere, da ciò non può derivare I'esclusione di responsabilità degli imputati, perchè catapultati per caso in un teatro a loro sconosciuto per I'assoluta novità della scena, e dunque, ignari di ciò che si andava a fare. Infatti proprio questa "novità", peraltro ben conosciuta ai militari che erano già stati sul fronte orientate della guerra, non può essere frutto del caso. In un corpo caratterizzato da massima disciplina, rigore e organizzazione, quali erano le SS, non solo non era ipotizzabile che qualche ufficiale o sottufficiale "ribelle" modificasse le strategie fino ad allora seguite, ma è addirittura assurdo pensare che questo cambio possa aver coinvolto contemporaneamente tutti gli ufficiali e sottufficiali impiegati quel giorno.
Se ogni sottufficiale era mediamente al comando di 10 uomini, questo avrebbe significato la contemporanea "follia" di almeno 20 sottufficiali e chissà di quanti altri ufflciali al loro comando. Il che si appalesa davvero inverosimile. E' logico ritenere, allora, che proprio questo cambio di strategia abbia reso ancor più necessaria delle altre volte una riunione, o perlomeno un incontro, in cui illustrare il cambio della stessa e la conseguente ripartizione dei compiti operativi tra le varie compagnie, plotoni e squadre.

In conclusione, non si possono nutrire dubbi sull'esistenza di un piano preciso, volto ad un massacro indiscriminato. Per tale ragione non si è ritenuto di aderire alla richiesta della difesa RAUCH e SCHONEBERG di procedere all'escussione dello storico Paolo PAOLETTI, autore di una pubblicazione sulla strage di Sant'Anna nella quale si pervien a diverse conclusioni, che la palese dissonanza con quanto comprovato da tutte le risultanze sin qui esposte, avrebbe reso del tutto prive di pregio.

9. L'individuazione dei responsabili dell'eccidio di Sant'Anna.
II percorso per l'individuazione dei responsabili delle stragi naziste in Italia dalla Costa tirrenica all'entroterra appenninico (e, tra esse, quella particolarmente efferata di Sant'Anna) non è stato molto agevole, in passato come ora. Si è già ricordato che le prime inchieste vennero avviate addirittura nel 1944, dalle Commissioni costituite presso i Comandi delle truppe alleate (ma anche, lo si è visto, dalla magistratura e dalla polizia giudiziaria italiana). All'epoca gli accertamenti svolti, dei cui risultati si è dato diffusamente conto nella parte espositiva, condussero ad attribuire alla 16° Divisione corazzata granatieri SS (16° SS Panzer-Granadier-Division) la responsabilità di dette stragi. L'articolatissima istruttoria dibattimentale che ha caratterizzato il presente processo ha fornito ampia conferma di tale conclusione.

9.1 La 16° Divisione Corazzata Granatieri SS.
Per ricostruire la storia, la struttura e l'attività della 16° Divisione corazzata granatieri SS (si trattava di Waffen-SS, cioè il settore armato delle SS), indispensabili dati informativi si traggono dalle stesse deposizioni rese dal suo Comandante (Generale SIMON) nel processo celebratosi a suo carico del 1947, nonchè dall'esame ed dalle relazioni dei consulenti del P.M., Dott. GENTILE e Prof. PEZZINO, nonchè dalla documentazione dai medesimi reperita presso gli archivi americani, inglesi e tedeschi, oltre a quella acquisita direttamente dall'Ufficio della Procura Militare di La Spezia.
Per meglio cogliere la particolarità di tale Reparto, si deve considerate che le divisioni SS erano un corpi d'elite sia per gli ufficiali che per i sottufficiali, in quanto avevano uno statuto che le distingueva da tutte le altre: come divisioni combattenti erano, infatti, soggette ai comandi superiori dell'esercito, ma come divisioni SS avevano autonomia disciplinare, perchè dipendevano direttamente dal Comandante Generale delle SS, ed avevano propri tribunali militari. Di tali caratteristiche le SS erano ben consapevoli, come si deduce anche dalla deposizione del LIPPERT, il quale, nel ricordare l'orgoglio manifestato da almeno la metà dei soldati al ritorno dalla strage di Sant'Anna, commentò che erano delle vere SS, tutti volontari, per i quali nessuna distruzione era mai abbastanza.
Dalla surricordata messe di informazioni si apprende che la 16° Divisione nasce nell'autunno del 1943, per trasformazione del Battaglione Reichsfhurer SS, creato nel 1941 come scorta personale di HIMMLER, il Reichsfhurer del Reich, da cui prese il nome.
Proprio la ricordata autonomia, come ha posto in rilievo il consulente Dott. GENTILE, sembra sia stata molto importante nella ripartizione dei compiti tra i reparti sullo scacchiere occidentale. Infatti l'esistenza di tribunali autonomi nell'ambito delle stesse SS, garantiva una particolare "protezione" rispetto agli eccessi in cui fossero incorsi durante le operazioni loro demandate, tra le quali, in particolare, quelle contro i partigiani.

Comandata inizialmente da Max SIMON, e solo dal 24 ottobre 1944 da Otto BAUM, era una divisione formata da militari giovanissimi. Non più soltanto volontari, come accadeva per le SS fino aI 1943, ma anche da giovani reclute alla prima esperienza (con forti pressioni psicologiche secondo lo storico) e da militari scelti da altri settori delle forze armate (è il caso dell'imputato CONCINA, reclutato dal personale di terra della Luftwaffe). Si stima che nel II Battaglione del 35° Reggimento, quello ritenuto responsabile dei fatti di Sant'Anna, sui 219 militari e graduati individuati, ben 91 fossero del 1926, quindi appena diciottenni.
Poichè all'inizio era nato come corpo sceltissimo, di cui erano chiamati a far parte coloro che manifestavano la più spiccata adesione all'ideologia nazista, nonostante la composizione eterogenea di quell'ultimo periodo, il carattere elitario era stato salvaguardato mantenendo nelle postazioni di comando, ai vari livelli della scala gerarchica, soltanto coloro che potevano garantire la massima fedeltà e condivisione di quegli ideali, personale che proprio per quei motivi aveva maturato esperienze nella Divisione Totenkopf (letteralmente "teste di morto"), cioè in quel reparto che garantiva l'ordine e la disciplina all'interno dei campi di concentramento, per esempio Dakau, e che avevano preso parte allo sterminio degli ebrei nei paesi dell'Est europeo. Max SIMON e il suo successore BAUM erano stati addirittura alla testa della Totenkopf, ma molti altri ufficiali, tra cui REDER e Anton GALLER, che del II Battaglione era Comandante al momento della strage di Sant'Anna, vi avevano prestato servizio, al pari di molti altri comandanti di compagnia e sottufficiali.

Una conferma del carattere elitario si ritrova anche nella documentazione relativa agli interrogatori compiuti dagli inglesi nei confronti dei prigionieri di guerra, da cui si evince che gli stessi, quando interrogati, continuavano a rivendicare con orgoglio l'appartenenza alla 168 Divisione SS: tra questi anche il generale SIMON, che infatti aveva fama di nazista esemplare e di ufficiale intransigente nei confronti dei suoi uomini. Tali caratteristiche, inoltre, erano mantenute e rafforzate anche attraverso scuole di formazione comuni a tutto il personale SS. Per la 16° Divisione fu previsto, addirittura, anche un ulteriore addestramento nelle zone della Versilia e della Lunigiana, ove era situata la scuola di addestramento per sottufficiali comandata dal Cap. Max BAUSTIAN.
Costituita da personale e da ufficiali selezionatissimi, la 16° Divisione fu impiegata sul fronte russo, dove alternò fasi di combattimento contro reparti regolari russi sul fronte a operazioni di rastrellamento contro i partigiani sia in Russia che in Bielorussia. Si hanno indicazioni molto precise che, proprio in quest'ultima regione, nel 1942, avesse partecipato alla distruzione di villaggi e a stragi di civili. Ritirato da quel fronte, alla fine del 1942 fu trasferito in Bretagna, dove fu trasformato nella Brigata di assalto Reichsfhurer SS, quindi un reparto di maggiori dimensioni, per l'aggiunta di nuove reclute e unità.
Nè quella fama era andata modificandosi nel corso del tempo, anzi vi è la testimonianza rilasciata dal TERIGI il 14.03.2003 (verbale s.i.t. acquisito con il consenso delle parti), secondo il quale tutte le forze armate tedesche erano ben consapevoli della differenza delle SS da tutti gli altri reparti. Infatti, lui che aveva fatto da interprete per il comando della Wehrmacht di Pietrasanta, ha ricordato che fu proprio il Tenente con cui aveva i suoi rapporti quotidiani a preannunciargli l'arrivo delle SS e il conseguente cambiamento che ci sarebbe stato in tutta la zona di Pietrasanta. Gli venne specificato che si trattava di reparti specializzati nella lotta antipartigiana e che erano spietati, tant'è che venivano mandati con lo specifico compito di "debellare a tutti i costi la resistenza partigiana", ciò che gli suonò come sinistro presagio al solo ricordo di quanto lui stesso aveva visto nel periodo di servizio al fronte russo, dove infatti le SS avevano assunto gli stessi compiti repressivi. Così mentre GALLER era stato indiziato per le uccisioni di civili nella Polonia occupata, Karl GESELE, comandante del 35° Reggimento, era stato capo di stato maggiore dell'unità che aveva avviato le azioni di sterminio contro gli ebrei di Bielorussia e Ucraina; Max SIMON, infine, era stato addirittura già condannato a morte da un tribunale militare russo per i crimini commessi dalla Totenkopf durante lo sgombero di Kharkov.

Nell'estate del 1943 la Divisione fu inviata in Italia, in particolare nella zona tra Massa e Livorno, da cui fu poi imbarcata per la Corsica, dove partecipò alle operazioni contro le truppe italiane che dopo l'8 settembre erano diventate nemiche. Proprio nell'isola, a Bastia ma anche in altre località, combattè contro i partigiani corsi e si rese responsabile della fucilazione di alcuni ufficiali italiani. Da lì fu nuovamente inviata in Italia, dove subì una scissione: una parte fu trasferita a Lubiana, mentre l'altra parte rimase nel nostro Paese. Ricostituita soltanto nel gennaio del 1944 a Lubiana, la Divisione fu impegnata in diverse aree geografiche e in diversi contesti. Trasferita a Vienna già a marzo, venne successivamente spostata in Ungheria e, infine, in Italia, contemporaneamente alla ritirata verso nord delle truppe tedesche già impegnate nel nostro Paese.
Essa giunse in Italia nel maggio di quello stesso anno, più precisamente nella Costa
dell'alto Tirreno. Tra i motivi del suo impiego, la difesa di quel tratto di costa da eventuali sbarchi alleati, l'intervento diretto nelle azioni non appena il fronte si fosse spinto più a nord, infine la lotta contro i partigiani. Inizialmente la Divisione non fu impegnata in prima linea, sia perchè a ranghi ancora parzialmente incompleti, sia perchè non era terminato il ciclo di addestramento del personale più giovane ed inesperto.
Questo comportò un iniziale impegno soltanto nella difesa costiera nell'alta Toscana, mentre per un primo impiego operativo si dovette aspettare il mese di giugno, con l'invio dei contingenti più esperti al fronte, fino all'utilizzo di tutta la Divisione nel mese di luglio. Raggiunta Pisa e la linea dell'Arno, fiume ancora presente nei ricordi di molti reduci, la 16° si insediò tra quella e la Linea Gotica, in quel momento ancora in via di costruzione.

E' stato lo stesso SIMON a ricordare, nella deposizione spontaneamente resa il 20.11.46 agli americani durante la sua prigionia, e prima del processo che subirà a Padova, di aver stabilito il suo Quartier Generale a Nozzano, vicino a Lucca, per poi spostarlo man mano che arretrava il fronte prima a Camaiore, infine a Massa, da cui ripartì il 31 agosto. Così, mentre lo sforzo militare alleato era concentrato su Firenze, la Divisione ebbe modo e tempo di concentrarsi da subito nella lotta antipartigiana, tanto che, con l'aumento dell'attività partigiana - è di quei giorni la nascita della X bis Brigata Garibaldi – anche la documentazione militare tedesca registra un'intensificazione degli episodi contro di loro e, purtroppo, pure contro i civili.

Come dimostra anche la relazione del Sergente BAXENDALE, già nell'immediato dopoguerra era noto che l'incremento degli attacchi partigiani avesse determinato il comando tedesco, nel luglio 1944, a chiamare in causa quella Divisione. Infatti, sotto il comando del Generale SIMON, la 16° occupò con le proprie truppe le città di Lucca, Camaiore, Pietrasanta, Massa, Carrara, Castelpoggio, Sarzana, Fosdinovo, Canova, Soliera, Licciano, Comano ed altri piccoli paesi. In quel modo riuscì a costituire una vera e propria catena di fortini, che dalle Alpi giungeva fino al mare, posizionati in modo tale da proteggere le loro vie di comunicazione e da fronteggiare in maniera efficace gli attacchi partigiani. II Gen. SIMON stabilì il suo quartier generale nella Villa Liana di Nozzano S.Pietro (LU), dove furono requisite numerose altre case e ville per le esigenze della Divisione. II primo tribunale per i processi alla popolazione locale fu istituito a Villa D'Arrigo, a meno di 300 yards dalla sede del comandante, da cui gli ostaggi venivano poi condotti al campo di concentramento di Nozzano Castello. Un secondo tribunale era situato poco lontano, a meno di due miglia, mentre un altro campo di concentramento si trovava alla Casa Pia di Lucca. Normalmente le persone venivano prima interrogate e torturate a Nozzano, dove alcune erano direttamente uccise, quindi facevano tappa alla Casa Pia, da cui numerosissime persone, stimate in non meno di 500 al giomo da un testimone (Carlo PILLI), venivano deportate in Germania. Un'altra struttura funzionale alle esigenze della Divisione era la Scuola di addestramento alla battaglia che aveva sede a Canova, ed era comandata dall'Haupsturmfuhrer KANDIAN.

Nonostante nella zona ci fossero altri reparti tedeschi, tra cui il comando territoriale della Wehrmacht di Tonfano, per quanto riguardava le proprie operazione contro i partigiani, una volta ricevuto l'ordine di ripulire le retrovie del fronte, la Divisione agiva autonomamente potendo per altro impiegare, come avvenne a Vinca dal 24 al 27 agosto, anche truppe che dipendevano dai comandi territoriali della Wehrmacht.
Dell'arrivo della 16° Divisione nella zona dell'eccidio si ha notizia anche dalle varie testirnonianze di Bruno TERIGI , a partire da quella resa al Comando Alleato di Pietrasanta il 26.09.1945, quando vi si recò per ottenere un lasciapassare per la zona di Siena. In quella prima occasione, infatti, ebbe occasione di raccontare che aveva fatto da interprete per il comando tedesco della Wehrmacht dall'11.02.1944 fino al 20 giugno dello stesso anno, cioè fino a quando nella zona di Pietrasanta arrivarono le SS della 16° Divisione, che avevano già il loro interprete e, dunque, non avevano bisogno di lui.
Poichè, però, gli attacchi partigiani non erano diminuiti, nell'agosto 1944 il comando tedesco, attraverso le SS, dispose rappresaglie su larga scala, con rastrellamenti in massa di uomini che venivano condotti in vari punti di raccolta. Le truppe del Gen. SIMON li portavano a Nozzano, dove provvedevano prima ad interrogarli, eventualmente con numerosi maltrattamenti e, talora, fucilandone subito qualcuno, per poi avviarli a Lucca e, quindi, in Germania (all. 212 relazione BAXENDALE).

Nonostante una buona parte dei partigiani avesse lasciato la zona di Sant'Anna, quelli rimasti avevano continuato nelle loro azioni di contrasto al nemico tedesco. Questo, per tutta risposta, diede luogo ad un'escalation di violenze che, iniziate con l'attacco delle SS del 30 luglio sul Monte Ornato, culminerà con la strage del 12 agosto. Tra gli episodi immediatamente precedenti l'eccidio il teste BERTELLI ha ricordato quanto accaduto a Farnocchia, località distante solo un paio d'ore di cammino da Sant'Anna. Infatti il 31 luglio una squadra tedesca arrivò a Farnocchia e diede l'ordine di sfollamento di tutta la popolazione. Si diceva che, grazie all'intermediazione del prete, fossero state concesse almeno ventiquattr'ore di tempo per organizzare il trasporto dei malati e dei vecchi.
Nonostante questo, e contro la volontà della popolazione che ben conosceva quale sarebbe stata la reazione tedesca, a dimostrazione dei dissidi spesso esistenti tra popolazione e partigiani, una squadra di loro scese dalla montagna e fece un'imboscata ai tedeschi che lasciavano il paese. Poichè l'azione costò la vita a tre tedeschi, mentre gli altri riuscirono a scappare, la gente decise di abbandonare il centro abitato per cercare rifugio nei monti, al punto che la sera non c'era più nessuno. La mattina del 1° agosto i tedeschi tornarono e, per rappresaglia, bruciarono due o tre case, compresa la canonica dove avevano raggiunto l'accordo con il prete, e uccisero l'unica persona che avevano trovato in giro.
Su quanto successe immediatamente dopo non ci sono dati omogenei, comunque è certo che ci furono ulteriori scontri con il gruppo di BANDELLONI e Loris PALMA, perchè entrambe le fonti, sia partigiane che tedesche, seppur discordi sui numeri, mettono in evidenza morti e feriti per entrambe le parti. La situazione ebbe un seguito una settimana dopo, cioe l'8 agosto, quando i tedeschi tomarono per dare alle fiamme, questa volta, l'intero paese.
Protagonista quasi unica delle stragi di civili in quelle zone, alla 16° Divisione SS si attribuisce l'episodio del 6-7 agosto sui monti Pisani della Romagna, in cui furono rastrellati 68 uomini e una donna, poi uccisi in varie località della provincia tra Pisa e Lucca a partire dall'11 di agosto. Le si ascrivono, altresì, oltre alla strage di Sant'Anna del 12 agosto 1994, oggetto del presente processo, anche lo sterminio di numerosi rastrellati nell'area di Val di Castello dalle truppe di ritorno da Sant'Anna, alcuni dei quali vennero uccisi il 19 agosto a Bardine di San Terenzo, come rappresaglia.

Essa pose in essere, poi, numerose altre devastazioni e uccisioni, che hanno fatto parlare di una e vera e propria scia di sangue che accompagnò la Divisione lungo i suoi spostamenti. Le si attribuiscono molte uccisioni della popolazione del paese che si era rifugiata a Valla, il ciclo di operazioni sul monte Sagro, che dal 24 al 27 agosto porterà 174 vittime, oltre a quelle del mese successivo tra cui quella delle fosse del Frigido a Massa, quando 147 detenuti vengono uccisi, seppelliti e tenuti in tre crateri prima dell'evacuazione della zona da parte della XVI e, ancora, la strage di Bergiola Foscalina del 16 settembre, nella quale perdono la vita 71 ostaggi, per concludere il ciclo con il più grosso massacro
compiuto in Italia, quello di Monte Sole (Marzabotto).

9.2 II II Battaglione Corazzato Granatieri SS e le sue compagnie.
Della Divisione facevano parte il 35° e 36° reggimento, un reggimento di artiglieria e il 16° reparto esplorante che, pur se chiamato in quel modo, aveva tutte le caratteristiche e la consistenza di un reggimento. Dal punto di vista dell'organizzazione e della struttura, ogni reggimento era suddiviso in tre battaglioni; ogni battaglione, a sua volta, era suddiviso in quattro compagnie, ciascuna di queste in plotoni e questi in squadre.
Sebbene le prime testimonianze raccolte nell'immediatezza dei fatti avessero messo subito in luce la responsabilità delle SS, molto spesso individuate per i simboli nel colletto o nella manica della divisa, rimase a lungo incerta l'esatta individuazione del reparto della Divisione che aveva materialmente compiuto la strage. Oltre ai nominativi dei militari tedeschi prigionieri di guerra, fu possibile ottenerne qualche altro dai loro interrogatori, o da quelli di alcuni testimoni italiani, ciò che diede il via ad alcune indagini dal respiro conseguentemente limitato.
Questa impostazione, se da un lato consentì ad una Corte britannica (nell'occasione stabilitasi a Padova) di pervenire ad un primo giudizio di responsabilità nei confronti dell'allora generale Max SIMON, dall'altro non consentì al Tribunale Militare Territoriale di Bologna di pervenire ad analogo risultato nei confronti dell'allora Maggiore Walter REDER.
Non ci si può nascondere che il processo tenutosi nel 1947 a Padova fu certamente agevolato dal fatto che l'imputato era il comandante della 16a Divisione, l'unica divisione SS presente in quella parte del territorio, quindi la sicura responsabile delle atrocità commesse a Sant'Anna di Stazzema. Al contrario, il secondo processo, pur essendo stato celebrato nel 1951, quindi a quattro anni dal primo ed a sette dalla strage con la conseguente possibilità di incrementare il materiale probatorio, si è scontrato con tutte le difficoltà che discendevano dalla mancanza di una più precisa individuazione del reparto responsabile, tant'è che si concluse con assoluzione per insufficienza di prove.

Nonostante sia passato un periodo ancora più lungo, con le indagini svolte nell'ambito del presente procedimento sono stati raggiunti quei risultati che i primissimi inquirenti non erano riusciti ad ottenere. Questo è stato possibile, in primo luogo, grazie all'accesso alla documentazione, per la verità non copiosa, rinvenuta negli archivi tedeschi, americani e inglesi, e riguardante militari appartenenti a quella Divisione. Infatti, una volta individuati i nominativi, e scremata quella lista da coloro che nel frattempo erano deceduti, i pochi superstiti sono stati sentiti dagli inquirenti, ed hanno fornito alcune informazioni che, incrociate con quelle provenienti dagli altri documenti reperiti in quegli stessi archivi, hanno permesso di ricostruire il mosaico.

In realtà la prima notizia utile era stata fornita da Willi HAASE, un militare delle SS appartenente alla V Compagnia, II Btg., 35° Rgt. della 16° Divisione SS, il quale aveva disertato il 7 settembre 1944, e fu fatto prigioniero di guerra dagli americani pochi giorni dopo. Nell'interrogatorio reso alla Commissione d'indagine U.S.A. (composta dal Maggiore BOOTH, dal Maggiore WEXLER e dal Maggiore CUNDIFF della V Armata, con la collaborazione del primo Lt. W. DE WALL quale interprete) il 16.09.1944 a Livorno, quindi dopo poco piu di un mese dagli accadimenti, il militare tedesco confermò che l'intera 5° Compagnia, insieme a tutto il II Battaglione (che in quel periodo contava 250/300 unità, suddivise in quattro Compagnie: la 5a, la 6a, la 7a e l'8a), si trovava nella zona di Sant'Anna. Nel rispondere alle domande degli inquirenti, che gli chiedevano di confermare se alcuni militari da loro già individuati avessero partecipato alla strage di Sant'Anna, inizialmente si limitò a confermarne la presenza (gli venne fatto il nome dei "Feldwebel JANSEN e WERTMANN" e degli "Unter Officier RUTHER e LEIBSLE") salvo affermare, ad un certo punto, che tutto il II Battaglione si trovava a Sant'Anna, e che partecipò per intero a quel massacro perchè ricevette l'ordine dal suo comandante ("...si, I'intero battaglione era stato comandato di effettuare I'azione", pag.4 interrogatorio).
Poichè l'HAASE non faceva parte di quel reparto alla data dell'eccidio (ancora erroneamente riferito al 19 invece che al 12 agosto), in quanto aggregatovi intorno al 21 di quello stesso mese, egli precisò che quelle informazioni gli furono riferite dai commilitoni al suo arrivo. II teste non fu in grado di indicate neanche il nominativo di uno di loro, infatti disse alla Commissione che erano notizie riferite da più di un "camerata", ma nonostante questo il Collegio ritiene che l'informazione sia comunque utilizzabile. In proposito va considerato che, trattandosi di prova documentale, si dovrebbe fare applicazione del disposto dell'art. 234, comma 3, c.p.p., che fa divieto di acquisire documenti che contengono informazioni sulle voci correnti nel pubblico (così come l'art.194, comma 3, c.p.p., che pone lo stesso divieto riguardo all'oggetto della testimonianza). Tuttavia il Collegio ritiene che qui non ci si trovi di fronte a voci correnti nel pubblico, quanto ad informazioni ottenute da un gruppo circoscritto e facilmente individuabile di persone (in questo senso, pur se con riferimento alla deposizione testimoniale, si Veda Cass., sent. 11.10.1994, Capriati, in Ced Cass., rv. 199672, nella quale si è affermato che il divieto di testimonianza - e la conseguente inutilizzabilità di essa - sulle voci correnti nel pubblico, prevista dall'art.194 co. 3 cpp, non è applicabile alle notizie circoscritte ad una cerchia ben determinata ed individuabile di persone, come gli appartenenti ad un'associazione per delinquere ed i parenti dell'imputato). Infatti, come il testimone ebbe a precisare, la cerchia delle sue fonti deve essere circoscritta ai soli componenti della 5a Compagnia, giacchè questa, nei giorni intercorrenti tra il suo arrivo e la diserzione, era stata separata dal resto del Battaglione e distaccata per essere impegnata nella difesa costiera. D'altra parte il disertore tedesco, forse per ingraziarsi i carcerieri (o forse perchè come indurrebbe a ritenere il suo abbandono del reparto, meno imbevuto di quell'ideologia che faceva della “fedeltà” il motto delle SS), ha mostrato di essere attendibile, avendo egli indicato nominativi confermati dagli accertamenti svolti dalla Commissione, pur con le dovute correzioni degli errori dovuti alla pronuncia americana di nome tedeschi, sono risultati tutti appartenenti alla V Compagnia del II Battaglione.
Quella prima informazione è stata vieppiù confermata dalle ultime indagini, che hanno definitivamente accertato, con assoluta evidenza, che la responsabilità dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema ricade proprio sugli appartenenti al II Battaglione del 35° Reggimento Granatieri Corazzati della l6a Divisione RF-SS.

A tale conclusione è possibile pervenire, oggi, grazie al lavoro di ricerca e studio condotto dal Dott. GENTILE sulla documentazione originale conservata presso il Bundesarchiv-Militararchiv di Friburgo dove, a partire dagli anni ‘60, sono confluiti i documenti residui prodotti dagli organismi militari tedeschi. Precisa il consulente che, a causa delle vicissitudini del periodo bellico e dell'epoca successiva al crollo della Germania, si determinarono delle lacune incolmabili negli archvi militari relativi a quel periodo. Infatti, gran parte dei documenti prodotti dalle unità direttamente impegnate sul fronte o sono andate disperse o, molto spesso, vennero distrutte nel corso della ritirata con il precipuo obiettivo che non cadessero in mano alleata.
Pertanto, gran parte del materiale utilizzato, pur lacunoso, proviene dalle unità di livello più elevato da cui le prime dipendevano, in particolare la XIV Armata e il LXXV Corpo d'Armata. Tra l'altro, parte di quel materiale sopravvissuto fu preso per alcuni anni in consegna dagli Alleati, i quali, dopo averlo microfilmato, lo restituirono alla Germania, che lo custodisce oggi presso l'archivio di Friburgo.

Altra importante documentazione utilizzata è quella custodita presso la Deutsche
Dienstelle di Berlino, riguardante le perdite subite da tutti i reparti tedeschi, composta principalmente da formulari compilati da ciascuna unità, contenenti i dati anagrafici, il luogo, la data della perdita, nonchè la sua causa.
Infine, vi sono i documenti provenienti dal Public Record Office, archivio britannico consultato anche dal Prof. PEZZINO, nonchè quelli afferenti alle prime indagini condotte in Italia tra cui, principalmente, quella a carico di Walter REDER.

Attraverso l'esame di tutto il materiale documentale menzionato, il consulente è pervenuto alla conclusione che all'eccidio presero parte tutte e quattro le compagnie del Battaglione GALLER (così chiamato dal nome del comandante di quel periodo).
In primo luogo, di ciò si trae conferma dal rapporto perdite del 12 agosto 1944, in cui risultano feriti a Sant'Anna due militari, entrambi dell'8a Compagnia: il Sottotenente Erdmann HERBST, ferito da schegge di bomba a mano al ventre (di cui ha parlato anche il testimone BECKERTH nella deposizione resa a dibattimento) e il Caporale Horst EGGERT, il quale, intervistato dalla giornalista tedesca KOHL (di cui si è acquisita la videocassetta con relativa traduzione), ha confermato la sua partecipazione a quella "missione" e il ferimento per un proiettile che lo colpì di striscio alla testa.
Inoltre, dal momento che era necessario un alto numero di militari, e assolutamente verosimile che l'intero battaglione fosse stato impiegato in quell'azione, infatti ogni volta che nella documentazione si fa riferimento ad operazioni antipartigiane, l'unità minima cui si fa riferimento è sempre il battaglione.
In questo senso deve attribuirsi la massima rilevanza al diario giomaliero del LXXV Corpo d'Armata, da cui dipendeva la 16° Divisione SS e, quindi, il II Battaglione (la cui traduzione è stata acquisita, nella parte che qui rileva, all'udienza del 17.5.05 con il consenso delle parti), perche vi è scritto che alle ore 21.40 del 7 agosto 1944 il Comandante chiedeva espressamente lo sblocco del "II°/SS 35" (da intendersi come II Battagllone del 35° Reggimento SS) per un'azione contro le bande nella zona a nord e nord-ovest di Camaiore (esattamente quella di Sant'Anna di Stazzema).

All'individuazione del II Battaglione come responsabile della strage è pervenuto anche il Prof. PEZZINO, anch'egli consulente del P.M., il quale si è potuto avvalere, oltre che dei risultati delle ricerche del Dott. GENTILE, anche del poderoso materiale contenuto nei fascicoli di indagine aperti in questi sei decenni.
Un ulteriore, decisivo, contributo, che costituisce forse l'elemento di maggiore novità scaturito dalle ultime indagini, è stato apportato da alcuni di coloro che hanno ammesso di aver fatto parte di quell'unità al momento della strage.
Tra questi c'è l'imputato GORING, il quale, nel ripercorrere l'unica esperienza in cui ebbe a sparare a donne e bambini, ha fatto esplicito riferimento al coinvolgimento dell'intero Battaglione ( "...giungemmo la sera, e già l'indomani mattina ci venne impartito l'ordine di tenere pronto I'intero battaglione per un'operazione", pag. 6 dell'interrogatorio reso il 25 marzo 2004) anche se, la mattina successiva, nonostante "...si fosse detto che il battaglione sarebbe stato impegnato in un'operazione" (pag. 9 dell'interrogatorio), al momento della partenza vide soltanto la sua compagnia, composta da 35-40 uomini, che si mise in marcia compatta verso i monti della zona, formando una linea di fucilieri.
Tale dichiarazione, a parere del Collegio, non è smentita dal successivo interrogatorio del 16.06.2004, in cui l'imputato ha parlato soltanto della sua compagnia. Infatti in quest'ultima occasione si limitò a dire di non aver visto altre compagnie, e di non aver saputo se anche il resto del Battaglione avesse o meno partecipato all'azione, mentre nell'altro interrogatorio si era riferito a quanto aveva sentito in un momento antecedente all'azione stessa, dunque prima ancora di rendersi conto che c'era soltanto la sua compagnia. Ma in un'area tanto vasta, in cui tutti i testimoni hanno affermato di aver visto all'opera gruppi di militari della grandezza di una squadra, questo non deve stupire, tantè che nello stesso interrogatorio del 16 giugno 2004 è stato proprio il teste a precisare che la sua compagnia non si trovava insieme alle altre e che, quindi, non avrebbe potuto vedere se si erano messe in marcia o meno.

Alla medesima conclusione, seppur solo indirettamente, è possibile pervenire anche sulla base della deposizione di BECKERTH, militare dell'8a Compagnia, presente sulla piazza della chiesa, che ha detto di essere stato a conoscenza del fatto che, anche se non riusciva a vederle, altre unità dovevano raggiungere Sant'Anna: infatti, quando lui e il commilitone arrivarono nella piazza, si dovettero appoggiare al muro della chiesa per attendere gli altri soldati degli altri plotoni e delle altre compagnie.

Nè tali conclusioni possono ritenersi smentite dalla dichiarazione resa daII'EGGERT, il quale ha affermato che solo una parte della sua compagnia era presente. Infatti, come ripetutarnente rilevato nel corso del dibattimento, è stato per più versi accertato non soltanto che l'azione si sia sviluppata principalmente attraverso quattro grandi colonne di militari che accerchiarono Sant'Anna, ma anche che nell'accentramento verso il centro del paese i tedeschi si mossero in piccoli gruppi, talvolta anche della grandezza di una squadra (circa 10-12 uomini), ciascuna con una propria strada e con un proprio specifico compito. Non deve stupire, allora, come pure si evince dalla deposizione resa da BECKERTH a dibattimento, non soltanto che qualche militare possa non aver visto tutti i commilitoni materialmente presenti all'operazione, ma neppure che abbia ignorato chi di loro vi prese parte.
Dunque, sebbene gli altri superstiti non abbiano fatto riferimento all'intera unità ma a singole compagnie, il loro contributo è stato comunque rilevante perchè, attraverso la prova della presenza di ciascuna, è possibile indirettamente ritenere confermato il coinvolgimento, e la conseguente responsabilità dell'intero II Battaglione.

Tutto ciò premesso, si può procedere ad illustrare le risultanze documentali e testimoniali che, ad avviso del Tribunale, portano a poter affermare che tutte le compagnie cui appartenevano gli imputati presero parte all'eccidio.

Per quanto riguarda la 5a Compagnia, se ne deduce la presenza già dalle dichiarazioni di Willi HAASE, il quale, prima di affermare che l'intero Battaglione era presente, disse che tutta la sua compagnia, la 5a appunto, era li a Sant'Anna. Inoltre il Dolt. GENTILE ha potuto verificare che i nominativi fatti dal disertore, con gli opportuni adattamenti derivanti dai comprensibili errori di scrittura dei cognomi tedeschi, corrispondono a militari di quella compagnia. In particolare WERTMANN dovrebbe essere l'Oberschurfuehrer (maresciallo) Philipp WERTHMANN, comandante di plotone; JANSEN dovrebbe essere l'Oberschurfuehrer (maresciallo) Martin JANSSEN, in quel periodo addirittura comandante interinale della compagnia, e già appartenente al personale del campo di concentramento di Sachsenhausen prima del trasferimento alla 16a Divisione. RUHTER sarebbe l'attuale imputato Horst RICTHER, come confermato anche dalla documentazione reperita presso la Deutsche Dienstelle. Infine, LEIBSLE, è identificabile in Alfred LEIBSSLE.
Una conferma indiretta si trae anche dalla dichiarazione del 6.10.2002 inviata a questo Tribunale da Werner BRUSS, appartenente nella quale l'imputato ammette di aver partecipato all'operazione in qualità di capo squadra di sette uomini, anche se questa sarebbe stata dislocata in un crocevia per allontanare ed indirizzare i passanti.
Infine il Dott.GENTILE ha confermato che la firma apposta sul lasciapassare del portamunizioni Aleramo GARIBALDI (allegato n. 34 contenuto nel fascicolo del dibattimento n.7, proveniente dalla cartella 2 del faldone "A" del P.M.), verosimilmente rilasciato la notte tra l'11 e il 12 agosto, corrisponde a quella dell'allora comandante di compagnia Martin JANSSEN.

La partecipazione della 6a Compagnia risulta da quanto riferito dal LIPPERT, il quale dal rapporto perdite di settembre 1944, n.305, risulta appartenente alla 6a compagnia, il quale, nell'interrogatorio reso in Germania il 23.03.2004 (il cui verbale è stato acquisito con il consenso delle parti), ammette di aver partecipato all'operazione e, parlando dell'uniforme indossata quel giorno, afferma che tutta la sua compagnia indossava la mimetica, dichiarazione da cui si deduce che, oltre lui, anche il resto della compagnia aveva partecipato.
Ma molto più esplicito è stato l'imputato GORING che, prima nell'interrogatorio del 25.03.2004, poi in quello del 16.06.2004, dopo aver affermato che l'intero Battaglione era stato allertato per l'operazione, in più di un'occasione afferma era stata impiegata tutta la sua Compagnia ("la mia compagnia si mise in marcia compatta: l'intera compagnia si recò sui monti formando una linea di fucilieri", pag.9 interrogatorio 25.03.2004).
Un indizio, infine, si ricava dalla partecipazione della 6a Compagnia al medesimo ciclo operativo iniziato con l'incendio di Farnocchia dell'8 agosto, in quanto dal rapporto perdite di quel giorno risulta ferito Ziller, un militate della 6a Cp.

Che anche la 7a Compagnia fosse presente al completo lo ammette l'imputato CONCINA nell'interrogatorio fatto con rogatoria internazionale in Germania il 21.07.2003 (contenuto nel fascicolo dib. n.3, proveniente dalla cartella 2 del faldone F del P.M.) che ne faceva parte, ma è confermato indirettamente anche da HOLLE che, nell'interrogatorio fatto con rogatoria internazionale in Germania il 24.02.2005 (acquisito all'udienza del 9.03.2005), seppur dopo molte resistenze, ha ammesso che quel giorno era stato a Sant'Anna e che, insieme ad un commilitone, aveva fatto da sentinella sotto la chiesa.
Tra i responsabili dei crimini di guerra commessi nell'area tra iI 17 ed il 27 agosto 44, il Serg. BAXENDALE cita l'Oberstumfuhrer WOLFF delle SS, il quale, acquartierato ad agosto a Val di Castello e Pietrasanta, per sua stessa ammissione prese parte al massacro di Sant'Anna. Le sue truppe, di ritorno da quella operazione, con alcune retate nella stessa Val di Castello, dove risiedevano, presero circa 600 ostaggi (all. 223 relazione).
Nel suo rapporto del 25 settembre 1945, il sunnominato investigatore non fornisce ulteriori elementi di identificazione del manzionato ufficiale tedesco, ma potrebbe trattarsi dell'Oberstumfuhrer K. WOLF (la mancanza di una "F" nel cognome non può considerarsi dirimente, essendo frequenti errori nella trascrizione dei cognomi tedeschi da parte degli investigatori) menzionato quale Comandante della 5a Compagnia nel Dienstellung del II Battaglione relativo al periodo settembre-dicembre 1944 esistente in atti e riprodotto in copia dal difensore del SOMMER all'udienza del 22 giugno 2005.
Importante riferimento è quello fatto da BARTLEWSKY che, nel corso dell'esame reso con rogatoria il 4.8.2003 (per espressa volontà del teste si deve ritenere che ne faccia parte integrante anche l'interrogatorio reso alla p.g. tedesca il 4.08.2003), ha affermato che tutta la sua compagnia, che in quel periodo contava solo la metà degli effettivi a causa delle perdite subite, era stata coinvolta nelle fucilazioni con i mitragliatori MG (fascicolo dib. n.7 proveniente dal faldone N del P.M.).
Infine Bruno TERIGI (interrogatori acquisiti all'udienza del 15.12.2004), dice che il 12 agosto 1944, dopo essere stato rastrellato al termine dell'operazione di Sant'Anna, fu portato a Val di Castello dove vide il Sergente SCHONEBERG (che era della 7a Compagnia) e il Ten. WOLFF, entrambi macchiati di sangue, circostanza da cui si deduce la partecipazione alla sanguinosa azione della mattinata.

Per quanto riguarda la partecipazione dell'8a Compagnia, essa trova riscontro in quanto riferito dal teste BECKERTH che ad essa apparteneva, il quale ha lasciato intendere che a Sant'Anna vi fosse tutta la Compagnia (al fg. 54 del verbale del 10 novembre 2004).
Infatti, quando si ritrovò da solo con tale Otto NITSCHKE nel piazzale della chiesa, dove sopraggiunsero tali REWITZ e MADER, entrambi sottufficiali dell'8a, non si stupì più di tanto della mancanza degli altri, perchè sapeva che il resto della sua Compagnia avrebbe dovuto raggiungere il posto ciascuno con un tragitto diverso.
Da qui può dedursi che egli sapesse della presenza dell'intera Compagnia. Infatti solo tale consapevolezza gli avrebbe potuto far rilevare che gli altri appartenenti alla stessa non c'erano, o non erano ancora arrivati. D'altro canto, se avesse saputo che era coinvolta solo una parte di essa, è ragionevole ritenere che lo avrebbe specificato.
Anche Heino SCHMIDT (sentito con rogatoria internazionale in Germania il 12 maggio 2005, disposta dal Tribunale ai sensi dell'art. 507 c.p.p. ed acquisita all'udienza del 7.06.2005), caporale dell'8a Cp, ha ammesso di essere stato a Sant'Anna per quell'operazione così come EGGERT che, dopo aver confermato di essere stato ferito alla testa, alla giornalista C.KOHL ha dichiarato che era presente anche il suo comandante di Compagnia.
Infine, va soggiunto che la presenza dell'8a Compagnia si deduce, indirettamente, anche dall'interrogatorio rilasciato daII'HETTESHEIMER in Germania il 09.03.2004 (verbale acquisito con il consenso delle parti all'udienza del 16.12.2004), nel quale il teste nomina l'imputato GROPLER (il suo "capopezzo", cioè il responsabile della sua squadra di artiglieria), precisando che quel giorno dovette rimanere di guardia agli alloggi col commilitone GEBHARDT perchè tutta la compagnia si era recata sui monti per un'operazione. Riguardo sempre aII'HETTESHEIMER, in sede di conclusioni, è stata richiesta dai difensori del GROPLER e del SOMMER l'acquisizione del verbale di un'ulteriore dichiarazione che il medesimo avrebbe reso in Germania il 28 aprile 2004, nella quale - secondo quanto si legge nelle richieste scritte della difesa GROPLER – egli avrebbe dichiarato: “.. non si sapeva ancora chi dovesse andare della compagnia, ma si diceva che ogni gruppo o plotone dovesse mettere a disposizione tre soldati; non ricordo più, ma credo che nessuno del nostro plotone artigliere partecipò”. Come si coglie, con ciò i difensori intendevano addure prova del fatto che non tutta l'unità prese parte all'azione. II P.M si opponeva, obiettando che l'atto menzionato costituiva parte di una indagine suppletiva della pubblica accusa, non confluita nel fascicolo e, dunque, non
utilizzabile. Sulla conseguente richiesta dei difensori di acquisizione dell'atto, ai sensi dell'art. 507 c.p.p., il Tribunale si riservava. Si deve ora, a scioglimento di tale riserva, evidenziare che l'istanza non è stata accolta in quanto la riprova della partecipazione di tutto il Reparto, come si è avuto modo di illustrare diffusamente sopra, si trae incontrastabilmente aliunde, ed anche in considerazione del fatto che la dichiarazione di cui trattasi, peraltro riferibile alla sola 8a Compagnia, oltre ad essere smentita da altre trancianti testimonianze, quali quella del BECKERTH e dello SCHIMDT, sarebbe stata comunque non attendibile, e come tale non decisiva, data la sua contraddizione interna con quella precedentemente resa dallo stesso teste.
Una volta ammessa la partecipazione delle quattro compagnie, e quindi dell'intero Battaglione, non sono emersi elementi per escludere la presenza di qualcuno dei militari
previsti in organico.
Infatti, sulla base delle informazioni acquisite incrociando i numerosi documenti esaminati, il Dott. GENTILE ha accertato che l'assenza dal reparto poteva avvenire unicamente per trasferimento, morte, malattia e licenza, anche se in quel periodo era assai improbabile essere inviati in licenza perchè era stato disposto il blocco per tutti i reparti impiegati in Italia. Tra l'altro, il fatto che la divisione si trovasse nel pieno di combattimenti molto duri, e che il personale fosse ridotto ai minimi termini, era un ulteriore motivo per non concedere licenze. Un altro motivo che poteva giustificare l'assenza dall'operazione del proprio reparto era l'esercizio di una funzione che non ne richiedeva la presenza sul campo, come avveniva, per esempio, se uno era cuoco, ferriere, scrivano o, come accaduto ad HETTESHEIMER, se uno era comandato di guardia agli alloggi. Tuttavia, ha fatto notare il consulente, molto spesso anche quel personale veniva inviato in combattimento in prima linea.
In piena sintonia con quanto affermato dal consulente, lo stesso Generale SIMON, nella dichiarazione volontariamente rilasciata il 20.11.46, quando era prigioniero di guerra, ha confermato che nelle operazioni contro i partigiani “le unità di battaglia erano costituite con tutte le truppe disponibiIi in base alla situazione” e, addirittura, “si facevano intervenire colonne supplementari e altre sezioni della retroguardia; inoltre si utilizzavano frequentemente soldati di altre formazioni Tedesche ed unità italiane”, circostanza confermata anche nella dichiarazione resa nel corso del dibattimento a suo carico condotto a Padova nel giugno del 1947, dove ha ribadito che “l'ordine era di fare ricorso a tutti i mezzi militari con tutti gli uomini a disposizione”.
Ma una conferma indiretta si trae anche dalla testimonianza resa (con rogatoria internazionale in Germania il 12 maggio 2005) da Heino SCHMIDT il quale, sebbene non più in condizione di riferire particolari importanti a causa dell'età, ha comunque ricordato che dovette partecipare a quella "missione" sui monti nonostante i suoi problemi di salute. Infatti fu prelevato con un camion dall'ospedale da campo e costretto a marciare con grande fatica per tutta la notte nonostante zoppicasse, motivo per cui arrivò a Sant'Anna tra gli ultimi, quando ormai la gente era stata ammassata per l'esecuzione.

10. La posizione degli imputati.
Esaurita la verifica circa la presenza sul luogo della strage delle compagnie di appartenenza degli imputati, si deve prendere in esame le ragioni per le quali è dato affermare che i medesimi siano stati presenti ed abbiano partecipito alla commisione dei fatti contestati, così da dover essere chiamati a rispondere dei reato in rubrica.

10.1 BRUSS Werner
Dalla documentazione unita agli atti ed acquisita presso gli Archivi Federali tedeschi (fascicolo dibattimento n.1, proveniente dal faldone B, cartella 1 del P.M.), Werner BRUSS risulta arruolato volontario nelle SS nell'aprile 1940 e, dopo un primo periodo di addestramento come telegrafista a Norimberga, nell'invemo 1940-41 fu trasferito a Debica in Polonia. L'anno successivo passò in una delle unità che aveva avviato le azioni di sterminio della popolazione ebrea in Ucraina e Bielorussia, la stessa Brigata che nel 1942 fu impegnata in un ciclo di stragi nel quadro delle operazioni antipartigiane nel fronte orientale. Dopo una serie di ferimenti e relativi ricoveri presso vari ospedali, l'1.12.1942 fu promosso SS-Rottenfuhrer (Caporal Maggiore SS) e trasferito presso il 9° Battaglione corazzato SS. Nel 1943 fu nuovamente promosso al grado di Unterscharfuhrer-SS (sergente) e trasferito alla 5a Compagnia del II Battaglione/35° Reggimento della 16a Divisione SS, reparto con cui fece servizio in Ungheria, e con la quale giunse in Italia nell'estate 1944 dove, secondo quanto dichiarato nell'interrogatorio, rimase ferito alla testa tra Firenze e Bologna, venendo pertanto inviato in convalescenza fino al gennaio 1945, quando si ricongiunse alla 16a Divisione a Corinzia (Austria).
Vi è, inoltre, in atti una lettera fatta pervenire dai difensori tedeschi dell'imputato il 10.04.2003, nella quale egli faceva sapere di non essere stato mai interrogato sui fatti che gli venivano contestati e, con varie omissioni su tappe fondamentali della sua carriera (risultanti dalla documentazione matricolare acquisita, quali ad esempio quelle sul fronte orientale dove, si è visto, erano stati compiuti massacri di ferocia non inferiore a quello di Sant'Anna), specifica che il suo ingresso quale volontario nelle SS fu determinato, non da motivi ideologici, quanto dall'unico intento di sfuggire al padre alcolizzato (se fosse vero sarebbe potuto andar via di casa e procurarsi da vivere anche con occupazioni meno "compromettenti"). Quanto alla strage, nella missiva si sostiene che il BRUSS non vi ebbe parte e che apprese soltanto nel pomeriggio di quel 12 agosto quanto era successo.
Informazioni sostanzialmente nello stesso senso sono contenute in una precedente lettera a firma dell'imputato, fatta pervenire a questo Tribunale il 6.10.2002 (fascicolo dibattimento n.4, ex faldone G del P.M.), ove è affermato che quella mattina egli si trovava con i 4-7 uomini che gli erano rimasti quando ricevette l'ordine di recarsi con loro ad un incrocio su di una collina, al fine di proteggerlo dall'arrivo di partigiani, nonchè per indicare la strada ai civili, che avrebbero dovuto avviare a valle. Dopo circa tre ore che erano lì, senza aver visto alcun partigiano, ma soltanto una donna incinta con un bambino per mano, e senza aver udito alcuno sparo o altri rumori strani, ricevette l'ordine di tornare verso la fattoria dove avevano dormito la notte precedente. Solo a quel punto, quando chiese al soldato se potevano far tornare la gente del posto nelle loro case, si sentì rispondere che ormai erano stati uccisi tutti (fascicolo dib. n. 4, ex faldone G del P.M.).

Anche a voler ritenere credibili tali affermazioni, secondo le quali può affermarsi che il suo contributo sarebbe stato quello di proteggere il fianco della zona interessata da eventuali aggressioni da fonte esterna (in particolare dai partigiani), questo sarebbe di per sè sufflciente per l'affermazione di responsabilità penale a titolo di concorso. Sarebbe questa, infatti, la classica figura del c.d. "palo", cioè di chi, non operando materialmente nella realizzazione della condotta incriminata, ne rende comunque possibile la realizzazione con un ruolo di protezione e di garanzia, che ha lo scopo di rassicurare e agevolare chi, invece, sia chiamato ad operare in prima linea (giurisprudenza costante anche con riferimento alla mera presenza sul posto. Per tutte Cass., sez. I, n. 4805 del 22 maggio 1997; Cass., sez. I, n. 4612 del 05 maggio 1993; Cass., sez VI, n. 9986 del 16 luglio 1992).
Tuttavia proprio le affermazioni sopra richiamate non possono essere ritenute credibili.
Quanto alle asserzioni contenute nella missiva del 06.10.2002, appare assolutamente inverosimile che egli non abbia sentito quegli spari o "altri rumori strani" che, invece, quasi tutti i testimoni delle varie località, anche le più distanti, hanno riferito di aver udito provenire da ogni direzione. Anzi, oltre a quei rumori continui ed insistenti, molti hanno riferito addirittura di aver visto il fumo che si levava dalla chiesa e dalle località limitrofe a Sant'Anna, ciò che aveva già dato la consapevolezza di quanto era successo o stava avvenendo. Pertanto deve ritenersi che tali affermazioni siano state dettate da finalità meramente difensive. Inoltre, il compito asseritamente trasmessogli dal portaordini non poteva che essere percepito come componente di una procedura standard di azioni di rastrellamento a largo raggio, che l'imputato, in quanto sergente SS, non poteva non conoscere, anche perchè previsto nelle pubblicazioni tedesche sulle tattiche antiguerriglia. Infatti, era risaputo che ogni qual volta veniva fatto un rastrellamento (con tutto quello che comportava) c'era sempre un'unità che doveva impedire la fuga di chi si trovava all'interno dell'area, piuttosto che impedirne l'ingresso come asserito dal BRUSS. Invero, non avrebbe avuto alcun senso predisporre un posto di controllo o di blocco di tal fatta: oltre che in contrasto con le dottrine che sovrintendevano a quel tipo di operazioni, sarebbe stato contrario agli stessi interessi delle SS che, come visto in relazione alla sorte riservata a numerose altre persone, avrebbero procurato grandi utilità per essere impiegati come ostaggi o, meglio ancora, come forza lavoro da deportare in Germania. Anche questa circostanza, pertanto, facendo emergere l'illogicità di quanto da lui dichiarato, rende non credibili le sue affermazioni.
Ma anche a voler prestar fede unicamente a quanto da lui dichiarato, emergono elementi sufficienti per affermare che il contributo causale offerto (perlomeno come "palo") fosse anche consapevole e, quindi, volontario.
Infatti, si legge nella sua lettera, che gli era stato detto di controllare l'incrocio perche tutta la zona montuosa e collinare doveva essere "pulita" (per usare la sua espressione) dai partigiani. Al riguardo, si è già rilevato in termini generali che per le SS non correva grande differenza tra partigiani e civili, in virtù di quell'equiparazione inculcata dalle rigorose disposizioni impartite da KESSELRING e così "brillantemente" recepite dalle SS. Sapere che era in corso un'operazione antipartigiana significava sapere che vi sarebbe stata coinvolta tutta la popolazione della zona. Se per loro era partigiano anche chi si trovava nelle stesse zone di questi ultimi, era ovvio che un'operazione svolta in una zona notoriamente conosciuta per essere un "covo di partigiani" dovesse necessariamente coinvolgere anche tutti coloro che, a torto o a ragione, si riteneva che li supportassero. Consapevolezza di quanto sarebbe accaduto che, a dispetto della asserita meraviglia con cui apprese della carneficina, doveva essere matura soprattutto in chi, come l'imputato Werner BRUSS, aveva già preso parte ad analogo ciclo di stragi sul fronte orientale.

10.2 CONCINA Alfred
Piuttosto particolare la carriera di questo imputato, il quale, già membro del partito nazionalsocialista, fu inizialmente arruolato nell'aviazione per essere trasferito nelle SS con il grado di sergente solo nel 1943. Dopo questo passaggio ci fu il primo ferimento (14.07.1943 - ferita ad una spalla da schegge di granata) e il ricovero in ospedale. Dimesso, fu assegnato al II Battaglione SS-Totenkopf, all'epoca di stanza a Praga. Successivamente venne spostato alla 16a Divisione SS appena costituita ed inviato in Italia nella 7a Compagnia, dove dice di aver maturato il grado di maresciallo e dove fu ferito alla gamba il 25.06.1944.

Il CONCINA venne sentito per rogatoria in due occasioni. Una prima volta, come testimone, il 21 luglio 2003 ed una seconda nella veste di indagato il 15 dicembre dello stesso anno. Nella prima dichiarazione - il cui contenuto venne dal medesimo richiamato e confermato dopo l'avvertimento dell'assunzione della qualità di indagato (e, dunque, pienamente utilizzabile) egli, dopo iniziali incertezze, ricordò che suo comandante di compagnia era il SOMMER, e raccontò come si svolsero i fatti a Sant'Anna. Inizialmente il nome della località non gli diceva molto, poi ci pensò e rammentò che il luogo era da loro conosciuto come "covo" di partigiani e che lì i tedeschi subirono molti danni. Infine, nel flusso dei ricordi, capì che ci si stava riferendo ad una drammatica vicenda, da lui stesso definita come "grande porcata". Dopo aver premesso di non avervi preso parte, l'imputato ha riferito che vennero uccisi partigiani ed anche civili: erano tantissimi,
anche se neppure lui ha saputo indicarne il numero. Secondo il suo ricordo tutto avvenne nella piazza vicino alla chiesa, dove lui e altri 60-80 militari (ha precisato che c'era tutta la sua compagnia) salirono verso le 8 del mattino. Si trattò di una missione abbastanza breve, durata forse 3-4 ore, conclusasi intorno a mezzogiorno. Egli non seppe di ferimenti di militari tedeschi ad opera di civili, ed ha soggiunto che le persone davanti alla chiesa, uomini, donne e bambini, furono fucilate a seguito di un ordine, e poi i loro corpi bruciati con dei mobili (ricordava un armadio).
Nel secondo esame, forse perchè aveva cambiato veste essendo nel frattempo divenuto indagato, non ha aggiunto molto, però ha specificato, sulla scorta di quanto già detto nel primo, che non gli fu dato alcun ordine particolare per quella missione ("Non conosco nessuno che abbia dato I'ordine"), partirono e basta.
Quest'ultimo riferimento, che sembra doversi distinguere dall'ordine di sparare che, a suo dire, sarebbe stato impartito sulla piazza, è piuttosto significativo, in quanto conferma, come già visto, che per l'operazione in sè non ricevette un vero e proprio ordine, il che, avute presenti le prassi preparatorie ed operative di quel genere di azioni induce a ritenere esservi stata un'organizzazione discussa e concordata tra tutti coloro i quali avevano una posizione di comando e conseguenti responsabilità. Non va obliterato, infatti, che il prevenuto era comandante di squadra.

10.3 GORING Ludwig
L'appartenenza del GORING alla 6a Compagnia del Battaglione "GALLER", reparto direttamente coinvolto nella strage, è comprovata dalla cospicua documentazione reperita presso la Deutsche Dienstelle e il Bundesarchiv e consente di individuarlo come graduato sicuramente presente al reparto il 12 agosto 1944.
Le principali informazioni sulle sue vicissitudini e sulla sua carriera, oltre ad essere indicate nella documentazione menzionata, sono state fornite da lui stesso, nel corso degli interrogatori ai quali è stato sottoposto.
Va precisato, in proposito, che egli fu sentito una prima volta, il 25.03.2004, quale persona informata sui fatti, nell'ambito delle indagini condotte dalla Procura di Stoccarda in ordine allo stesso crimine oggetto del presente processo. Nel corso della deposizione, essendo emersi indizi di reità, gli vennero fatti gli avvertimenti di rito ed egli, pienamente consapevole dei propri diritti e delle conseguenze del suo dire, confermò quanto detto in precedenza, manifestando apertamente l'intento di rendere l'interrogatorio.
Egli, dunque, ebbe a dichiarare di essere entrato nelle SS come volontario nel 1941 e di essere stato assegnato alle Waffen-SS come soldato. Dopo un primo periodo di addestramento alla scuola di Arolsen (presso Kassel), fu assegnato al battaglione di scorta Reichsfuhrer-SS, di stanza a Berlino, con cui si recò in Russia nell'ottobre 1941, per rimanerci fino all'aprile 1942. In questo primo periodo trascorso in un teatro operativo, fu promosso soldato scelto ed ebbe i primi problemi di salute a causa dell'intenso freddo sofferto in Russia, tanto che fu costretto in ospedale per 6-8 settimane, a causa di un'otite che gli causò una perforazione del timpano sinistro (interrogatorio 16.06.2004, pag. 3).
All'uscita, con un battaglione di riserva, fu dislocato in Olanda, dove fu promosso caporale e dove rimase fmo al 1943, forse luglio-agosto. Successivamente fu inviato al campo di esercitazione truppa in Boemia quale istruttore e fu nuovamente promosso, divenendo caporal maggiore. Nel febbraio 1944 fu mandato in Ungheria e, ad aprile- maggio, raggiunse l'ltalia direttamente con i veicoli del suo reparto. Li furono impegnati nella zona di Pisa, prima a sud della città, poi costantemente in ritirata sempre più verso nord. In quel periodo ebbero i primi scontri con gli americani ma, per sua stessa ammissione, ormai non erano più in grado di operazioni militari contro di loro, tanto che, in un'occasione, dovettero lasciare sul posto l'artiglieria, cui era stato assegnato al comando di tre uomini. Dal quel momento passò alle dipendenze di un sergente, con in dotazione una semplice mitragliatrice leggera con bipiede MG 42, in cui lui era addetto alla macchina ed un altro alla carica delle munizioni, mentre agli altri sei militari della sua unità fu dato un mitra MP 38.
Superata la zona appenninica, il 22.09.1944 rimase ferito da una scheggia di granata nella regione di Verona e fu ricoverato all'ospedale militare di Merano.

Venendo alla strage di Sant'Anna di Stazzema, l'imputato ha ricordato di aver partecipato ad un'operazione contro i partigiani. Infatti, durante la ritirata lungo il litorale, decisero di fare una pausa nell'entroterra, non lontano da La Spezia. Si fermarono la sera e, già l'indomani mattina, gli dissero di tenere pronto l'intero Battaglione per un'operazione, perchè in quel periodo subivano attacchi continui dai monti. Poichè la mattina successiva ricevettero l'ordine di risalire i monti, l'intera Compagnia (allora composta di 35-40 uomini) si mise in marcia verso le ore 6.00, formando una linea di fucilieri. Giunti in cima si fermarono e lì ebbe l'incarico di rimanere in postazione per proteggere l'ala sinistra con la sua mitragliatrice. Dopo circa due ore, ricevuto un nuovo ordine, fecero una discesa ripida che li condusse ad un "pianoro" nella cui parte terminale, prima di una nuova salita, c'erano due case piuttosto piccole, con 15-25 donne sedute in cerchio lì davanti. Intorno a loro, da entrambi i lati, c'erano 6-8 soldati per parte, oltre il suo comandante di Compagnia, un sottotenente, un altro ufficiale, e quello che lui pensava essere il comandante del Battaglione per i gradi sulle mostrine (aveva le spalline della giacca incrociate e su entrambi i lati il fogliame di quercia, gradi che sapeva essere quelli di colonnello-SS). Fu proprio quest'ultimo che, piuttosto impaziente e nervoso, ordinò loro di posizionare la mitragliatrice in direzione delle donne e di sparare al suo ordine di fare fuoco. La sua era l'unica mitragliatrice posizionata ma, con lui, anche gli altri soldati puntavano ciascuno con il proprio mitra, tutti a 4-5 metri dalle donne. Quando arrivò l'ordine, con l'aiuto dell'artigliere addetto alle munizioni, sparò un'intera cartucciera, uccidendole tutte in pochissimo tempo, con il concorso di tutti gli altri militari. Non fu necessario alcun colpo di grazia, soltanto fu deciso di dare subito fuoco ai cadaveri con delle taniche di benzina. Soltanto dopo aver appiccato il fuoco, da quel cumulo di cadaveri si levò un bambino dell'apparente età di dieci anni, avvolto dalle fiamme, il quale corse via come una torcia umana, sparendo dietro la scarpata. L'ufficiale nel quale egli credette di individuare il Comandante di Battaglione, in quel momento - seguendo quello che appare un empito di ulteriore crudeltà - ordinò loro di mettersi all'inseguimento del "fuggitivo", cosa che fecero due o tre uomini, senza risultati. Dopo di ciò continuarono il loro cammino in fila indiana fino a raggiungere, dopo 30-45 minuti, una altro gruppo di 10-15 case, dove si fermarono per fare una pausa, per poi rimettersi in marcia e raggiungere i loro alloggi.

Messo davanti alle proprie responsabilità, che lui già ben conosceva, l'imputato ha ammesso di essere stato assolutamente conscio di sparare a delle donne innocenti, così come sapeva che la popolazione civile era inviolabile, ma ha aggiunto, tuttavia, di aver deciso di sparare perchè gli ordini dovevano essere rispettati ("ma gli ordini sono ordini”, pag.16 del 25.03.2004), non poteva fare altro se non voleva incorrere in una fucilazione sommaria sul posto.
Ora, per quanto da lui stesso confessato, non c'è dubbio che l'imputato debba essere considerato responsabile dell'uccisione delle 20-25 persone che ha ammesso di aver ucciso, con la consapevolezza della criminosità della condotta. II suo caso, infatti, si qualifica in quanto, a differenza di lutti gli altri imputati, vi è ammissione del fatto, diretta conseguenza dell'esecuzione di un ordine che, per i motivi più sopra illustrati fu indubbiamente criminoso.
Correttamente egli è chiamato a rispondere non soltanto di tale specifica condotta - costituente una parte icasticamente ritagliabile dal complessivo addebito - ma di tutti gli eventi cagionati dalla combinata azione posta in essere dal suo reparto a Sant'Anna il 12 agosto 1944. Come è confermato dalle sue stesse ammissioni, la sua azione era incastonata in un'attività di più ampio raggio e portata, della quale egli era ben consapevole, essendogli noto, sin dalla presa di cognizione, il giorno precedente, del fatto che l'intero battaglione sarebbe stato impegnato in un'operazione contro i partigiani.
Conseguentemente, gli era ben presente che altri come lui, negli stessi momenti, stavano agendo con il medesimo obietlivo, e con le stesse modalità, in consapevole adesione alle criminose disposizioni dei superiori. Ne può essere obliterato il fatto che egli senz'altro costituì, anche al suo non elevato livello gerarchico, un ingranaggio fondamentale per il raggiungimento dello scopo e che, per poter portare a termine l'impresa dovette, a sua volta, attuare l'ordine dei superiori guidando l'agire di subordinati, non ultimo il soldato che fungeva da suo servente nell'uso della mitragliatrice.

10.4 GROPLER Karl
Le informazioni Sulla carriera e la storia di Karl GROPLER sono conosciute attraverso la documentazione acquisita presso la Deutsche Dienstelle (fascicolo dibattimento n.1, proveniente dal faldone B, cartella 1 del fascicolo del P.M.), attraverso i documenti della Zentrale Stelle elaborati dal Dott. GENTILE (fascicolo del dibattimento n.1, dal faldone H, cartella 1 del P.M.) e dalle dichiarazioni rilasciate dal medesimo a seguito della rogatoria internazionale del 13.06.2003.
Si è appreso, così, che è stato nella gioventù hitleriana a partire dal 1937 fino al 20.03.1942, quando fu arruolato nelle SS. Al riguardo, però, si è riscontrata una divergenza tra quanto dallo stesso dichiarato e l'asserzione del consulente del P.M.: infatti, mentre il GROPLER ha affermato di essere stato chiamato come coscritto, il Dott. GENTILE ha sostenuto che in quel periodo l'ingresso nelle SS era ancora su base volontaria, ciò che potrebbe significare una speciale "vocazione" verso valori, metodi e ideologia del Corpo. In ogni caso è pacifico che dopo il primo periodo di addestramento e l'impiego sul fronte occidentale, prima in Olanda, poi a sud della Francia, divenne un membro delle famigerate unità Totenkopf che, come già visto, erano responsabili della disciplina e della sicurezza dei campi di concentramento e nelle cui fila si recò sul fronte russo, precisamente a Karkow (dove si ricorda una delle stragi naziste più sanguinose).
Dopo il ferimento alla testa fu trasferito prima in Polonia, poi in Ungheria, Prussia orientale e, infine, in Italia nel 1944. Nello stesso anno divenne prima Caporal Maggiore SS (01.04.1944), poi sergente SS due mesi dopo. In quest'ultimo Paese era inquadrato nell'8a Compagnia del 35° Reggimento SS. Di tale dato l'imputato si disse non sicuro, sottolineando di avere soltanto memoria dell'armamento pesante in dotazione (bombe a mano, lanciarazzi anticarro, automezzi con cannoni e lanciagranate).
In quell'occasione gli furono mostrate delle fotografie di S. Anna che l'imputato ha riconosciuto come la località dove si erano verificati i fatti (fascicolo del dibattimento n.1, cartella 2 del faldone H del P.M ).
In considerazione del fatto che egli assunse, poi, la qualità di indagato, le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate. Va detto, però, che si tratta, nello specifico, di dati oggettivi, che, comunque, risultano dalla documentazione matricolare acquisita agli atti, nella quale è descritta la sua carriera militare e le varie sedi di assegnazione.
Inoltre, tali dati risultano confermati dalle dichiarazioni deII'HETTESHEIMER, il quale, nell'interrogatorio del 9.3.04 (acquisito all'udienza 16.12.2004), ha ricordato l'imputato come suo comandante di squadra, responsabile dell'artiglieria ("capopezzo") ed ha soggiunto che quel giorno dovette rimanere di guardia agli alloggi col commilitone GEBHARDT perchè tutta la compagnia si era recata sui monti per un'operazione.
Pertanto, ben difficilmente si potrebbe pretendere di affermare che anche il GROPLER non si fosse portato in Sant'Anna, sia perchè della sua presenza agli alloggi il teste si sarebbe certamente ricordato, come ha fatto per l'altro commilitone, sia perchè risulta con certezza che l'artiglieria dell'8a Compagnia (indipendentemente dal suo concreto utilizzo, del quale non si hanno solidi riscontri) era sul posto e, dunque, non poteva mancare uno dei sottufficiali che ne erano responsabili.
Quando il GROPLER fu sentito nuovamente, a poca distanza di tempo (22.12.2003), questa volta in veste di indagato, si limitò a dire di ricordare di scontri con partigiani, senza però fornire dettagli, nonostante le espresse contestazioni degli inquirenti, che in qualche modo si riportavano a suoi precedenti riferimenti.
A parere del Collegio il fatto che le dichiarazioni rese dall'imputato quando venne sentito come testimone non siano utilizzabili non impedisce, comunque, di tener conto della circostanza che in precedenza egli fu in grado di riferire con un buon dettaglio gli accadimenti di Sant'Anna. Qui, infatti, non è in questione lo specifico contenuto delle dichiarazioni, in quanto tali non utilizzabili, bensì il fatto oggettivo della memoria degli accadimenti. E' pur vero che all'esercizio della facoltà di non rispondere non può essere attribuita una portata gravatoria, ma non è revocabile in dubbio che si possa tener conto del fatto che l'imputato non è privo di ricordi e che, pur avendo certamente cognizione e memoria della condotta che gli si addebita, non abbia inteso sottoporsi all'esame, neppure per fornire eventuali elementi a suo favore. In proposito è significativo, ed inquietante nel contempo, il fatto che il GROPLER abbia testualmente affermato di “... non essere disposto a rendere altre dichiarazioni”.
Va, poi, considerato che il teste BECKERTH, pur non avendo potuto dire con certezza se il GROPLER fosse presente, ha affermato che era responsabile di un'artiglieria della sua compagnia e che questa fu impegnata nell'azione a Sant'Anna, il che induce ad escludere, considerato anche il grado del prevenuto, peraltro noto al teste come soggetto sempre "pronto a mettersi in mostra", possa non avervi avuto parte.
Su tutto pone, poi, un suggello quanto diffusamente illustrato sopra riguardo alla prova dell'impiego dell'intera 8a Compagnia nell'eccidio.

10.5 RAUCH Georg
Le notizie su Georg RAUCH sono contenute principalmente nella documentazione reperita presso la Deutsche Dienstelle e il Bundesarchiv (Fasc. Dib. N. 1 ex Fald. B cart. 1, cart. 2, vol. 1) elaborata dal Dott. GENTILE (Fald. H, cartella 1). Nato nel 1921 egli, all'età di 12 anni, entrò nella Gioventù Hitleriana dove divenne in breve capo plotone. Nel 1940 si presentò come volontario per entrare nelle SS e fu assegnato al famigerato battaglione Totenkopf. Dopo un corso di quattro mesi fu mandato in Francia, dove conseguì, in brevissimo tempo, tre promozioni che lo fecero diventare sergente già nell'ottobre 1941, quando fu inviato alla Scuola Allievi Ufficiali, poi in Russia, dove prese parte alle battaglie di quel fronte, quindi a Varsavia nel periodo dello sterminio nel ghetto degli ebrei. Nell'ultimo semestre del 1943 frequentò il corso ufficiali conseguendo la promozione ad Untersturmfuhrer (sottotenente) il 01.03.1944. Nel frattempo trasferito alla 16a Divisione SS, per quanto spontaneamente dichiarato l'11.12.2002 nell'ambito della rogatoria internazionale, passò dall'Ungheria all'ltalia dove, essendo stato già nominato Aiutante di Battaglione, ricevette l'incarico di cercare una sistemazione per il suo Battaglione nella zona di La Spezia (dal fg. 151, cart. 7, vol. 1, del faldone B del P.M. risulta S. Tenente Aiutante di Battaglione almeno dal 15 giugno 1944, ma probabilmente lo era anche prima).
Pertanto, si deve dare per acquisito che egli, al momento della strage del 12 agosto, era Aiutante Maggiore di Battaglione, incarico di grande importanza, in virtù dello stretto rapporto con il comandante che deriva dai compiti normalmente attribuiti a tale figura.
Infatti, oltre ad esserne il suo più immediato collaboratore e consigliere, tra le funzioni proprie di quella figura rientrava il mantenimento delle relazioni con le unità subordinate.
Questo comportava che dovesse riceverne i rapporti, che li analizzasse e li comunicasse al comandante. In direzione contraria, doveva trasmettere loro le disposizioni ricevute dall'alto, tramite staffette portaordini o per telefono. A sua volta doveva provvedere ad inviare i rapporti del battaglione ai comandi superiori, nonchè a riceverne le comunicazioni che girava al suo comandante. Stilava ordini e piani operativi sulla base delle disposizioni di quest'ultimo e, in battaglia, era competente a tenere aggiornati tutti i dati per la compilazione dei rapporti e del diario di guerra. Infine, ma non meno importante, come da lui stesso dichiarato, doveva occuparsi della sistemazione logistica dell'intero reparto. In poche parole un ruolo assolutamente centrale nella vita e nelle attività del Battaglione, e, proprio per questo, di grande supporto ed utilità per il proprio superiore. Sulla base di tali premesse, pertanto, si deve ritenere che il RAUCH abbia, nell'esplicazione delle proprie attribuzioni, partecipato almeno alla pianificazione ed all'organizzazione, se non direttamente all'esecuzione della strage di Sant'Anna.
Al di là delle conclusioni che, in astratto, si possono trarre dalle sue funzioni di Aiutante, va posto in rilievo che sono stati acquisiti elementi concreti dai quali emerge che il RAUCH è stato veramente un validissimo ausilio tattico per il suo comandante. Infatti, come si legge nella scheda valutativa del 15.10.1944, a firma del Capitano Aiutante SS DOBRINDT, è scritto che "nello svolgimento del suo incarico quale aiutante Maggiore di Battaglione dimostra molta comprensione ... è abile nella corrispondenza ed è un buon consigliere tattico del suo comandante di Battaglione." (fg. 152, cart. 7, vol. 1, fald B P.M.).
Pertanto, se si dà il dovuto risalto a quanto affermato dal Dott. POLITI riguardo alle modalità tattiche con cui è stata predisposta e condotta l'operazione di Sant'Anna non se ne può trarre che una partecipazione diretta dell'imputato già nel primo e decisivo momento dell'organizzazione dell'azione. Infatti, trattandosi di una fase strettamente attinente alle sue competenze, e non essendo emerse riprove della sua assenza dal reparto proprio in quel periodo, non può che affermarsi che anche lui contribuì, quanto meno sotto il profilo del concorso morale, alla realizzazione dell'eccidio.
In realtà, nella dichiarazione dell'11.12.2002, l'imputato nega qualunque coinvolgimento diretto o indiretto in quanto, a suo dire, appena arrivato in Italia avrebbe riportato gravissime ferite, a seguito di un attacco aereo da parte della R.A.F. (schegge nei polmoni, nel ginocchio sinistro e nel bacino destro) a seguito delle quali sarebbe stato ricoverato presso l'ospedale militare di Pavia (fg.14, cart. 9 del faldone G del P.M.).
Tuttavia, non potendo ricordare la data precisa in cui ciò sarebbe avvenuto, e per quanto tempo sarebbe di conseguenza stato assente dal reparto, egli ha fatto riferimento a quanto dichiarato nell'ambito del procedimento di denazificazione presso il Tribunale di Norirnberga da tal Georg VOIT, ufficiale del Reggimento da lui conosciuto in Italia e, successivamente, incontrato durante la prigionia a Norimberga, al quale chiese un atto notorio con cui comprovare di non aver partecipato a crimini contro l'umanità. Tale dichiarazione, rilasciata il 2.11.1946, viene evocata in quanto in essa il VOIT assevera, tra l'altro, che Georg RAUCH era stato ricoverato presso l'ospedale militare di Pavia dal 04.06.1944, data del ferimento, fino alla fine di agosto dello stesso anno, quando faceva rientro al reparto nella veste di aiutante di campo presso il II Battaglione del 35° Reggimento (fascicolo dibattimento n. 4, proveniente dalla cartella 9, faldone G del P.M.). Tuttavia, la documentazione acquisita presso gli Archivi Federali tedeschi, contrasta quella dichiarazione, facendo emergere elementi di segno opposto. In primo luogo, se nel foglio matricolare risultano tutte le tappe significative della carriera ed i ferimenti dell'imputato, compreso quello del 18 ottobre 1944, non vi è alcuna traccia dell'asserito ferimento di giugno (fascicolo del dibattimento n. 1, ff. 126-155 provenienti dal vol. 1, cart. 7, faldone B del P.M.). Circostanza, questa, quantomeno singolare, soprattutto perchè per il ferimento dell'ottobre è addirittura annotata la lieve entità delle lesioni ("leggermente ferito scheggia di granata alla mano sinistra, rimasto con la truppa", fascicolo dibattimento n. 1, proveniente dalla cartella 1, faldone B del P.M.), oltre che la mancanza di ricovero presso altre strutture sanitarie, mentre per quella asseritamene più grave del giugno, che avrebbe comportato quasi tre mesi di ricovero, non vi è alcuna traccia.
A ciò si aggiunge che un'assenza tanto lunga, dal giugno all'agosto 1944, non sembra facilmente compatibile con i giudizi valutativi espressi dai superiori. Infatti, non se ne fa alcuna menzione nella valutazione del 10.06.1944, successiva alla presunta data del ferimento, laddove l'ufficiale valutatore ne avrebbe sicuramente fatto menzione soprattutto perchè lo conosceva soltanto dal 23.05.1944, quindi da un periodo talmente breve che un'assenza per ferimento dal 04.06.1944 sarebbe stata quantomeno menzionata e, forse ostativa, alla redazione del giudizio stesso. Ma considerazioni analoghe possono essere fatte anche riguardo alla successiva valutazione del 15.10.1944 cui si è fatto già riferimento riguardo alle sue qualità tattiche. A fronte di un'assenza di quasi tre mesi, che avrebbe pressochè coperto tutto il periodo oggetto di giudizio, si fa esplicito riferimento alla precedente valutazione per elogiare i progressi del giovane ufficiale, sottolineandone una personalità sempre più matura e un carattere sempre più lucido. Si comprende facilmente come si tratti di una considerazione incompatibile con un'assenza tanto lunga, soprattutto se si ha presente che il giudizio si conclude sottolineando un rendimento di piena soddisfazione.

Ritenuto, pertanto, provata la presenza del prevenuto al reparto il 12 agosto 1944, vi sono fondati elementi per ritenere che il suo contributo sia andato oltre la fase puramente preparatoria ed organizzativa, per spingersi fino ad una partecipazione materiale sul campo di "battaglia". Si è già visto, infatti, che tutto il Battaglione fu impegnato nel massacro, e solo per questo deve ritenersi che, oltre alle quattro compagnie, fosse materialmente presente anche il Comandante e il suo staff di collaboratori. Oltre ad essere assolutamente normale che un comandante accompagni e guidi i propri uomini sul campo, si ha la prova documentale che questo accadeva anche rispetto al II Battaglione.
Infatti nel rapporto perdite del 18.10.1944 (fascicolo dibattimento n.1, cartella 4, faldone A del P.M.), risulta che nella stessa data e nello stesso luogo (S.Martino) furono feriti in battaglia sia il Comandante Anton GALLER (schegge di granata nella natica sinistra), sia l'imputato RAUCH (schegge di granata alla mano sinistra), ciò che conforta, se ce ne fosse ancora bisogno, circa il coinvolgimento dell'Aiutante Maggiore direttamente in battaglia a fianco del suo Comandante e, dunque, la piena responsabilità materiale e morale dell'imputato per la strage di Sant'Anna di Stazzema.
Non ignora il Collegio il fatto che le indagini svolte in Germania dalla Procura presso il Tribunale di Stoccarda a carico del RAUCH, per gli stessi fatti, si siano concluse sostanzialmente con un'archiviazione (come si ricava da una comunicazione di quell'Ufficio giudiziario prodotta dalla difesa), per non essere stati raggiunti adeguati riscontri, soprattutto per l'impossibilità di sentire nuovamente il VOIT, in quanto deceduto, e non essendo state ritenute appaganti le risultanze della documentazione relativa ai ricoveri dell'imputato. II provvedimento adottato all'esito di tale indagine, però, non può essere in alcun modo ritenuto ostativo ad un giudizio a carico del RAUCH nel presente processo, non risultando emessa una decisione che possa considerarsi caratterizzata dalle connotazione indicate dall'art. 649 c.p.p.

10.6 RICTHER Horst
II primo riferimento all'imputato è assai risalente nel tempo ed è stato fatto per la prima volta nel periodo immediatamente successivo alla strage, nel corso delle indagini condotte dalla Commissione U.S.A. istituita in seno alla V Armata. Tra i vari testimoni sentiti dagli investigatori, secondo regole e garanzie conformi ai principi cardine del nostro ordinamento più moderno (commissione composta da tre persone, assistenza di un difensore, partecipazione di un interprete e di un relatore), il disertore tedesco Willi HAASE, ex appartenente alla 5a Compagnia del II Battaglione, oltre ad indicare quest'ultimo come responsabile, in tutte le sue unità, del massacro di Sant'Anna, fece anche alcuni nomi di chi ne faceva parte in quell'operazione, tra cui l'imputato RICTHER.
In realtà, nell'interrogatorio del 16 settembre 1944, il Maggiore WEXLER domandò al testimone se anche "il sottufficiale RUHTER, volontario SS, e più tardi appartenente agli Sniper Scout (Esploratori Tiratori scelti), 5a Compagnia, II Battaglione, 35° Reggimento SS, partecipò al massacro". Come si può vedere, il riferimento a RUTHER (anziché RICTHER) sembrerebbe escludere qualunque coinvolgimento dell'odierno imputato, con il conseguente venir meno di uno degli indizi a suo carico.
Tuttavia, per meglio comprendere quel riferimento nominativo, è necessaria una lettura comparata di quell'interrogatorio con il contenuto della scheda notizie di HAASE e con la relazione della Commissione del 16.10.1944 (rispettivamente come allegati 82 e 51 in fascicolo dibattimento n. 5 e in fascicolo dibattimento n. 7, proveniente dalla cartella 2 del faldone A del P.M.). Si comprende, così, che prima dell'interrogatorio del 16.09.1944, il testimone era stato gia schedato e sentito una prima volta dalla Sezione G- 2 della V Armata U.S.A., che aveva sintetizzato il contenuto delle sue prime dichiarazioni nella stessa scheda (che nella relazione della Commissione viene indicata come prova "i") poi utilizzata anche dalla Commissione durante l'esame. In particolare, dopo un breve riassunto dei fatti, sono indicati i nomi di quattro militari, tutti della 5a Compagnia di cui faceva parte lo stesso HAASE, che secondo il suo racconto avevano partecipato al massacro. Tra questi, oltre a JANSEN, LEIBSLE e WERTMANN, viene nominato I'Uff.RICTHER, indicato come volontario delle SS, capo squadra cecchini della 5a Compagnia/ II Battaglione, 35° Reggimento, e viene specificato che aveva partecipato
anche lui.
A parte l'errore concernente il grado, come si è visto prontamente corretto in sede di interrogatorio, è evidente che le domande dei commissari tendevano semplicemente ad avere conferma dei nomi già forniti nell'interrogatorio precedente e che, pertanto, quel riferimento a RUTHER, oltre a confermare quelle difficoltà di comprensione e traduzione che derivavano dalla differente pronuncia di alcuni nomi, deve essere inteso come fatto all'imputato RICTHER.

Una volta identificata la persona di cui si parlava, le indagini più recenti hanno permesso di acquisire, presso gli archivi tedeschi della Deutsche Dienstelle di Friburgo e del Bundesarchiv di Berlino, quella documentazione che ne ha consentito l'esatta identificazione e la ricostruzione della carriera (fascicolo del dibattimento proc. n. 42/04 R. Dib. poi riunito al presente, e fascicolo dibattimento n.1).
Prima di entrare nel 1939 per un ferma volontaria di 12 anni nelle SS, Horst RICTHER era stato nella Gioventù Hitleriana dal 1936, dove si era già distinto divenendo giovane capo plotone (scheda prigioniero di guerra), e si era già iscritto al Partito nazionalsocialista. Per quella stessa spiccata connotazione ideologica che lo aveva già portato ad impegnarsi e ad emergere in quelle strutture, fu subito destinato allo stesso Battaglione di addestramento Totenkpf di Varsavia cui apparteneva SCHONEBERG, segno evidente di una personalità fortemente pervasa dai tragici "valori" del nazismo propri di quell'unità (oltre alla dura selezione per accedere nelle SS era riuscito ad essere ulteriormente scelto anche per il reparto che rappresentava il massimo dell'ideologia e della fedeltà al nazismo). In quell'unità cominciò a maturare ulteriori consensi tra le gerarchie conseguendo le prime promozioni, infatti, partito col grado di soldato semplice, il 1° gennaio del 1943 era già sergente. Fu ferito diverse volte, una prima il 30.04.1942 (scheggia di granata al capo, alle braccia e alla gamba sinistra), una seconda il 5.3.1943 (schegge al braccio e all'avambraccio e frattura). Dimesso dall'ospedale venne assegnato come comandante di plotone alla 5a Compagnia /II Battaglione del 35° Reggimento/16a Divisione SS. Come si evince dai rapportini delle perdite risulta nuovamente ferito il 26.06.1944, ma medicato direttamente al reparto, e ancora il 26.09.1944, il 30.10.1944, poco prima della promozione a maresciallo, avvenuta il 1.11.1944. Fu catturato dagli americani il 12.05.1945.
Un'ulteriore conferma della corretta identificazione dell'imputato si è avuta con la comunicazione fatta pervenire dal figlio, il quale afferma che il padre non era in grado di ricordare molto ai fini di un interrogatorio, ma confermava di essere stato in Italia con il II Battaglione SS (fascicolo del dibattimento n. 3, sottocartella "b", cartella 1 del faldone F).
Sentita nell'interrogatorio reso il 6.10.04, la giornalista KOHL ha dichiarato che, tra i vari militari tedeschi sentiti in relazione alla strage di Sant'Anna, il RICTHER aveva confermato di essere stato a Sant'Anna di Stazzema dalla giornalista che gli chiedeva notizie sulla strage sui monti a Sant'Anna di Stazzema, lui ha ammesso di essere stato "lassù").

10.7 SCHENDEL Heinrich
Attraverso la documentazione acquisita presso la Deutsche Dienstelle e il Bundesarchiv (fascicolo del dibattimento n. 1, proveniente da volume 2, cartella 2 del faldone B del P.M.; fascicolo del dibattimento n. 3, proveniente da sottocartella "e" del faldone F del P.M.; fascicolo del dibattimento n. 4, proveniente dal faldone G del P.M), da ultimo integrata con le produzioni avvenute all'udienza del 07.06.2005, è possibile sapere che Heinrich SCHENDEL è entrato come volontario nelle SS nel 1940 e, dopo il periodo di addestramento, è stato destinato alla Divisione "Das Reich" nelle cui file ha partecipato alle campagne dell'ovest, quella dei Balcani e, dal febbraio al giugno 1942, a quella di Russia. Dopo alcune ferite e conseguenti ricoveri ospedalieri passò al Battaglione di addestramento di Stralsund, dove rimase per un lungo periodo nel quale maturò la promozione a sergente SS. Nell'estate del 1944 fu trasferito alla 6a Compagnia del II
Battaglione/35° Reggimento della 16° Divisione SS, che dovette raggiungere in Italia dove l'unità si trovava già impegnata. Ferito il 18 agosto 1944, fu costretto a lasciare l'ltalia per essere ricoverato presso vari ospedali militari.
Sentito con rogatoria internazionale il 1° ottobre 2002 nella veste di indagato (fascicolo del dibattimento n. 3, proveniente da sottocartella "e" del faldone F del P.M.), l'imputato ha smentito qualunque coinvolgimento nella strage del 12 agosto, asserendo che a quella data si trovava ancora presso la scuola di Stralsund dove svolgeva l'incarico di istruttore, in quanto all'ordine di raggiungere il suo nuovo reparto diede esecuzione con la sua truppa soltanto il 17.08.1944. Il giorno successivo, quindi appena arrivato, rimase gravemente ferito da una bomba a mano e fu costretto ad una lunga trafila di ricoveri.
Tuttavia dalla documentazione compilata il 30.10.1978 dallo stesso imputato, per il rilascio della pensione, è indicato che il suo arrivo in Italia avvenne sin dal 1.08.1944 e non dal 17 come dichiarato. E' evidente che la dichiarazione resa nella veste di indagato sia al riguardo reticente, essendo naturale che la linea difensiva più sicura fosse rappresentata dal tentativo di spostare l'arrivo nel territorio italiano ad un momento posteriore alla strage. Al contrario è molto piu attendibile quanto dichiarato in altra sede ed in un periodo in cui non era ancora maturato alcun interesse ad indicare un diverso giorno di arrivo nel nostro Paese. Tanto più, come è dato cogliere dall'osservazione del documento in questione, le date risultano indicate con una precisione assoluta, anche con riferimento alle precedenti tappe della sua carriera. Nè sarebbe ragionevole ritenere che l'indicazione del 1 agosto sarebbe stata fatta per semplificare i calcoli, facendo corrispondere il movimento in Italia con l'inizio contabile del mese, dal momento che precedenti trasferimenti risultano indicati anche in altri giorni del mese. Stupisce, anzi, che le precedenti cinque date dallo stesso segnate in quella richiesta non riportino affatto il giorno del mese in cui quei movimenti erano stati fatti, limitandosi ad indicare soltanto mese ed anno. Evidentemente, al contrario di queste ultime, la data del passaggio in Italia era ben conosciuta e ricordata dallo SCHENDEL in quel momento "non sospetto", ciò che dimostra come le ultime dichiarazioni siano chiaramente reticenti e volte a nascondere la partecipazione ad un crimine che, in quanto membro della 6° Compagnia, ben conosceva e a cui aveva dato il suo personale contributo in virtù della posizione rivestita nella scala gerarchica e delle motivazioni già illustrate riguardo al ruolo dei sottufficiali.
D'altra parte il suo arrivo in Italia soltanto il 17 agosto sarebbe davvero inverosimile, considerando che è rimasto ferito il giorno dopo, quasi non avesse avuto il tempo neppure di sistemarsi prima di muovere verso la prima "missione".
A provare la sua presenza in Italia al momento della strage concorre, inoltre, se mai fosse ancora necessario, quanto dichiarato dal commilitone MEHLS nell'interrogatorio fatto con rogatoria internazionale il 3.06.2004. Infatti anche lui si trovava a Stralsung quando, dopo l'attentato al Furher del 20 luglio 1944, venne trasferito in Italia con altri 11 commilitoni. Secondo il suo primo ricordo sarebbero arrivati ai primi di agosto, ma alla richiesta di maggior precisione sulla data, il teste non ha saputo indicare un giorno in particolare, aggiungendo di essere sicuro soltanto del fatto che erano trascorsi due, massimo tre giorni dall'attentato ad Hitler, sicchè si deduce che partirono il 22 o il 23 luglio. II teste ha riferito, in particolare, che il viaggio avvenne a bordo di un treno merci che fece una breve sosta a Berlino. Considerando che viaggiarono tutta la notte, e che arrivarono il giorno dopo in Italia, se ne ricava che vi giunsero entro la fine del mese di luglio e, comunque, non oltre i primi di agosto, in perfetta sintonia con le dichiarazioni rilasciate dall'imputato sul modulo per la richiesta della pensione in cui si indica nel 1° agosto 1944 l'inizio del servizio in Italia.
Tale coincidenza assume particolare rilievo in ordine alla presenza dell'imputato in Italia dagli inizi di agosto. Infatti, il testimone, ha parlato di un ferimento avvenuto poco dopo il suo arrivo in Italia, aggiungendo che fu dovuto allo scoppio di una bomba a mano e specificando che quei cinque o sei militari che erano stati feriti insieme a lui erano gli stessi con i quali aveva fatto il viaggio da Stralsund poco tempo prima. Orbene, nel rapporto perdite del 18.08.1944 (prodotto dal P.M. all'udienza del 7 giugno 2005), è documentato detto ferimento del MELHS, in una località a 1,5 km a nord ovest di Pineta, insieme ad altri militari della 6a Compagnia, tra i quali l'imputato Heinrich SCHENDEL.
Da ciò si ricava con evidenza palmare la correttezza dell'indicazione fatta nella richiesta di pensione e, quindi, la presenza del medesimo al reparto il 12 agosto, giorno della strage.
Tale conclusione non è, d'altra parte, smentita dall'affermazione del MEHLS, secondo la quale sarebbero arrivati poco prima del ferimento. Infatti, posto dinanzi alla contraddizione tra la data del suo arrivo (primi di agosto) e quella, documentata, del ferimento (che, a suo dire, sarebbe avvenuto poco dopo, forse il giorno dopo) neanche il teste ha saputo dare una giustificazione plausibile. Appare quindi evidente che questa contraddizione è soltanto apparente e, forse, nasconde il solo proposito di evitare qualunque coinvolgimento nell'imputazione mossa all'ex commilitone, ed alla quale non è stato associato solo per il più basso grado all'epoca rivestito (tale da non consentire di attribuirgli quella responsabilità che, in mancanza di riscontri specifici, deriva unicamente dalla posizione rivestita all'interno della scala gerarchica). II che spiegherebbe anche il motivo per cui il medesimo ha affermato di averne soltanto sentito parlare dai commilitoni come di un qualcosa "già successo".

10.8 SCHONEBERG Alfred
Le prime notizie sul suo conto risalgono al Sergente del S.I.B. (Special Investigation Branch: Settore di Investigazione Speciale) BAXENDALE, estensore della già citata relazione del 25 settembre 1945, conclusiva sui crimini di Bardine San Terenzo. In essa viene individuato tra i responsabili dei crimini di guerra commessi nell'area di Sant'Anna tra il 17 ed il 27 agosto 44 l'Oberstumfuhrer WOLFF delle SS. Quest'ultimo, acquartierato ad agosto a Val di Castello e Pietrasanta, prese parte, per sua stessa ammissione, al massacro di Sant'Anna e le truppe al suo comando, di ritorno da quell'operazione, con alcune retate rastrellarono circa 600 ostaggi della stessa Val di Castello. Nel suo rapporto, iI sunnominato investigatore non fornisce ulteriori elementi di identificazione del manzionato ufficiale tedesco, ma ritiene il Tribunale che potrebbe trattarsi dell'Oberstumfuhrer K. WOLF (la mancanza di una "F" nel cognome non può considerarsi dirimente, essendo frequenti errori nella trascrizione dei cognomi tedeschi da parte degli investigatori) menzionato quale Comandante della 5a Compagnia nel Dienstellung del II Battaglione relativo al periodo settembre-dicembre 1944 esistente in atti e riprodotto in copia dal difensore del SOMMER all'udienza del 22 giugno 2005.
Non è dato conoscere la fonte informativa degli investigatori inglesi, ma varie risultanze possono condurre a conclusioni pressocchè certe. In primis vi è il fatto che nel rapporto, pur non risultando allegata la dichiarazione del WOLFF, si dice con chiarezza che egli ha ammesso il proprio coinvolgimento diretto nella strage. Sempre secondo il Sergente del S.I.B., alla stessa strage partecipò anche l'Unterscharfurer Alfred SCHONEBERG, che nello stesso giorno fece marciare gli ostaggi verso Nozzano.
Queste informazioni sono contenute anche nelle dichiarazioni rese da Bruno TERIGI alla Commissione U.S.A. il 26.09.1945 (tutti i suoi verbali s.i.t. sono stati acquisiti con il consenso delle parti all'udienza del 15.12.2004). Secondo quanto si apprende dal verbale s.i.t. del 24.03.2003, quelle dichiarazioni furono rilasciate quando si recò presso il Comando Alleato per ottenere un permesso per recarsi a San Quirico d'Orcia (SI), in quanto in quel periodo la zona era integralmente controllata con posti di blocco. Egli, dunque, si era presentato ad altro fine, estraneo alle investigazioni degli americani, ma questi ultimi, appreso che egli era stato interprete dei tedeschi per un certo periodo, si premurarono di avere da lui preziose informazioni per le indagini che stavano conducendo. Fu allora che, dopo aver parlato del Ten. WOLFF, riferì anche di un Sergente Alfredo SCHONEBERG. Entrambi erano stati da lui incontrati il 12 agosto 1944, allorchè fu catturato a Val di Castello e condotto alla prigione che le SS avevano costituito alla scuola di Nozzano. Nel tratto di strada percorsa insieme, approfittando della conoscenza della loro lingua, ebbe occasione di parlare con loro e di apprendere qualche notizia. Così seppe che il Tenente apparteneva alla 16a Divisione SS, che comandava le truppe che circondavano Pietrasanta e, cosa ancor più importante, che aveva appena "fatto ritorno dalle montagne dietro Pietrasanta" (Sant'Anna si trova proprio in quelle montagne). Di entrambi diede anche la descrizione fisica, aggiungendo che SCHONEBERG era stato "ferito in malo modo alla gamba destra e al petto". Lo rivide, sempre con il WOLFF, al momento della loro partenza dalla scuola di Nozzano.
Nelle s.i.t. rese il 14.03.2003, il TERIGI sembra smentire quanto precedentemente dichiarato sull'imputato. Infatti in tale occasione non ricordò più il suo nome, anche se riconosceva la propria firma apposta sul verbale in cui ne aveva parlato. Tali perplessità però, appaiono superate nelle sue ulteriori dichiarazioni, che inducono a ritenere che le smentite fatte il 14.03.2003 possano essere stata il frutto di un'amnesia soltanto momentanea, riconducibile all'età o alle condizioni psico-fisiche di quella giornata.
Infatti, nelle s.i.t. del 24.03.2003 egli ne ricordò chiaramente il nome, così come l'appartenenza alla 16a Divisione SS, sua e del Ten. WOLFF, così come nelle successive s.i.t. del 20.06.2003, ove aggiungeva che tutti i tedeschi presenti alla scuola di Nozzano, tra cui anche lo SCHONEBERG, erano malridotti e sporchi di sangue perchè avevano partecipato alla strage di Sant'Anna.
Peraltro, di notevole rilievo è il fatto che l'ufficiale in questione venne da lui riconosciuto nelle fotografie riproducenti il militate Kurt Friedrich WOLF, nato il 17.01.1917, rinvenute presso il Bundesarchiv di Berlino, mostrategli in occasione delle s.i.t. del 5 e del 19 dicembre 2003.
Come già notato, non risulta esplicitamente indicata la fonte dalla quale gli investigatori inglesi trassero le informazioni relative al WOLFF ed allo SCHONEBERG, ma in calce al rapporto BAXENDALE è riportato un elenco di dichiarazioni ("statements of ...") che erano state utilizzate per la sua redazione, con accanto il nominativo delle persone che le avevano rilasciate, tra le quali figura Bruno TERIGI (pag. 61-62). Tali dichiarazioni non sono disponibili, ma la circostanza è di grande rilievo, giacchè può essere la riprova che, in una sede diversa, ed antecedente a quella delle dichiarazioni agli americani, il TERIGI potrebbe aver riferito nello stesso senso.
Ma vi è di più, cioè quanto risulta dal carteggio intercorso tra l'Ufficio della Pubblica Accusa presso la Corte d'Assise straordinaria di Lucca, che allora indagava per risalire agli italiani che avevano collaborato con il nemico, e la Commissione Crimini di guerra presso il Quartier generale delle Forze Alleate, documenti acquisiti presso lo studioso Paolo PAOLETTI (autore del libro "S.Anna di Stazzema 1944: La Strage Impunita") e ora facenti parte del compendio documentale (fascicolo del dibattimento n.6, proveniente dalla cartella 1, faldone E del P.M.). Infatti, nella lettera del 26.12.1946, I'A.G. Italiana (Dott. LOMBARDO) chiedeva notizie dei militari tedeschi che le prime indagini della Polizia italiana avevano già individuato come autori dell'efferato crimine: tra loro risultava già un "Sergente Alfredo Schomeberg" (senz'altro da intendersi come SCHONEBERG). II che evidenzia che il nominativo dell'imputato era emerso anche in un terzo filone di indagini, questa volta condotto dalla Polizia italiana, del tutto autonomo dagli altri due, come si coglie senza tema di smentita dal fatto che l'Autorità giudiziaria italiana chiedeva informazioni agli inquirenti americani, con ciò mostrando che le sue fonti di notizie non erano questi ultimi e, quindi, si deve escludere una circolarità cartolare delle dichiarazioni del TERIGI.
Colpisce, tra l'altro, che nella risposta del 20.01.1947 il Colonnello JAGD Tom H. Barrat (Judge Advocate nel Teatro delle operazioni), tra gli 11 nominativi di militari tedeschi oggetto della richiesta del Dott. LOMBARDO, abbia indicato il solo "Alfred SHONEBERG" (si può vedere con quale facilità i nomi fossero sbagliati nel passaggio da una lingua all'altra, ma senza che questo comportasse grosse incertezze sulla precisa identificazione delle persone di cui si parlava) come militare "già catalogato come criminale di guerra", individuato come Sergente Maggiore della 16a Divisione SS, 36 P.G.R. (qui può notarsi, ma solo perchè lo hanno dimostrato le ultime indagini attraverso la documentazione matricolare e quella dei reparti tedeschi, un errore nel riferirlo al 36° piuttosto che 35° Reggimento).
Nè potrebbe ritenersi, come pure evidenziato dalla difesa, che la descrizione fisica dello SCHONEBERG ("ferito in malo modo alla gamba destra e al petto") riportata nella dichiarazione del TERIGI agli americani nel 1945, non corrisponda a quella dell'attuale imputato, in quanto nel certificato medico del 12.10.2004 concernente il medesimo (prodotto all'udienza del 16.12.2004), non si menzionano ferite alla gamba destra e al petto.
La certificazione, infatti, appare priva di portata liberatoria, in quanto nella stessa si assevera con eccessiva sveltezza il fatto che il prevenuto “... non risulta aver subito in nessuna occasione una ferita al petto; non si riscontrano attualmente cicatrici o altre tracce riferibili a delle ferite su tutta la parte superiore del corpo”. Invero, a parte il fatto che l'estensore del certificato limita alla sola parte superiore del corpo la sua attestazione (si noti che il TERIGI ebbe a riferire anche di ferite alle gambe), la lettura della documentazione matricolare dell'imputato si rivela importante sul punto. Ciò in quanto in essa si fa menzione di vari ferimenti patiti dal sunnominato nel corso della sua esperienza bellica ("ferita al braccio sinistro e coscia" nel settembre 1941; "scheggia di granata coscia destra e gamba sinistra e braccio superiore" nell'ottobre 1941, oltre aI grave ferita alla spalla destra dell'ottobre 1944), sicchè resta difficile pensare che non ne siano residuate cicatrici visibili.

Infine, non appare al Tribunale priva di rilievo un'ulteriore considerazione. II riferimento del TERIGI alle brutte ferite alla gamba destra ed al petto appare determinato dall'intento di fornire un "segno particolare" - come si ricava dal tenore dell'espressione usata (“Marks: badly wounded in right leg and chest” - “Segni Particolari: ferito in malo modo alla gamba destra ed al petto”) - che potesse agevolarne l'identificazione. II che induce a pensare che egli, nell'occasione, non abbia inteso segnalare che lo SCHONEBERG presentava ferite in atto. Infatti, avendo egli rilasciato la dichiarazione ad oltre un anno dai fatti, l'evidenziazione di una ferita in atto (e non delle tracce cicatriziali di pregresse ferite, incidentalmente notate in un momento in cui l'interessato non fosse completamente vestito, dato il caldo estivo) sarebbe stata del tutto inutile ai fini del suo rintraccio e della sua identificazione.
Nè infirma tale ricostruzione il riferimento, fatto dal TERIGI nelle s.i.t. del 14.03.2003 e del 5.12.2003, all'ora in cui fu rastrellato dalle SS mentre si trovava dal barbiere (una volta parla delle 10, un'altra delle 10-11), o all'ora in cui si incamminarono verso il carcere (cioè intorno alle 12.00/13.00). E' pur vero, infatti, che alcuni testimoni hanno parlato di SS che scesero da Sant'Anna soltanto verso le 13, (il che indurrebbe a desumere che l'imputato non fosse presente), ma si è anche visto quanto siano fragili tutti i riferimenti orari dei testimoni, compresi quelli sentiti a breve distanza dai fatti, i quali spesso, pur con riferimento agli stessi episodi, non sono stati capaci di fornire gli stessi orari. Ma il rilievo non coglie nel segno anche perchè l'unica risultanza certa è che le SS confluirono verso Val di Castello, ma nessuno ha detto che ci arrivarono contemporaneamente alla stessa ora. E' anzi assai più verosimile che, proprio per il dislocamento delle truppe in località tanto lontane tra loro, queste abbiano avuto ciascuna un proprio percorso e, quindi, ciascuna i propri tempi.
Pertanto può ritenersi provato che gia nel 1945 il nome dell'imputato fosse ricollegato alla strage.
Oltre che nelle prime dichiarazioni del TERIGI, integrate, come si è visto, dalle dichiarazioni più recenti, un altro riferimento specifico all'imputato lo si ritrova nell'ambito delle indagini condotte a carico di Walter REDER. Infatti nel Rapporto del 5 marzo 1950, il Commissario di P.S. di Viareggio Dott. CECIONI menzionava le dichiarazioni in cui Mario ROSI indicò nel Sergente Alfredo Schameberg (è evidente l'errore di pronuncia di quello che, senza dubbio, è l'imputato SCHONEBERG) un altro dei partecipanti all'eccidio.
In virtù di quei primi riferimenti, nel corso delle indagini sono state fatte varie ricerche presso gli archivi tedeschi, giungendo ad accertare che un Alfred SCHONEBERG esiste davvero, ed il 12 agosto 1944 era proprio sergente delle SS in quella zona dell'ltalia, ciò che eliminerebbe di per sè ogni eventuate incertezza in ordine a quel nominativo di volta in volta alterato per errori di pronuncia o di traduzione.
Dalla documentazione acquisita presso il Bundesarchiv-Militararchiv di Friburgo (Germania), la Deutsche Dienstelle di Berlino (nel fascicolo dibattimento n.1, provenienti dalla cartella 1, 2 e 7 del faldone B del P.M ), dall'Ufficio criminale regionale Baden-Wurttenberg di Stoccarda (fascicolo dibattimento n.3, proveniente dal faldone F, all. 13, sottocartella E del P M.) e da quella prodotta dal Dott. GENTILE all'udienza del 07.10.2004, è stato possibile accertare, come illustrato dallo stesso consulente nel corso del suo esame, che Alfred SCHONEBERG iniziò il suo servizio presso le SS il 21 ottobre del 1939 nella 4a Compagnia del Reggimento Totenkopf n. 1 e partecipò alle operazioni della Divisione Totenkopf in Francia. Nell'aprile del 1941 fu promosso caporale e, a partire dal 22 giugno dello stesso anno, prese parte alle operazioni della medesima divisione sul fronte orientale dove partecipò ai combattimenti nell'area dei monti Valdai e del Lago Ilmen. Fu ferito nel settembre del 1941 e trasferito in vari ospedali fino a quando, nel novembre del 1941, fu nuovamente promosso e divenne caporalmaggiore. Nel marzo del 1942 fu trasferito al reparto di addestramento Totenkopf di Varsavia, dove arrivò il 5 marzo del 1942 prima di trascorrere un breve periodo di convalescenza nella sua città natale di Dùsseldorf, da cui rientrò giusto in tempo per soffocare, con altri 440 uomini, la rivolta scoppiata nel Ghetto di Varsavia.
Solo per far capire di che cosa erano stati capaci i tedeschi di quella unità, si ricorda che i violenti scontri che ne seguirono costarono la vita ad oltre 56000 ebrei, molti dei quali bruciati all'interno degli edifici che erano stati dati alle fiamme. A partire dal 22 di maggio del 1942, e fino al 10 settembre 1943, secondo i documenti consultati dal consulente presso gli archivi, fu ininterrottamente membro del reparto Totenkopf, conseguendo la promozione a sergente. Nel settembre 1943 fu trasferito al Battaglione di scorta Reichfhurer SS a Lubiana e poi successivamente inserito nella 16a Divisione SS, in particolare nel 35° Reggimento, in quello che era il battaglione di scorta del Reichfhurer SS (cioè di HIMMLER) e che nel maggio del 1944 divenne il II Battaglione del 35° Reggimento, nella cui 7a Compagnia prestò servizio.
Il 17 agosto 1944, quindi subito dopo la strage di Sant'Anna, conseguì la Croce di ferro di I classe. Come si evince anche dai rapporti delle perdite, fu successivamente ferito il 30 ottobre 1944 a ovest di Modena (nel rapporto perdite mese di ottobre - Fald. B cartella 7, vol. 2 tradotto nel FALD. B cartella 7, vol. 2 - risultano le date suoi ricoveri).

10.9 SOMMER Gerhard
Il nominativo di Gerhard SOMMER compare per la prima volta nella indagine condotta dalla Commissione U.S.A. all'indomani della strage. In particolare si arriva alla sua individuazione attraverso i numerosi prigionieri di guerra tedeschi, molti dei quali del II Battaglione/35° Reggimento SS. Purtroppo non tutte le loro dichiarazioni sono pervenute fino a noi, tuttavia sono in atti le relazioni o rapporti riassuntivi stilati dagli ufficiali incaricati in seno alla V Armata, nelle quali è ricostruito, almeno parzialmente, l'organigramma dei reparti tedeschi impegnati nella Versilia in quel periodo. Questo fu possibile, in particolare, grazie al contributo di quegli ufficiali statunitensi che, conoscendo la lingua tedesca, furono nominati interpreti negli interrogatori davanti alla Commissione, e che ebbero occasione di parlare con loro più volte.
E' questo il caso del Lieutenant William DE WALL, appartenente alla V Armata americana, che fu chiamato a rendere formale testimonianza il 16.09.1944 davanti alla stessa Commissione d'indagine per la quale svolgeva funzione di interprete. Dopo aver prestato formale giuramento, alla domanda del Maggiore WEXLER dichiarava che grazie alle informazioni dei prigionieri di guerra era riuscito a redigere un elenco relativo al 35° reggimento SS e così aveva saputo che il Lieutenant col. GESELER ne era il comandante anche prima del 19 agosto 1944 (data, all'epoca erroneamente indicata come quella dell'eccidio di Sant'Anna). Poichè la Commissione aveva individuato nel II Battaglione l'unità responsabile per Sant'Anna, alla richiesta di nominativi ad esso relativi, il DE WALL dichiarava che ne era comandante il maggiore CANTUFF o il capitano MUELLER, che il comandante della 5a Compagnia era iI Secondo Lieutenant SASSE, che quelli della 6a Compagnia erano i Secondo Lieutenant GRANSNACH e KLINERT, che quello della 7a era il Secondo Lieutenant SOMMER, mentre non gli era stato mai riferito il nome del comandante dell'8a. Tutti loro avevano quell'incarico anche il 19 agosto 1944, la presunta data della strage.
Tuttavia, a seguito di rogatoria internazionale, sono stati acquisiti dalla Procura di Monaco di Baviera molti altri documenti provenienti dagli archivi americani (War Office di Washington), tra cui una serie di rapporti stilati all'esito dell'interrogatorio dei prigionieri di guerra di volta in volta catturati.
Così, partendo in ordine temporale, è del 9 luglio 1944 il rapporto del Magg. SHERGOLD (firmata nell'originale in inglese) sull'interrogatorio del prigioniero di guerra SCHAUFELBERGER (documento acquisito dal Dott. GENTILE con lettera 11 aprile 2003: in fasc. dib. 7, ex fald. H, cart. 1, pag.85/4) che, catturato il 26 giugno 1944 a Nord di Grosseto, indicava il Ten.Col. GESELER al com. del Reggimento, il Magg. CANTOW al Comandante del Battaglione, il Cap. MARWART al comando della 5a Compagnia, il Ten. GRAMSCH e il S. Ten. KLINNERT al comando della 6a Compagnia, il Cap. FILLEBOCK al Comando dell'8a Compagnia e SOMMER come Comandante della 7a Compagnia già a quella data. Infatti, come si evince anche dal libro degli ex appartenenti alla 16a divisione ("Im gleichen Schritt und Tritt" acquisito in atti), per quanto riguarda la 7a Compagnia del II Battaglione, dove sono indicati i comandanti, il sottotenente BURMEIER risulta Gefallen, cioè caduto, il 25/6, pertanto non deve stupire che il prigioniero, catturato appena il giorno dopo quel decesso, avesse indicato SOMMER come suo successore. In realtà l'informazione sembra confliggere con quanto risulta dalla documentazione tedesca in cui viene indicato come primo successore del BURMEIER il Cap. REICH, quest'ultimo effettivamente sostituito dal SOMMER solo pochi giorni dopo, in quanto deceduto anch'egli il 29 giugno 1944 (rapportino delle perdite del reparto del giugno 1944). Verrebbe naturale - come in effetti ha fatto il difensore del SOMMER - chiedersi come lo SCHAUFELBERGER possa averlo indicato quale nuovo comandante, quando in realtà lo divenne solo il 29 giugno, alla morte di Reich, ma anche tre giorni dopo la sua cattura. II rilievo non è decisivo, perchè comunque non mette in dubbio l'assunzione della titolarità del comando della compagnia, al più tardi, appena tre giorni dopo, quindi un mese e mezzo prima la strage.
In ogni caso, l'informazione del testimone potrebbe aver risentito del veloce avvicendarsi degli avvenimenti, soprattutto in un fronte tanto impegnato, dove anche la nomina di Reich potrebbe aver tardato soltanto di quel minimo che non gli ha consentito di prenderne conoscenza prima di cadere in mano americana, lasciandogli il ricordo di chi, secondo lui, avrebbe preso le redini della compagnia, o di colui che ne era stato chiamato al comando in sede vacante.
Del 24 luglio 1944 è il Rapporto 322 (all. n. 72, fasc. dib. n. 5 ex Fald. I, cart. 1 del P.M.) e la sua "appendice B" (contenuta anche in fasc. dib. 7, ex Fald. H, cart.1), dove il Tenente SOMMER viene indicato come Comandante della 7a Compagnia, il Capitano MUELLER come Comandante del Battaglione, il Ten. MARKWART Comandante della 5a Compagnia, il Ten. GRAMSCH della 6a Compagnia (in co.: il 2° Ten. KLEINERT), dell'8a Compagnia il Cap. FILLEBOCK. A quella data il Cap. GALLER era ancora indicato come Comandante della 6a Compagna del II Battaglione, ma del 36° Reggimento.
Viene inoltre scritto che all'inizio di luglio la Divisione era al meglio delle sue forze dopo aver ricevuto rimpiazzi, ma che già dalla metà dello stesso mese aveva subito perdite considerevoli.
Della stessa data è anche il Rapporto 137 del 24 luglio 1944 (nel fascicolo dibattimento n. 7, proveniente dalla cartella 1 del faldone F del P.M.) stilato dal 1° Ten. LANGE, dal Ten. B. NIELSEN e dal T/5 j. T/5 A.E. FOTH, i quali avevano interrogato vari prigionieri catturati il 22 luglio, di cui 6 della 5a Compagnia. A differenza di quanto indicato nell'appendice B del Rapporto 322, si afferma che la composizione del II Battaglione a quella data era di circa 200 unità, che al Comando della 5a Compagnia (composta da 20 uomini al 22 luglio 1944) c'era uno staff di sergenti (il Dott. GENTILE ha parlato, invece, di un maresciallo di cui non sarebbe stato indicato il nome), come si ricava indirettamente anche dalla firma di un sergente (Martin JANSEN) sul lasciapassare di Aleramo GARIBALDI. Si afferma, inoltre, che l'8a Compagnia era stata sciolta, e gli uomini divisi tra le altre Compagnie, e che 20 uomini che avevano completato l'addestramento base in Germania erano appena arrivati ad infoltire il Battaglione. Anche qui viene nominato il Tenente SOMMER (indicato come Summer) ma, piuttosto che come comandante di compagnia, viene addirittura indicato come Comandante del II Btg, circostanza che il Dott. GENTILE ha spiegato con riferimento ad una possibile vacanza di qualche giorno tra la cattura di CANTOW, precedente Comandante del Battaglione, e la nomina di GALLER, anche se di quest'ultima nomina non si conosce la data precisa.
Tuttavia stupisce che, pur essendo stato stilato lo stesso giorno del Rapporto 322 contenga informazioni tanto differenti quanto ai vertici delle compagnie e del Battaglione, che in quest'ultimo risulterebbero falcidiati. Se però si pensa che con il passare dei giorni di luglio erano aumentati gli scontri con i partigiani, e quindi anche le perdite di uomini, non appare irragionevole ritenere veritiere tutte quelle "novità", anche perchè queste ultime sono informazioni ottenute da prigionieri catturati il 22 luglio, quindi due giorni prima; quanto ai prigionieri del Rapporto 322, seppur catturati sicuramente dopo metà mese, non ne viene indicata la data precisa, ciò che spiega perchè potessero avere informazioni "vecchie".
L'Appendix "B" del Rapporto n. 118 del 3 ottobre 1944 (fascicolo dibattimento n. 7, pagina 64, cartella 1, faldone H) è, invece, una relazione del controspionaggio americano sulle informazioni ricevute dai prigionieri di guerra in un periodo di tempo molto lungo, quindi contiene anche informazioni antecedenti alla data in cui è stato redatto ma, comunque, relative ad un periodo compreso tra la fine di giugno ed il 25 settembre del 1944, data riportata come quella in cui è avvenuto l'ultimo scontro armato tra americani ed il 35° Reggimento. Anche qui SOMMER è indicato come Comandante 7a, anche se soltanto "in Co." (espressione usata nei rapporti americani che, secondo il Dott. GENTILE, vuol dire "presente in compagnia". Infatti il Capitano Reich, indicato al vertice della stessa, sappiamo già che era morto il 29 giugno precedente, pertanto l'imputato ne era il vero comandante.
Il Rapporto 785 dell'08 ottobre 1944, firmato dal Cap. Joseph M. KOLISCH, (pagina 2, faldone I, cartella 2 in inglese, cart. 1 in italiano) è relativo all'interrogatorio di sei prigionieri di guerra in cui vengono indicati il capitano GALLER (che è scritto "GALLA", a conferma delle imprecisioni che talvolta derivavano dalla difficoltà delle traduzioni, forse anche indotte dalla pronuncia in tedesco dei cognomi), quello del maresciallo maggiore KIEBER (o KLEBER), che viene indicato come facente funzione al comando della Sesta Compagnia, e quello del sottotenente SOMMER, comandante della Settima Compagnia, a fianco del cui nominativo è aggiunto, unico tra gli altri nomi, che ha partecipato al massacro di Sant'Anna ("nelle vicinanze di Pietrasanta intorno al 19 agosto 1944").
Anche nel Rapporto 871, benchè del 19 novembre 1944, SOMMER è indicato al comando della 7a Compagnia.
Poichè il nome dell'odierno imputato è stato citato un numero consistente di volte già nell'ambito di quelle prime inchieste, si comprende facilmente perchè il suo nome risulti tra quelli che il Prof. PEZZINO ha indicato come indagato, perchè iscritto sulla copertina di un fascicolo del 5 gennaio del 1945, insieme a quelli di "GESELER", del maggiore "KANTOW', del capitano "MULLER" e del secondo tenente "SASSA".
Tuttavia le informazioni raccolte dai prigionieri di guerra risultano sostanzialmente confermate anche dalla documentazione acquisita presso la Deutsche Dienstelle e il Bundesarchiv di Berlino.
E' sulla base di quei documenti (tutti contenuti nel fascicolo del dibattimento n.1) che è stato possibile ricostruirne la posizione matricolare, la camera e le decorazioni. Proprio sulla base di quel materiale il Dott. GENTILE ne ha tracciato un profilo nel corso dell'esame reso all'udienza del 12 ottobre 2004.

Entrato nella gioventù hitleriana il 1 luglio del 1933, il SOMMER ne uscì il 20 ottobre 1939, evidentemente per fare il suo ingresso nel corpo delle SS, dove risulta in forza dal 23 ottobre 1939, passo preceduto di poco dall'iscrizione nel partito nazional-socialista (1 settembre del 1939). Fece il suo ingresso nelle SS dai gradi più bassi, infatti divenne caporale nel 1941 e sottufficiale nel 1943. In quei primi anni, però, maturò moltissime esperienze, infatti fu impiegato in operazioni in Belgio, Olanda, Francia, Serbia e Grecia, per poi partecipare all'attacco all'Unione Sovietica che gli valse la prima decorazione (Croce di ferro di 2a classe) e la promozione a caporal maggiore SS. Promosso sergente il 1 giugno 1943, dal 21 giugno al 15 ottobre 1943 frequentò un corso di allievi ufficiali di complemento a Proschnitz, nei pressi di Praga, e dal 30 gennaio 1944, quando conseguì la nomina a sottotenente, fu allievo della scuola SS per granatieri corazzati.
Successivamente fu trasferito al II Battaglione del 35° Reggimento, probabilmente all'inizio come comandante di plotone e poi durante i combattimenti, come si è visto dai rapporti sopraricordati, assunse il comando della compagnia. II 19 settembre 1944 conseguì un ulteriore decorazione (la Croce di ferro di 1a classe) per l'impegno dimostrato nel servizio svolto in Italia.
Dagli stessi archivi sono stati acquisiti anche i rapporti perdite del II Battaglione da cui risultano i decessi prima di BURMEIER il 25 giugno 1944, quindi del suo sostituto Cap. REICH il 29 giugno, data da cui è possibile attribuire il comando della 7a Compagnia a Gerhard SOMMER.
Di lui si hanno notizie anche attraverso le testimonianze di alcuni ex militari interrogati nel corso delle ultime indagini. In particolare, nell'interrogatorio fatto con rogatoria il 21 luglio 2003, legittimamente acquisito al fascicolo del dibattimento ex art.431, lett. F, c.p.p. all'esito dell'udienza preliminare del 13.01.2004, e quindi pienamente utilizzabile per la decisione, peraltro confermato anche nell'interrogatorio del 15.12.2003, anch'esso fatto con rogatoria internazionale e legittimamente acquisito al fascicolo del dibattimento all'esito della diversa udienza preliminare del 10.05.2004 (nell'ambito del procedimento riunito al presente all'udienza del 29.06.2004), e quindi anch'esso pienamente utilizzabile per la decisione - il CONCINA lo indica come suo comandante di compagnia. In realtà, dopo averne ricordato nome e incarico, affermò che il superiore non era presente a Sant'Anna perche gli risultava già morto, tant'è che indicò in BURMEIER il suo successore. Tuttavia, già nel secondo interrogatorio, corresse il tiro ed affermò che il SOMMER era comandante della 7a anche nel mese di agosto (rimane la "sbavatura" del BURMEIER indicato ancora come suo successore). Considerato che fu proprio quest'ultimo a "cadere" e ad essere sostituito dal SOMMER, è assolutamente comprensibile che a 60 anni dai fatti ci sia stata questa confusione ed inversione degli avvicendamenti, che peraltro non sposta in nulla la bontà e l'utilità delle deposizioni.
II teste BARTLEWSKY (nell'interogatorio reso con rogatoria internazionale il 24.11.2003) ha dichiarato che il suo comandante di compagnia era SOMMER, soggiungendo di ricordalo bene, perchè fu lui a congedarlo il 1 ottobre 1944, peraltro giorno del suo compleanno, quando andò a trovarlo in ospedale, dove era degente per una ferita, e tra, l'altro, bevettero una grappa. E' pur vero che egli si è detto non sicuro del fatto che l'imputato fosse stato suo comandante sin dal suo arrivo in Italia, risalente a fine luglio 1944. Ma si deve ritenere che, ove la Compagnia fosse stata retta da altro ufficiale, non si giustificherebbe un così marcato ricordo del SOMMER, da lui indicato come superiore "… corretto, che serviva da esempio".

Sentito tramite rogatoria internazionale il 10 luglio 2002, l'imputato ha confermato di essere giunto in Italia nel 1944, precisamente nella baia di Piombino, con l'incarico di caposquadra. Pur ricordando gli spostamenti principali che seguirono a quella prima destinazione, però, ha dichiarato di non ricordare nè la localita di Sant'Anna, sentita per la prima volta in occasione di una trasmissione televisiva ("Kontraste") del 2002, né dove si trovasse il 12 agosto 1944. Era sicuramente Untersturmfurer (Sottotenente) e il suo compito era quello di caposquadra, anche se talvolta, quando se ne presentava la necessità, gli capitò di ricoprire l'incarico di comandante di compagnia e, se non era ancora arrivato il nuovo comandante, pure per lunghi periodi. Quanto al resto non ha neanche ricordato a quale compagnia appartenesse, nè il nome dei vari comandanti della Divisione che gli sono stati sottoposti.
Nonostante dal suo interrogatorio non siano emersi elementi che confermino le accuse nei suoi confronti, si deve comunque osservare che, soprattutto in alcune domande, è sembrato piuttosto reticente. Ovviamente non stupisce che abbia negato gli addebiti, quanto semmai che non ricordasse interventi in zona contro i partigiani, salvo dire subito dopo, ma in maniera assolutamente generica e piuttosto evasiva, che “...si sapeva che venivano effettuate azioni contro i partigiani”, cui lui, però, non aveva mai partecipato. E' infatti inverosimile, alla luce della documentazione e delle testimonianze anche dei consulenti del P.M, che con tutti gli scontri con i partigiani nella zona in cui è stata la sua Divisione, e con tutte le perdite riportate tra gli ufficiali della sua stessa unità, lui non ne abbia ricordate neanche uno, e non vi avesse mai partecipato. Non è credibile neanche per un momento, che un ufficiale, che per di più era stato "un esempio per tutti" come ricordato da BARTLEWSKY, non avesse mai preso parte, in qualunque veste, a quello che era il principale compito della Divisione nella zona.
Cosi come non è credibile quando sminuisce l'incarico di comandante di compagnia che, a suo dire, al massimo potrebbe aver ricoperto per qualche periodo. Infatti il periodo in cui risulta che egli fu senz'altro Comandante è piuttosto lungo (sin dalla fine del giugno 1944), e come tale era addirittura conosciuto dai suoi uomini (vedi BARTLEWSKY e CONCINA) e come tale firmò documenti ufficiali, quali il Rapporto perdite del 4 ottobre 1944 (riferito al decesso di Gerhard PLATE).
Nè può essere considerato convincente quando, dopo essergli stato contestato che nell'intervista rilasciata durante la trasmissione televisiva ricordata sopra, pur dopo lo stupore iniziale ("ma chi vi ha dato queste informazioni?"), aveva ammesso di essere stato comandante di compagnia nel II Battaglione, ha risposto che lo aveva confermato solo per chiudere il discorso e far allontanare l'intervistatore (definita "quella gente").
Infatti ammettere quell'incarico, oltre che poter accrescere il discredito nei confronti della sua persona da parte dell'opinione pubblica, lo avrebbe anzi esposto ad una serie di altre domande che, a cascara, sarebbero potute discendere dalla prima. Si comprende, invece, perchè sia stato reticente, negando le stesse cose nell'ambito di un procedimento penale.
La conclusione che Gerhard SOMMER fosse comandante della 7a Compagnia, II Battaglione, 35° Reggimento, 16a Divisione SS non è infine smentita dall'organigramma ("Dienstellung") del II Battaglione proveniente dagli archivi tedeschi relativo al periodo maggio-settembre 1944. Sebbene vi fosse ancora indicato il pari grado Burmeier, seppur indicato come caduto ("Gef ") il 25 giugno, piuttosto che il nominativo di chi gli sarebbe succeduto, non vuol dire ancora nulla rispetto ad una situazione che si è sicuramente verificata di fatto. L'omessa indicazione del SOMMER potrebbe semplicemente significare che non gli era stato ancora affidata la titolarità di un comando che, evidentemente, esercitava soltanto in sede vacante, magari in attesa di altro ufficiale. Ed infatti nel Dienstellung relativo al periodo successivo (settembre-dicembre 1944) l'imputato è regolarmente indicato al vertice della 7a Compagnia, a consolidamento di una situazione maturata di fatto già nel periodo anteriore.
In ragione di quanto detto, anche per il SOMMER risultano solide riprove del suo coinvolgimento nei crimini contestati, sicchè tentativi della difesa di accreditare la tesi di uno errore di persona (sembrerebbe con tale Erwin SOMMER) rivelano tutta la loro inanità.

10.5 SONNTAG Heinrich
Attraverso i documenti reperiti presso la Deutsche Dienstelle e il Bundesarchiv è stato possibile individuare Heinrich SONNTAG come sottufficiale sicuramente presente al Battaglione "GALLER" il 12 agosto 1944.
Sulla base dei documenti personali acquisiti presso la Deutsche Dienstelle (fascicolo dibattimento n. 1, provenienti dal fald. B cart.1, 2 e 7, nonchè cartella 1 del fald. H del P.M.) risultano le tappe principali della sua carriera e dell'ascesa dal grado di soldato semplice fino a quello di sergente, che rivestiva il 12 agosto 1944.

In particolare si rileva che l'imputato si è arruolato il 21.05.1942 come SS-Schuetze (soldato semplice), pertanto in un periodo in cui si entrava nel Corpo soltanto come volontari e dopo un'attenta selezione che accertasse i requisiti di fedeltà al Fuhrer, la purezza della razza e l'adesione all'ideologia nazista. Inizialmente assegnato alla SS Polizei Division, una divisione composta da membri delle forze di polizia tedesche addestrate militarmente e trasferite all'interno di questa divisione SS, fu inviato sul fronte orientale dove fu ferito una prima volta il 5.10.1942 e, successivamente, il 10.02.1943. Dopo il ricovero in ospedale militare fu trasferito alla 16a Divisione dove prestò servizio nella 6a Compagnia prima di passare all'8a. Promosso caporal maggiore il 1.04.1944, due mesi esatti dopo era già sergente SS, prima cioè di essere ferito alla testa da un proiettile iI 30.06.1944 a sud di Cecina. Come risulta dal rapporto perdite (cartella 7, volume 2) a quella data era già effettivo all'8a Compagnia. Ricoverato all'ospedale militare di Cortina d'Ampezzo, come da lui dichiarato nell'interrogatorio reso con rogatoria internazionale l'11.03.2003 (fascicolo dibattimento n. 4), rientrò al reparto dopo 14 giorni. Sulla base della documentazione la notizia successiva risale al ferimento del 4.10.1944 a sud di Monteacuto (BO).
Dopo aver confermato l'appartenenza all'8a Compagnia del II Battaglione/35° Reggimento della 16a Divisione SS, nel suddetto interrogatorio SONNTAG ha detto di non aver mai sentito parlare di Sant'Anna di Stazzema, nè tanto meno di esserci mai stato. Si è limitato a ripercorrere, per sommi capi, le tappe principali della ritirata tedesca verso nord, sottolineando il fatto di aver fatto parte di un gruppo assai ridotto di militari ("cinque persone") e di essersi mosso sempre con loro.
Tuttavia la deposizione appare a questo Tribunale assai reticente. Il primo dato dal quale emerge una posizione molto difensiva è ricollegato alla negazione di scontri con i partigiani, davvero poco credibile se si pensa che proprio la lotta contro i medesimi fu il motivo principale, anche se non l'unico, per cui fu dirottata in zona la 16a Divisione.
Tanto più che, essendo stato ferito almeno due volte, come risulta dai rapporti delle perdite, avrebbe dovuto spiegare in quali contesti e ad opera di chi lo sarebbe stato; egli, invece, nulla ha riferito al riguardo, così rendendo ancor piu solida l'ipotesi che le ferite siano da riconnettere proprio a scontri con i partigiani.
Allo stesso modo non è credibile quando afferma di non aver mai sentito parlare di "altre persone che abbiano commesso atti di violenza nei confronti della popolazione civile". I consulenti del P.M. hanno infatti abbondantemente spiegato di quali nefandezze si sia resa responsabile la sua divisione in Italia, e della scia di sangue lasciatasi alle spalle nella ritirata verso nord.
L'imputato ha, peraltro, riferito soltanto di uno scontro a Cecina, ove cadde il suo commilitone KURTZ. Appare, però, del tutto inverosimile che egli si sia trovato con altri quattro uomini, un mezzo cingolato e un cannone, in una sorta di limbo durato mesi, totalmente avulso dai numerosi conflitti avvenuti in zona. Infatti le vicende della Divisioni ci illustrano in quali e quanti scontri siano stati impiegati i militari di tutti i reparti della Divisione nel risalire e nell'attraversare l'Appennino, quindi non è credibile che soltanto lui e il suo piccolo gruppo di “privilegiati” sia stato risparmiato dalle durezze e dalle crudeltà della guerra.
Si è visto invece che l'8a Compagnia, di cui ha ammesso di aver fatto parte, è stata severamente impegnata nella strage di Sant'Anna, come hanno confermato BECKERTH, Heino SCHMIDT ed EGGERT, che hanno ammesso la loro presenza, e indirettamente Hettesheimer, che quel giorno dovette rimanere di guardia agli alloggi col commilitone GEBHARDT perchè tutta la compagnia si era recata sui monti per un'operazione. D'altra parte, considerato che egli rivestiva il grado di sergente e, dunque, aveva rilevanti responsabilità operative, soprattutto in un momento di penuria di sottufficiali, sarebbe stato ben strano che i suoi superiori si privassero del suo indispensabile contributo, impegnandolo in attività “alternative”, che neppure il prevenuto ha saputo indicare.
Si ricorda ancora, che l'8a è stata anche l'unica compagnia che risulta aver avuto perdite, come risulta dal ferimento di EGGERT e dell'Ufficiale HERBST. Avendo ciò presente, è dato cogliere quanto sia improbabile che, mentre tutto il suo reparto era impegnato in battaglia, soltanto il prevenuto potesse “soggiornare” sul posto, magari nelle amene località di Torre del lago Puccini o ai bagni di marina di Pietrasanta, cui egli ha fatto riferimento nell'interrogatorio. Ciò soprattutto in un periodo in cui erano state bloccate tutte le licenze ed erano stati coinvolti anche coloro che, come Heino SCHMIDT, si trovavano ricoverati in ospedale perchè afflitti da problemi di salute.

11. Una questione particolare: la presenza di italiani tra le SS.
Il Dott. PEZZINO ha riferito che all'interno della 16a Divisione SS militavano diversi cittadini italiani accettati come volontari, di cui è stata trovata conferma anche nelle liste dei militari. Alcuni provenivano dal disciolto esercito italiano, molti dei quali erano stati prima nei campi di internamento in Germania, e poi, sotto la spinta della propaganda tedesca e fascista scelsero di far parte di quei reparti di SS italiane che, seppure sotto il Comando di un corpo ufficiali tedeschi, e di un corpo sottufficiali misto, decisero di scendere al fianco dei nazisti. A questi ultimi, per esempio, è stata attribuita, tra l'altro, la strage dei minatori della Niccioleta. Tra questi rientrava, per es., Giordano GUFFANTI che nelle s.i.t. del 4.4.2000 dichiarò di essere stato arruolato dai tedeschi dopo l'8 settembre prima di essere fatto prigioniero di guerra dagli americani che lo catturarono al termine di un'operazione condotta al fianco dei militari tedeschi.
Altri provenivano dai reparti combattenti della Repubblica Sociale o delle Brigate Nere e parteciparono a episodi di stragi tra le quali la strage di Vinca, come risulta dagli studi del Prof. PEZZINO che hanno messo in luce la partecipazione di membri del Battaglione "Mai Morti" del generale Lodovisi.
lnfine ci furono i cosiddetti collaborazionisti, coloro che parteciparono alle azioni sotto forma di informatori o di guide, e su cui è stato più difficile fare una verifica anche da parte degli storici. A questi ultimi, probabilmente, appartenevano alcuni portatori di munizioni che, diversamente da altri coartati al momento dell'azione, e poi uccisi quando non servivano più, ebbero salva la vita come per esempio Aleramo GARIBALDI, il quale, nell'interrogatorio rilasciato alla Commissione U.S.A., ammise il proprio ruolo di portamunizioni al servizio dei tedeschi .
Quindi, il fatto che in questi eccidi le testimonianze abbiano evidenziato la presenza di persone che parlavano un perfetto italiano può essere spiegata con la presenza di soldati italiani regolararmente arruolati nella 16a Divisione SS, di cui peraltro si ha conferma anche dall'interrogatorio reso da LIPPERT alla p.g. tedesca in Germania.
Inoltre se ne ha notizia da numerose deposizioni rese da diversi sopravvissuti sia all'indomani dell'eccidio, sia ancor oggi nelle più recenti deposizioni testimoniali. E' il caso di quanto affermato da Avio PIERI nelle s.i.t. del 14.3.2003, in cui ha ricordato che mentre li conducevano da Sennari verso Val di Castello dopo essere stati rastrellati, ebbe occasione di sentir parlare uno di quei soldati che aveva una retina che gli copriva il volto che, rivolgendosi ad una vecchietta che era stanca di camminare, non soltanto rispose in italiano, ma in perfetto toscano le disse di mettersi a sedere.
Si è appreso, inoltre, dalle dichiarazioni di Nicola BADALUCCHI (s.i.t. Del 15.08.2002), che quel giorno si trovava a Val di Castello con la famiglia, che il fratello deportato in Germania, al suo ritorno riferì che quelle SS che avevano condotto la colonna di rastrellati da Val di Castello fino a Lucca erano SS italiane, infatti lui stesso aveva riconosciuto due uomini di Pietrasanta, Francesco GATTI ed Egisto CIPRIANI.
Anche Lidia PARDINI ha raccontato che il soldato che picchiò lei e poi uccise la madre era sicuramente italiano, infatti aveva la tipica cadenza versiliese.
Renato BONUCCELLI ha testimoniato che negli anni successivi il nonno gli raccontò che tra i soldati c'era anche un italiano di quella zona, di cui però non ricordava nè il nome nè la provenienza, che si era meravigliato di trovarlo lì a Sant'Anna e che lo aveva riconosciuto perchè il nonno era una persona molto conosciuta.
Angelo BERRETTI ha riferito che le sorelle, che quel mattino andavano verso il mulino, arrivate in cima alla foce di Compito, videro un alto numero di uomini che venivano in su e sentirono uno che in italiano faceva coraggio agli altri perchè erano quasi arrivati in cima. Inoltre una certa Marietta MANCINI gli raccontò in seguito che suo marito Daniele, in località Le Case, si rivolse ad un soldato mostrandosi meravigliato del fatto che anche lui fosse con i tedeschi e quello lo mitragliò subito perche si vide riconosciuto.
Analoga la deposizione di Arnaldo BARTOLUCCI che, nel verbale s.i.t. Del 18.09.1996, ha dichiarato di aver visto una colonna che proveniva da Monte Ornato e di aver sentito che il primo di loro si rivolse agli altri e con perfetto italiano gridò "Avanti, avanti ancora!".
Ma numerosi altri sono i testimoni che hanno confermato la presenza e la partecipazione di italiani alla strage. Così Ettore SALVATORI ha riferito che insieme ai soldati che al Colle incolonnarono e poi uccisero c'erano tre italiani, tra cui Giuseppe RICCI che, sentito e messo a confronto con il suo accusatore nell'ambito degli accertamenti condotti dalla Pretura di Pietrasanta nei confronti di alcuni collaborazionisti, pur non riconoscendo il SALVATORI, ha ammesso di aver collaborato con loro perchè minacciato di morte e, soggiungendo che con lui avevano trascorso la notte precedente al comando tedesco anche altri due italiani.

12. La qualificazione giuridica del fatto.
Sulla base dei fatti, quali emersi all'esito del presente dibattimento, il Collegio ritiene perfettamente integrata la fattispecie di cui all'art.185 c.p.m.g. così come indicata in imputazioone.
Al di là di quanto osservato circa l'esatto numero delle vittime, ciò che può dirsi provata è l'uccisione di centinaia di persone innocenti, in gran parte donne, vecchi e bambini. Se normalmente un evento di questo tipo darebbe luogo ad un corrispondente numero di reati di omicidio con riferimento al disposto dell'art. 575 c.p., nel caso in esame – cioè alla presenza degli elementi specializzanti di cui alla norma contestata - si configura il diverso reato previsto e punito dal codice penale militare di guerra. Infatti, mentre il comma 1 della suddetta norma incrimina genericamente il militare che "usa violenza", nel comma 2 si fa riferimento all'omicidio, in sistematica coerenza con il concetto normativamente definito dall'art.43 c.p.m.p. secondo il quale ”agli effetti della legge penale militare”, sotto la denominazione di violenza è compreso anche l'omicidio, e si prevede l'applicabilità delle sanzioni stabilite dal codice penale.
Tuttavia, come detto, l'applicabilità della norma è subordinata alla ricorrenza di una serie di elementi specializzanti, primo tra tutti lo status di militare in capo all'autore del fatto, qualità soggettiva la cui sussistenza è altresì necessaria al fine di radicare presso I'Autorità Giudiziaria Militare la competenza a conoscere dei fatti di causa. Al riguardo, essendo pacifica la loro addebitabilità alle "SS”, è appena il caso di fare riferimento all'ormai univoca giurisprudenza (si veda, per tutte, la sentenza della Corte di Cassazione, sez. I, 10 febbraio 1997, con cui è stato risolto il conflitto di giurisdizione nella nota vicenda PRIEBKE) che, con riferimento al suddetto Corpo (letteralmente Schutz-Staffeln), ne ha ormai definitivamente decretato il carattere militare. Conclusione, questa, peraltro condivisa anche da questo giudice, che ha avuto modo di vedere confermati, anche per la 16a Divisione, quei tratti che concorrono a delinearne tale natura. Ed invero, anche per quanto affermato dai consulenti del P.M. sulla storia della Divisione, ed in particolare per l'impiego sul fronte orientale prima che in quello italiano, non può dubitarsi della sua l'operatività su tutti i fronti di guerra, così come non è dubbia la loro organizzazione secondo gli schemi e le forme di uno schieramento militare.
Infine, l'attribuzione a KESSELRING (e quindi all'esercito) della responsabilità della lotta ai partigiani nelle zone di operazioni militari, compito cui erano solitamente destinate le SS, e la conseguente soggezione alle sue direttive, prova anche il loro inquadramento nel dispositivo tattico dell'esercito, come ulteriormente confermato da tutti quei documenti della XIV Armata, in cui si fa riferimento alla 16a Divisione SS o ad unità minori in essa inquadrate (è sufficiente ricordare il diario giornaliero del 7 agosto 1944 dell'Armata, in cui si chiede lo sblocco del "II/35° SS").
II fatto, poi, che si tratti di militari appartenenti a Forze armate straniere non è certamente di ostacolo all'applicazione della norma, in quanto l'art. 13 c.p.m.g. - la cui vigenza non è stata scalfita dall'art.103 Cost. (pacifico in giurisprudenza dopo la pronuncia del 28.10.1950 delle S.U. della Suprema Corte, proc. Wagener, ma soprattutto dopo l'avallo della Corte Costituzionale con la sent. 48/1959, e l'ulteriore conferma della stessa Cassazione con la sent. 10 febbraio 1997 già citata) - prevede espressamente l'applicabilità delle disposizioni relative ai reati contro le leggi e gli usi della guerra, tra cui appunto l'art.185 c.p.m.g., anche ai militari e a ogni altra persona appartenente alle Forze armate nemiche che li commettano a danno dello Stato italiano o di un cittadino italiano.
In virtù del combinato disposto delle suddette norme, pertanto, può dirsi punibile in base all'art. 185 c.p.m.g. anche il militare straniero (gli imputati erano tutti appartenenti alle SS) che usi violenza (nel caso di specie cagionando la morte), per cause non estranee alla guerra, contro “privati nemici” - nel nostro caso i cittadini italiani (art. 13 c.p.m.g.) - che non prendono parte alle operazioni militari (art.185 c.p.m.g.).

E' stato eccepito, per escludere la configurabilità della norma in oggetto, che la nozione di “privati nemici” dovrebbe essere riferita ai partigiani piuttosto che alla popolazione, non potendosi certo considerare tali le donne, vecchi e bambini. Infatti, si argomenta, essendo stato provato che quel giorno a Sant'Anna non vi era alcun soldato inglese o americano, nè tantomeno nessun partigiano, l'azione non sarebbe stata rivolta contro privati nemici ma contro civili inermi, con conseguente qualificazione del fatto in termini di omicidio plurimo aggravato e continuato.
Al riguardo, però, deve sottolinearsi che il termine “privati nemici” non potrebbe che essere riferito proprio alla popolazione. A tale conclusione, peraltro pacifica in giurisprudenza (si veda, da ultimo, Cass. 751/2002, Seifert), oltre che per ragioni lessicali, si perviene alla luce della stessa norma in riferimento che, nell'ultima parte del comma 1, concorre a definire i “privati” come coloro che non prendono parte alle operazioni militari. Tale conclusione, oltre ad essere I'unica possibile per garantire un margine di coerenza interna alla norma, altrimenti svuotata di significato se si parte dal presupposto che i partigiani sono per definizione delle formazioni armate, e che come tali prendono parte alle operazioni militari, e peraltro imposta dall'ultimo comma della stessa disposizione, ove, nel rispetto di una perfetta bilateralità, lo stesso divieto di usare violenza viene imposto anche nei confronti dei "semplici" abitanti del territorio occupato dai militari italiani.

Proprio sul presupposto che le vittime dell'eccidio non potrebbero definirsi "nemiche" dei militari tedeschi, in quanto cittadini di Sant'Anna di Stazzema e, quindi, della Repubblica Sociale Italiana, alleata della Germania, già alla prima udienza la difesa SOMMER eccepiva la mancanza di uno dei necessari elementi specializzanti e chiedeva la conseguente trasmissione degli atti all'Autorità Giudiziaria Ordinaria, competente per la residua ipotesi di omicidio. Come ricordato nella parte espositiva circa l'ordinanza emessa all'udienza del 20 aprile 2004, la tesi non può essere condivisa.
In particolare, quanto alla Repubblica Sociale Italiana (cosiddetta Repubblica di Salò), deve precisarsi che, sulla base dei principi di diritto internazionale, non poteva davvero ipotizzarsi l'avvenuta disgregazione dello Stato Italiano in due unità distinte ed indipendenti, quali il Regno d'ltalia da una parte e la Repubblica di Salò dall'altra.
Invero, perchè possa ritenersi sussistente la piena soggettività internazionale sono normalmente necessari il riconoscimento degli altri Stati e, più in generale, della Comunità internazionale. Orbene, nel caso di specie non risulta che ciò sia avvenuto se non, ma solo a parole, da parte dell'Alleato tedesco. Ma a prescindere da tale riconoscimento internazionale, che molto spesso arriva in ritardo rispetto al maturare di quei requisiti sostanziali che determinano la formazione di un nuovo Stato, e talvolta a prezzo di qualche compromesso, la Repubblica Sociale non possedeva neanche la sostanza per potersi considerate qualcosa più di un c.d. "Stato fantoccio".
Perchè possa configurarsi un nuovo soggetto internazionale, è infatti necessaria la c.d. sovranità interna, determinata dal controllo di un territorio e della comunità che su di esso incide, e la c.d. sovranità esterna, caratterizzata dall'autonomia e indipendenza nell'esercizio delle tipiche attività di govemo, requisiti assai dubbi o addirittura insussistenti in capo alla presunta Repubblica. Infatti, quanto al primo aspetto, c'erano alcune parti del territorio sicuramente sotto il controllo formale, oltre che sostanziale, dei tedeschi (si ricorda il potere amministrativo del Gauleiter tedesco nel litorale Adriatico e nelle "Prealpi"). Quanto al secondo non può certamente dirsi che le nuove Autorità godessero di una dignitosa autonomia e indipendenza dall'ingombrante Alleato, basti ricordare soltanto l'arroganza con la quale i comandanti militari, KESSELRING in primis, dettassero legge in tutto il territorio con le proprie disposizioni anche nei confronti della popolazione (si pensi alle zone che venivano fatte sfollare senza alcun intervento o intermediazione da parte delle cariche civili c.d. "repubblichine").
A scioglimento della riserva formulata all'udienza del 7 giugno 2005 va detto che proprio la nettezza delle suesposte conclusioni ha determinato la mancata adesione alla richiesta delle difese RAUCH, SCHONEBERG e SOMMER di disporre una perizia per accertare se la R.S.I. possa essere ritenenuto uno Stato alleato o nemico della Germania.

Quanto all'ulteriore presupposto, che le vittime non avessero preso parte alle operazioni belliche, esso trova giustificazione nell'essenza stessa della guerra, cioè in quello che, nel secondo conflitto mondiale, era essenzialmente uno scontro armato tra Stati. E' di palmare evidenza che non si potrebbe chiedere ad una parte in conflitto di astenersi dal fronteggiare, ed eventualmente uccidere, coloro che gli si contrapponessero nell'ambito di un'operazione militare. In un contesto caratterizzato dalla violenza, ove un militare mette in gioco la propria incolumità e la stessa vita al servizio del proprio Paese, egli deve poter agire nei confronti dell'avversario, sia questo un esercito regolare, sia una formazione spontanea in combattimento.
Esigenza, questa, già ben conosciuta a livello internazionale se la Convenzione dell'Aja del 1907 esordisce, nelle sue prime norme, con lo stabilire chi siano i "belligeranti", cioè coloro che, al di là delle milizie regolari, siano tenuti al rispetto dello ius in bello, cioè delle regole che servono a temperare gli eccessi di quella che è sempre una tragedia, e nei confronti dei quali dev'essere garantito il rispetto degli stessi principi. Infatti all'art. 1 è stabilito che “le leggi, i diritti e i doveri della guerra” si applicano anche alle milizie e ai corpi di volontari, quindi anche alla popolazione, che si organizzino con un comandante responsabile delle loro azioni (1°), con un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza (2°), che portino le armi apertamente (3°) e che, nelle loro operazioni, si conformino alle leggi e agli usi di guerra (4°). Ma l'art. 2 della Convenzione amplia ulteriormente la nozione, considerando "belligerante", a condizione che porti le armi apertamente e rispetti le leggi e gli usi di guerra, anche “la popolazione di un territorio non occupato che, all'avvicinarsi del nemico, prende spontaneamente le armi per combattere le truppe di invasione senza avere avuto il tempo di organizzarsi conformemente all'art. 1”.
Ma dopo quanto affermato dai pochi sopravvissuti di quel feroce massacro, integrato con i ricordi dei superstiti tedeschi, non è stato ravvisato un solo elemento che potesse attribuire all'inerme popolazione la qualifica di "belligerante". Ne è stato riferito di un solo atto di reazione al nemico. Al contrario, soltanto di madri che imploravano pietà per sè e per i propri bimbi (spesso neonati di poche settimane) o del sacerdote che chiedeva un briciolo di umanità, se non per tutti, almeno per un manipoli di ragazzi ammassati con gli altri nel piazzale della chiesa. Si trattava, in sostanza, di donne, vecchi e bambini indifesi ed esposti alla più cupa barbarie. Infatti i pochi uomini presenti quel mattino, alla notizia dell'arrivo dei tedeschi, ben lungi dall'assumere le armi per contrapporsi all'occupante, e nell'ingenua illusione che i propri cari non corressero alcun pericolo, si limitarono a cercare rifugio nei boschi.
Inoltre deve escludersi che quei poveri civili avessero altrimenti preso parte alle operazioni militari, dal momento che non c'era in corso alcuna operazione. E' pur vero che nelle settimane precedenti, nei monti circostanti Sant'Anna, c'erano stati alcuni scontri tra tedeschi e partigiani, ma oltre a non aver coinvolto la popolazione, anzi spesso contraria ad attacchi od imboscate allo straniero proprio per paura di ripercussioni, questi ultimi avevano ormai abbandonato la zona come testimoniato dalle fonti sia italiane che tedesche.
Tale rilievo, comunque, non esclude l'ultimo elemento specializzante richiesto dalla fattispecie. Invero, perche l'eccidio possa definirsi “atto illecito di guerra”, e così rientrare nel fuoco dell'art. 185 c.p.m.g., è anche necessario che sia stato concepito e realizzato per cause non estranee alla guerra. Si è già visto che, neL contesto storico di riferimento, la situazione dei belligeranti nell'agosto del 1944 aveva già evidenziato la grande importanza degli scontri che stavano avvenendo nelle Alpi Apuane. In particolare gli studiosi hanno sottolineato l'enorme importanza strategica della linea Gotica, cioè quello sbarramento che i tedeschi intendevano opporre all'avanzata Alleata: essa doveva rappresentare, nella loro prospettiva, un ostacolo decisivo verso la pianura padana e, quindi, verso i confini del Reich. E' stato anche chiarito che, tra gli ostacoli alla costruzione di quella barriera, uno era senz'altro rappresentato dalla minaccia partigiana, come testimoniano i numerosi scontri avvenuti prima del 12 agosto 1944. Inserendo, allora, la strage in quell'opera di "bonifica" del territorio, che presupponeva un'ingiusta quanto approssimativa equiparazione dei civili ai partigiani, per di più nel bel mezzo del teatro operativo del periodo, non può che affermarsene la stretta attinenza con la guerra.

Tali considerazioni, pur nella loro brevità, se da un lato evidenziano la correttezza della qualificazione giuridica operata dalla Pubblica Accusa, dall'altra consentono di negare la sussistenza degli elementi negativi del fatto previsti dallo stesso art.185 c.p.m.g. Infatti, perchè il fatto ipotizzato assuma penale rilevanza, è necessario che sia stato posto in essere “senza necessità” o, comunque, senza “giustificato motivo”.
Si allude, nel primo caso, alla cosiddetta necessità militare, clausola spesso presente in numerose norme di diritto bellico, appositamente ripresa con lo scopo di consentire, in talune situazioni, l'uso delta violenza anche nei confronti di coloro che non prendono parte alle operazioni militari. Tuttavia la giurisprudenza (Corte Mil. App. di Roma, 7.03.1998, Priebke, confermata da Cass., sez. I, 16.11.1998) ha già messo in guardia dal pericolo di confondere la “necessità” con ragioni di convenienza militare, perchè altrimenti potrebbe paradossalmente arrivare a sostenersi che l'eliminazione della popolazione dello Stato nemico sarebbe la migliore garanzia di riuscita per le proprie operazioni militari, ciò che porterebbe sempre ad una presunzione di necessità, e quindi alto svuotamento della norma ogni volta che si agisse per cause non estranee alla guerra.
Per “necessità deve allora intendersi o un pericolo grave ed attuale (cosi T.M. Roma 20.07.1948, confermata da T.S.M. 25.10.1952, Kappler) o comunque, come più recentemente affermato dalla Corte Militare d'Appello nel processo Priebke (confermata da Cass., sez. I, 16.11.1998), una situazione imposta dalla guerra, come "... quando il soggetto passivo del reato, pur non prendendo parte alle “operazioni militari”, svolge un'attività ad esse collegata e in favore di una delle parti in conflitto, ovvero viene a trovarsi in una condizione di tale legame concreto con i belligeranti ... da non poter non essere coinvolto nelle operazioni militari".
Nel caso di specie è fuor di dubbio che la popolazione del piccolo paese montano non avesse alcun legame con le parti in conflitto. A dispetto dell'equivoca equiparazione tra civili e partigiani, anche le più recenti testimonianze hanno evidenziato la totale estraneità di questa con le azioni e con l'attività partigiana. Certo, questi ultimi traevano dal territorio lo stretto necessario per garantirsi la sopravvivenza e talvolta entravano nei centri abitati per recuperare viveri, tuttavia anche gli storici hanno evidenziato che non si trattava certo di una generosa e spontanea collaborazione. Infatti in quel periodo le risorse erano molto scarse per tutti e spesso un animale rappresentava l'unica, quanto inadeguata, fonte di sostentamento per intere famiglie. A ciò si aggiunga che lo sfollamento dalle città verso le zone montane e verso piccoli centri come Sant'Anna aveva ancor più accentuato quella penuria, al punto che l'inerme popolazione doveva spesso difendersi, prima di tutto, proprio dai saccheggi partigiani. Ne sono riprova quelle testimonianze in cui si afferma che la presenza tedesca, tra le altre cose, avrebbe almeno tenuto lontano i partigiani (così, per esempio, Max SIMON nella dichiarazione spontaneamente rilasciata il 26.11.1946 quand'era prigioniero di guerra: "...la popolazione doveva subire il terrore dei partigiani e fu a noi grata del fatto di aver fatto sgombrare i Partigiani dai loro distretti"). Questa diffidenza, talvolta, era accentuata anche dal timore che l'azione dei partigiani, soprattutto quella delle frange più sbandate e di quelle più refrattarie al rispetto delle pur minime condizioni di sicurezza, potesse scatenare la reazione dell'occupante, come testimoniato dal tentativo di evitare l'attacco alla pattuglia tedesca che aveva intimato lo sgombero di Farnocchia, e che costò l'immediata fuga della popolazione per paura di ripercussioni. Inoltre, se davvero ci fosse stato un legame rilevante, sicuramente la popolazione non sarebbe stata abbandonata al suo destino nonostante il manifesto con cui, solo pochi giorni prima, era stata invitata a rimanere nelle case.
Ed in ogni caso, se anche ci fosse stato un coinvolgimento rilevante, questo non era certarnente tale da rendere necessaria la strage perchè la violenza, prima di tutto, deve essere proporzionata all'esigenza che si intende soddisfare. Invero, anche partendo dal presupposto, si è visto infondato ed inaccettabile, che fosse necessario togliere il sostegno della popolazione ai partigiani, nel caso di specie sarebbe stato sufficiente adottare rimedi meno disumani. Basti pensare, infatti, che in quello stesso giomo le SS rastrellarono e condussero presso i centri di raccolta circa 600 persone, misura che, sebbene accompagnata dalle peggiori nefandezze e da ulteriori uccisioni, senza tali eccessi sarebbe stata certamente meno afflitiva di quanto invece realizzato. Ed ancora, quale “necessità” vi era di sterminare i vecchi, gli invalidi e i bambini più piccoli?
Sarebbe stato, per cosi dire, "sufficiente" uccidere soltanto le donne o, comunque, coloro che potevano offrire un reale sostegno ai partigiani. E invece no, la furia nazista non doveva preoccuparsi di niente, non doveva operare alcuna distinzione tra le persone. Non doveva fare altro che uccidere e distruggere, senza pensare.
Si consideri, tra l'altro, che gran parte della X bis Brigata Garibaldi aveva abbandonato la zona da ormai dieci giorni e che, dopo gli ultimi scontri di Farnocchia dell'8 agosto, anche gli ultimi partigiani si erano diretti verso est.

Si deve inoltre escludere che ricorresse qualsiasi altro giustificato motivo, locuzione con cui si allude ad una situazione che renda in qualche modo legittima un'azione normalmente illecita.
In questo senso, infatti, si è sentito dire che l'eccidio sarebbe stata una rappresaglia per i motivi che, di volta in volta, si è ritenuto avessero provocato l'accaduto. Si è parlato, così, di rappresaglia per il ferimento di militari tedeschi (ipotesi n.1 del Commissario MAJORCA), per l'uccisione di alcuni fascisti (ipotesi n. 2), per il mancato sfollamento del paese (ipotesi n. 3).
La rappresaglia nasce, nel diritto intemazionale, come strumento di autotutela a disposizione di uno Stato che, alla violazione di una norma di diritto bellico, faccia seguire la trasgressione della stessa o di altra norma dello stesso diritto di guerra (cfr. Pau, voce Rappresaglia, Enc. dir., p. 414), fermi restando i limiti della proporzionalità e del rispetto delle principali norme del diritto umanitario, entrambi comunemente ammessi sulla base degli usi di guerra.
In ossequio a quanto già imposto dalla consuetudine internazionale, l'istituto trova la propria disciplina nell'art. 8 della Legge di guerra (R.D. 8 luglio 1938, n.1415) che, infatti, così statuisce: “L 'osservanza di obblighi derivanti dal diritto internazionale può essere sospesa, a titolo di rappresaglia, anche in deroga a questa o ad altra legge, nei confronti del belligerante nemico, che non adempie, in tutto o in parte, a detti obblighi. La rappresaglia ha iI fine di indurre il belligerante nemico a osservare gli obblighi derivanti dal diritto internazionale, e può effettuarsi, sia con atti analoghi a quelli da esso compiuti, sia con atti di natura diversa.
Non può essere sospesa, a norma del primo comma, l'osservanza di disposizioni emanate per I'adempimento di convenzioni internazionali, che escludono espressamente la rappresaglia”
.
Ora, con riferimento ai motivi più sopra illustrati, appare evidente che non ricorrono gli estremi per ritenere che l'eccidio possa essere ricondotto ad un giustificato motivo.
In via preliminare perchè, essendo presupposto un preventivo illecito da parte del belligerante nemico, in questo caso dello Stato italiano, non sarebbe affatto semplice riconoscere ai partigiani la qualifica di organo dello Stato.
In secondo luogo perchè non è dato sapere quale sarebbe stato l'illecito ad essi ascrivibile, ciò che preclude la possibilità di verificare la contrarietà del loro comportamento alle norme del diritto internazionale. Sarebbe altresì preclusa, conseguentemente, la valutazione sulla legittimità del ricorso a tale strumento, se cioè fosse servito per ripristinare l'ordine violato o, come sembra più probabile, come rozzo strumento di vendetta piuttosto che manifestazione di forza bruta.
Inoltre, anche a voler ammettere che ricorressero i due presupposti indicati, nella prospettiva di una precedente lesione subita dai tedeschi, sarebbe stato lecito attendersi la richiesta di una qualunque altra forma di riparazione, essendo stata sottolineata in dottrina la necessità di far precedere la rappresaglia da una forma di protesta o da negoziati tesi ad ottenere altrimenti soddisfazione (requisito della c.d. "necessità"). Ma la mancanza di qualunque tentativo in tal senso, oltre a confermare la difficoltà di riferire allo Stato l'eventuale precedente azione partigiana, sembra piuttosto ribadire che non di rappresaglia si trattò, quanto di un feroce e premeditato atto di guerra teso alla "bonifica" del territorio da qualsivoglia abitante.
In ogni caso, anche a voler prescindere da tali considerazioni, sarebbero stati oltremodo sorpassati tutti i limiti che ad essa tradizionalmente si assegnano. Infatti, pur volendola ritenere una reazione all'uccisione e al ferimento di alcuni militari nel corso degli scontri dei giorni precedenti, il massacro di quelle centinaia di persone inermi si presenta come assolutamente sproporzionato e gratuito. Nella raccolta di ordini prodotta dal P.M. all'udienza del 3.11.2004, si fa riferimento ad un ulteriore riassunto di ordini datato 1 agosto 1944 in cui si stabiliva che “... se soldati tedeschi fossero vittime di attacco da parte di civili, fino a 10 uomini abili italiani verranno fucilati per ogni tedesco ucciso”, (foglio 6). Allo stesso rapporto aveva fatto riferimento anche Max SIMON nella già richiamata dichiarazione del 26.11.1946, anche se la giurisprudenza, con riferimento alle 335 vittime delle Fosse Ardeatine, ha già avuto modo di stabilire che non si tratta di una proporzione ragionevole, e come tale del tutto inidonea agli effetti scriminanti. Ma a Sant'Anna si è andati addirittura oltre.
Infine, dato il numero delle vittime, i tempi e i modi del massacro, difetterebbe un ulteriore requisito, essendo unanimemente riconosciuto che la rappresaglia non deve essere contraria ai basilari principi di umanità e di civiltà.
Nè il fatto potrebbe essere giustificato quale forma di repressione collettiva che, in presenza di determinati presupposti, e a determinate condizioni, la Convenzione dell'Aja del 1907 pur avrebbe consentito. Infatti l'art. 50 ammette il ricorso a “peine collective” a danno della popolazione soltanto quando la si possa considerare solidalmente responsabile di un precedente fatto individuale. Fermo restando che sarebbe stato consentito soltanto il ricorso ad una sanzione pecuniaria, o ad altra analoga, è tranciante il rilievo che, nel caso di specie, non è in alcun modo configurabile alcuna forma di responsabilità, neanche solidale, in capo ai civili.
Il Prof. PEZZINO ha ricordato che era fortemente discusso, nell'ambito del diritto penale di guerra, se fosse possibile la fucilazione degli ostaggi. La Convenzione dell'Aja del 1907, che regolamentava il diritto di guerra, sebbene escludesse la violenza nei confronti delle popolazioni civili, conteneva una norma relativa agli obblighi delle truppe occupanti (art.43) che, con una formulazione piuttosto ambigua, stabiliva che queste potessero prendere tutte le misure per ristabilire e mantenere l'ordine e la vita pubblica dei territori occupati. Infatti sia nel diritto tedesco che in quello anglosassone e francese, diversi giuristi sostenevano un'interpretazione che vi faceva rientrare anche la possibilità di prendere ostaggi e di ucciderli nel caso di atti ostili nei loro confronti fossero stati posti in essere con la corresponsabilità della popolazione. Nonostante fosse una discussione sviluppatasi nel periodo tra le due guerre, non fu definitivamente risolta neanche nel corso del secondo conflitto mondiale, tant'è che i tedeschi ed altre potenze, talvolta, continuavano a richiamare quell'interpretazione a supporto delle proprie azioni.
In ogni caso, quando si parlava di presa di ostaggi, gli stessi giuristi tedeschi ritenevano dovessero ricorrere taluni presupposti e requisiti: 1) innanzitutto, per assicurare la formalità del processo, si dovevano informare le popolazioni che sarebbe stata messa in atto la procedura di cattura degli ostaggi; 2) si sarebbero potuti prendere, comunque, soltanto ostaggi di sesso maschile in età per svolgere il servizio militare o in età di lavoro, cioè compresa tra i 18 e i 55 anni; 3) in ogni caso le rappresaglie dovevano essere formalmente stabilite da un tribunale militare, che fosse almeno a livello di divisione, con totale esclusione del potere di disporla da parte di un singolo comandante di reparto. Con queste modalità, secondo i giuristi tedeschi, e secondo alcuni dei giuristi inglesi, la cattura di ostaggi e la loro eventuale soppressione veniva considerata rispondente, se non alle leggi, a quelli che venivano definiti gli usi di guerra. E' da sottolineare, mette in guardia il consulente, che nessuno degli episodi ascrivibili alla 16a Divisione, nè tanto meno quello di Sant'Anna, risponde a quel tipo di fattispecie, in quanto in nessuna parte del diritto di guerra, neanche nelle interpretazioni più larghe, si parla della possibilità di uccidere donne, bambini o persone anziane, senza considerare il fatto che nessuno di quegli episodi venne effettivamente stabilito da un tribunale divisionale, essendo operazioni decise, al più, a livello di stato maggiore della divisione.
In conclusione il fatto è stato correttamente qualificato ed è intrinsecamente illecito.

13. Il concorso nel reato e l'affermazione di penale responsabilità.
Ritenuta provata la sussistenza del reato de quo, e la sua commissione da parte del II Battaglione del 35° Panzergranadier-Regiment, 16a Divisione RF SS, occorre procedere all'illustrazione delle ragioni per le quali il Tribunale ha ritenuto di pervenire all'affermazione di penale responsabilità nei confronti di tutti gli odierni imputati.
Partendo dal fondamentale principio costituzionale secondo il quale la responsabilità penale è personale (art. 27 Cost.), e deve avere ad oggetto un fatto materiale, va innanzitutto evitato il rischio di cadere nell'errore di farla discendere unicamente dalla mera appartenenza al famigerato corpo delle SS, o dalla mera presenza nei luoghi della strage.
Sebbene lo Statuto per l'istituzione del Tribunale di Norimberga abbia espressamente definito le SS un'organizzazione criminale, ed anche la più modema storiografia abbia confermato, ed anzi evidenziato, la loro ideologia deprecabile e foriera dei più atroci crimini contro l'umanità, compito di questo giudice è comunque quello di valutare in concreto la rilevanza penale della condotta degli imputati in relazione alla imputazione contestata.
L'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, come è chiaramente emerso è stato cagionato dal comportamento di molti militari, sicuramente più di duecento, alcuni dei quali hanno sparato, altri hanno gettato bombe a mano, alcuni altri, infine, hanno appiccato il fuoco, tutti complessivamente provocando la morte di centinaia di persone innocenti. Poiché però, il dibattimento non ha consentito di individuare per ciascun evento gli esecutori materiali, ad eccezione del reo confesso GORING, l'accertamento deve aver presenti le regole che disciplinano il concorso di persone nel reato dettate dagli artt. 110 c.p. e seguenti. Questo comporta la valenza di tutti quei comportamenti che in qualsiasi modo abbiano cagionato o agevolato l'illecito tipicizzato dall'art.185 c.p.m.g.
Pertanto sarà rilevante non soltanto l'esecuzione consapevole di una parte della condotta materiale considerata dalla norma incriminatrice, ma anche qualsiasi contributo consapevolmente fornito nella fase dell'ideazione, della programmazione o della esecuzione del progetto. Infatti, bisogna aver presente che nell'ambito di un reparto militarmente ordinato, una decisione assunta dal vertice gerarchico competente, viene successivamente trasmessa, attraverso i vari gradi della scala gerarchica, fino agli esecutori materiali. In tale prospettiva, una qualunque interruzione di questa catena precluderebbe la traduzione di quell'ordine in azione concreta. Dunque, è assolutamente determinante, e quindi causalmente rilevante, il contributo dato da qualunque militare che si trovi ad occupare un livello intermedio tra il vertice e la base.
A quest'ultimo proposito, non si devono trascurare le particolarità di una compagine militare, nella quale l'organizzazione gerarchica ed il vincolo della disciplina costituiscono connotazioni funzionali al raggiungimento del fine operativo. Rispetto a quest'ultimo ciascun appartente è chiamato a dare, secondo il proprio grado ed il proprio incarico, un contributo che, conseguentemente, in caso di commissione di crimini da parte della compagine, è apprezzabile da un punto di vista penale in termini di concorso.
Sulla base di tali presupposti, quindi, deve essere accertata la responsabilità dei singoli imputati i quali, ad eccezione del GORING che era caporale, essendo ufficiali (SOMMER e RAUCH) o sottufficiali occupavano tutti una posizione di rilievo nella gerarchia del II Battaglione.
Normalmente un sottufficiale con il grado di sergente aveva il comando di una squadra, cioè di un'unità composta da circa 10-12 uomini; infatti anche l'EGGERT (indagato per gli stessi fatti prima del decesso) ha ricordato che era responsabile di una squadra di mortaisti composta da circa una dozzina di soldati, mentre il CONCINA (interrogatorio del 21.07.2003) ha parlato di squadre di 10 persone. Tuttavia il consulente Dott. GENTILE ha fatto rilevare che le SS, diversamente da altri eserciti, hanno sempre teso a responsabilizzare anche i loro sottufficiali, tanto che molti di loro potevano essere investiti anche del comando di un plotone (di solito quando erano marescialli).
Tra l'altro, poichè il Battaglione aveva subito molte perdite, e non disponeva neanche del numero sufficiente di ufficiali ai quali affidare il comando delle compagnie, questa tendenza era vieppiù accentuata in quel periodo, quando molte posizioni di comando erano diventate vacanti e molti militari avevano assunto funzioni di comando superiori al loro ruolo (infatti il Rapporto 137 del 24.7.44 stilato dagli americani dopo aver interrogato sei prigionieri della 5a Compagnia, afferma che la composizione del II Battaglione fino al 22 luglio, quando furono catturati, era di circa 200 unità e che al comando della 5a Compagnia c'era uno staff di sergenti). In ogni caso, a prescindere dalla posizione rivestita, anche nel corso delle operazioni militari i sottufficiali godevano di una certa discrezionalità e, quindi, di una loro autonomia decisionale.
Inoltre Dott. GENTILE ha spiegato che quando un'operazione come quella era condotta a livello di Battaglione, anche la sua pianificazione era gestita allo stesso livello, con il coinvolgimento di ufficiali e sottufficiali. Infatti il BECKERTH ha confermato che, quando c'erano operazioni a largo raggio, e quella di Sant'Anna lo era certamente, venivano fatte delle riunioni, cui erano chiamati a partecipare anche i comandanti di plotone e di squadra. Ma il metodo è stato confermato anche da altri testi, per esempio David PICHLER, maresciallo della 7a Compagnia, nell'interrogatorio reso con rogatoria internazionale il 25.04.2003 (nel fascicolo del dibattimento del procedimento CONCINA riunito al presente). Egli, pur avendo fatto presente di non aver partecipato all'operazione di Sant'Anna perchè ferito e rimpatriato prima dei fatti, ha fatto riferimento all'unica operazione militare cui prese parte in Italia, ricordando che in vista di uno scontro armato con gli Alleati “... c'era stato un colloquio al quale tutti i capisquadra avevano preso parte e al quale aveva partecipato anche il comandante di compagnia. Durante quel colloquio (gli) era stato impartito I'ordine dal comandante di compagnia di proteggere il fianco sinistro”, e che dopo di allora non ebbe più necessità di alcun contatto con il comando perchè, quale caposquadra, era previsto lo eseguisse autonomamente.
D'altronde, come evidenziato dallo stesso consulente, un'operazione del genere, anche se pianificata a livello di battaglione, si avvaleva degli usuali sistemi di delega in uso nell'esercito tedesco: in pratica, una volta individuato l'obiettivo, e stabilite le modalità d'azione generali, ai subordinati si delegava la libertà d'azione necessaria per raggiungerlo al meglio. In questo senso il contributo del subordinato era attivo, perchè nell'ambito di un'azione di controguerriglia, a seconda della situazione sul campo, spesso l'unità doveva agire o reagire di iniziativa. Era pertanto normale che i sottufficiali, ricevute le direttive e le istruzioni iniziali dai superiori, in quelle riunioni cui ha fatto riferimento il testimone tedesco, non soltanto provvedessero a trasformarle in ordini ai subordinati, ma molto spesso fossero chiamati ad integrarle con quelle disposizioni di dettaglio che solo lo svolgimento concreto dell'azione poteva rendere necessarie o opportune.
Allora non stupisce che il CONCINA (interrogatorio del 21.07.2003), che appunto era un sottufficiale, abbia affermato che "... non ci fu alcuna concreta enunciazione di ordine".
Anzi, da tale affermazione può ancora una volta ricavarsi che l'azione, più che ordinata, fu sicuramente discussa, concordata, organizzata. Se non c'è stato un vero ordine e soltanto perchè c'era stato un pressochè totale consenso di tutto il personale chiamato all'organizzazione (ufficiali e sottufficiali che partecipavano alle riunioni), un'adesione unanime sul se e sul come realizzare quel feroce piano criminale, un'ulteriore prova di un concorso sia materiale che morale, pieno e consapevole.
Ed in questo senso si comprende sia quanto affermato dal teste HEIDBUCHEL, il quale ha riferito che in occasione delle operazioni militari riceveva gli ordini direttamente dal suo comandante di squadra, sia quanto dichiarato dal BARTLEWSKY, il quale, dopo aver detto che al momento della missione c'era solo il capo squadra, ha affermato che quel giorno ricevette l'ordine direttamente da un sottufficiale.
Sono stati già evidenziati i motivi che portano ad escludere l'ipotesi che un evento imprevisto sia intervenuto a modificare in itinere l'obiettivo di quell'intervento militare, così come deve escludersi che un intero battaglione sia stato colto da un raptus di follia omicida.
Sono stati altresì evidenziati i motivi che consentono di affermare, invece, che l'operazione era stata programmata e pianificata negli stessi termini in cui fu poi criminosamente realizzata. Infine, da quanto detto trattando della posizione di ciascun imputato nell'ambito del II Battaglione, si trae la prova della loro partecipazione all'azione posta in essere dal reparto, avendo i medesimi assunto un ruolo rilevante non solo nella gestione materiale degli uomini dislocati nelle varie località, ma già prima, nella fase organizzativa. In ogni caso, quand'anche non risultasse un loro contributo fattivo in quest'ultima fase (la prima in ordine logico e cronologico), dato il carattere unitario e coordinato dell'azione, che presuppone l'emanazione di ordini uniformi, la loro responsabilità deriverebbe anche soltanto dalla trasmissione ai subordinati di quegli ordini criminosi che, per le considerazioni esposte, non può che essere considerata, ai fini che ci occupano, condotta consapevole e volontaria.

14. Le cause di giustificazione.
Conclamata, come sopra esposto, la presenza sul luogo dell'eccidio ed il coinvolgimento nello stesso di tutti gli imputati, ne deriva, per quanto detto relativamente al concorso di persone, che tutti i medesimi possono essere chiamati a rispondere dei fatti in contestazione. Dunque, mette conto, ora di verificare se siano configurabili cause di giustificazione, che possano mandare tutti, o anche soltanto alcuni di loro, esenti da pena.

14.1 l'adempimento di un dovere
Una volta accertata la responsabilità dell'intero battaglione, la pianificazione della strage e la sua esecuzione attraverso la trasmissione dell'ordine lungo la scala gerarchica fino ai soldati, occorre accertare, innanzi tutto, se possa configurarsi la causa di giustificazione dell'adempimento di un dovere per aver gli imputati obbedito ad ordini dei superiori.
Norma di riferimento per il giudice è l'art. 40 c.p.m.p. che, pur essendo stato abrogato dalla L.382/1978, deve ritenersi applicabile ai fatti di causa in quanto più favorevole rispetto all'art. 51 c.p., oggi attualmente applicabile anche per i reati militari. Tale disposizione era così formulata:
”Per i reati militari, in luogo dell'art. 51 del codice penale, si applicano le disposizioni dei commi seguenti.
L'adempimento di un dovere, imposto da una norma giuridica o da un ordine di un superiore o di altra autorità competente, esclude la punibilità.
Se un fatto costituente reato è commesso per ordine del superiore o di altra Autorità, del reato risponde sempre chi ha dato I'ordine.
Nel caso preveduto dal comma precedente, risponde del fatto anche il militare che ha eseguito I'ordine, quando I'esecuzione di questo costituisce manifestamente reato”.

Sulla base di tali regole, che nella sostanza sono le medesime dell'art. 51 c.p. oggi vigente, di cui anzi si riteneva fosse soltanto un logico sviluppo, e di quelle del § 47 del codice penale militare tedesco, applicabile durante il conflitto mondiale, secondo il quale vigeva la regola della sostanziale irresponsabilità del militare esecutore dell'ordine, a meno che questo non avesse ad oggetto un fatto manifestamente criminoso.

Cardine della normale irresponsabilità per quanto commesso in esecuzione di un ordine, era la necessità di assicurare che una categoria di persone tanto particolare come i militari, i cui compiti istituzionali devono essere assolti con la prontezza che solo un ordine gerarchico impone, non si trovasse esposta a penose valutazioni, e conseguenti perdite di tempo, a fronte di quanto comandato. Pertanto, non potendosi esigere che il militare si trovasse esposto, eventualmente, al rischio di essere punito per il reato di disobbedienza, lo si riteneva non punibile per mancanza di volontà, e quindi di dolo, ogni qualvolta l'esecuzione dell'ordine determinasse la realizzazione di un reato.
Tuttavia, già nel 1941 (data di emissione del codice penale militare) era avvertita l'esigenza che tale obbedienza dovesse comunque incontrare un limite: si riteneva, cioè, che laddove i comportamenti richiesti configgessero in maniera intollerabile con i precetti che avrebbero dovuto governare la coscienza di ogni essere umano, qualunque militare si sarebbe dovuto opporre all'esecuzione dell'ordine (oggi si veda l'art. 4 L.382/1978 dulla disciplina militare). II problema si sposta, allora, sull'individuazione del limite oltre il quale l'ordine del superiore non svolge più la sua efficacia esimente, e si determina l'opposto dovere di disobbedienza.
Si è visto che il comma 4 della norma richiamata fa riferimento alla manifesta criminosità dell'ordine, criterio che viene costantemente inteso in senso oggettivo, a significare che, raggiunto quel limite, è lo stesso ordine che perde il suo carattere vincolante. Deve trattarsi, quindi, di un apprezzamento secondo la comune sensibilità, che chiunque può fare, e che, pertanto, è richiesto al subordinato chiamato a darvi esecuzione.
Nel caso di specie, anche ponendosi nell'ottica del militare tedesco impegnato all'operazione di Sant'Anna, il fatto non poteva non manifestare sicuri indici di criminosità. Si è più volte evidenziato che quella strage, nel suo genere, è stata la prima in cui vi è stato un sistematico ed indiscrimato sterminio della popolazione, ciò che avrebbe dovuto far suonare il primo campanello d'allarme, data la sua assoluta eccezionalità su quel fronte. Infatti, considerando l'alto numero delle vittime, l'assoluta mancanza di ostilità dei civili, la loro estraneità agli scontri con i partigiani nei giorni precedenti, ed in ogni caso l'assoluta sproporzione con qualunque perdita le stesse SS avessero subito in quella zona, qualunque soldato sarebbe stato in grado di capire che, prendendo parte all'esecuzione di quell'assurdo piano criminoso si commetteva una barbarie, un atto contrario a qualunque decenza, un sicuro crimine contro l'umanità (cruda, ma efficacissima, in proposito, la definizione di "grande porcata" usata dall'imputato CONCINA nell'interrogatorio reso in Germania il 21.07.2003).
Conseguentemente gli odierni imputati, tutti ufficiali o sottufficiali del reparto chiamato a quel feroce massacro, non potevano e non dovevano avere alcuna incertezza circa la manifesta criminosità di quell'ordine. Tanto più che tutti erano consapevoli del fatto che pur nella lotta antipartigiana era previsto che si seguissero le regole del diritto internazionale. Proprio sulla base di tale normativa, che aveva il suo fulcro nella Convenzione dell'Aja del 1907, il Generale SIMON, nella dichiarazione spontaneamente rilasciata il 26.11.1946, quando era prigioniero di guerra (acquisita all'udienza del 3.11.2004), ha specificato che anche per le battaglie contro i partigiani esistevano regolamentazioni precise. Tra queste vi è quella che escludeva l'uccisione dei catturati, da inviare, invece, alle Corti o alla Corte Marziale per essere processati (pag. 5), nonché quella, relativa alla popolazione, secondo cui donne e bambini dovevano essere lasciati liberi, a meno che non fosse evidente una qualsiasi partecipazione al combattimento (pag. 8). Queste disposizioni erano tutte ben conosciute dal personale, perchè contenute nel ”Manuale del Servizio Militare Comando e Battaglia” ("Fuehrung e Gefecht"), capitolo sulla guerriglia (Kleinkrieg), e nel “Manuale Speciale per la battaglia contro i Partigiani”, cui si aggiungevano numerose disposizioni delle varie autorità di comando. I principi fondamentali ricavabili da tutte tali fonti erano, infine, contenuti nel “Quaderno della Battaglia contro i Partigiani”, che lo stesso SIMON sembrò ricordare come costituente allegato del libro paga di ogni soldato.
Anche Max PAUSTIAN, collaboratore di SIMON, nella dichiarazione rilasciata nel corso del dibattimento celebrato a Padova a carico di quest'ultimo, pur ammettendo di conoscere I'ordine principale e le direttive di KESSELRING per la Iotta ai partigiani, ammise di sapere che, anche nell'eventualità fossero state disposte contromisure nei confronti di questi ultimi, avrebbero dovuto comunque essere risparmiate donne e bambini, perchè non avevano nulla a che vedere con i partigiani.
Nello stesso senso sono i riferimenti fatti da Gerhard SCHREIBER, consulente del P.M. nel processo PRIEBKE, del cui esame è stato acquisito il verbale con il consenso delle parti, ad eccezione della difesa SOMMER e SCHONEBERG. Tale opposizione, però, è ininfluente, giacchè data la messe di informazioni che al riguardo provengono aliunde, quel reperto dibattimentale non necessita ai fini del giudizio.
Nel corso delle più recenti indagini anche il teste PICHLER (maresciallo della Divisione non partecipe dell'eccidio perchè rientrato in Germania prima del fatto), nella deposizione resa l'11.04.2003 per rogatoria, dopo aver detto di aver partecipato solo alle operazioni nella zona di Siena prima di essere ferito e rimpatriato, ha confermato che le disposizioni ricevute imponevano la tutela della popolazione civile, ed erano ben conosciute da tutto il personale perchè appese su delle tavole nei campi e scritte nel loro libro paga. Inoltre, "essendo una truppa scelta", dovevano rispettarle ed erano addirittura addestrati a farlo (cfr. verbale acquisito al fasc. dib. n. 3, cartella 2).
La notorietà del divieto si deduce, indirettamente, anche dal fatto che lo stesso SIMON, chiamato a rispondere dei crimini commessi in molte località italiane dalla sua divisione, in parte ha giustificato alcuni crimini, in parte ha invece negato proprio le peggiori atrocità (dice che non avrebbe mai dato disposizioni tanto palesemente in contrasto con le leggi e gli usi di guerra), in ciò clamorosamente smentito prima dalla Corte britannica (a Padova nel 1947), che lo riconobbe colpevole anche dell'eccidio di Sant'Anna, poi da tutta la storiografia successiva, che ha invece confermato la storicità degli avvenimenti più cruenti che lui aveva negato.
Parimenti lo si deduce dalle dichiarazioni rilasciate da KESSELRING (il 17.10.46 quando era prigioniero di guerra) il quale, tentando di smentire le testimonianze sulle atrocità naziste commesse nel territorio italiano, delle quali la strage di Sant'Anna è senz'altro una delle peggiori, negò di averle mai ordinate, proprio perche "molti dei crimini quali furti, saccheggi e incendi ingiustificati, erano direttamente in antitesi con le severe regolamentazioni penali" (fascicolo dibattimento n.1, all. 229 della cartella n. 5 proveniente dal fald.H del P.M.).
A rigore, poichè si tratta di fatti caratterizzati da un'imperiosa evidenza, oltre che da un altissimo contenuto di disvalore, non sarebbe neanche necessario dimostrare la consapevolezza di quella criminosità, tant'è vero che l'art. 8 dello Statuto del Tribunale di Norimberga sanciva direttamente l'inescusabilità dell'ordine avente ad oggetto crimini di guerra, attraverso una presunzione assoluta di manifesta criminosità che esentava il giudice da qualunque ulteriore riscontro. Ciò in ragione del fatto che il carattere delittuoso esclude l'efficacia esimente dell'ordine già sotto il profilo oggettivo, rendendo, quindi, del tutto irrilevante anche l'insindacabilità putativa (Cass., sez. I, 16.11.1998, Priebke; ma, già prima, Cass., sez. V, 28.5.1984, Guerrieri, ivi richiamata).

14.2 Lo stato di necessità
Una volta stabilito che nessun dovere di obbedienza imponeva l'esecuzione di un piano tanto manifestamente criminoso, ci si deve domandare se all'esclusione della punibilità si debba pervenire per altra via e, segnatamente, facendo riferimento al fatto che gli imputati possano aver agito in stato di necessità. Secondo l'art. 54 c.p.,
”Non è punibile chi ha commesso iI fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, nè altrimenti evitabile, sempre che iI fatto sia proporzionato al pericolo.
Questa disposizione non si applica a ci ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo.
La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall'altrui minaccia; ma in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi I'ha costretta a commetterlo”
.

Il dubbio è alimentato, prima di tutto, dal saggio "Tra Storia e Memoria", curato da Marco PALLA, ove si riporta una testimonianza indiretta (di tale GIANNELLI), di cui non è però mai stata accertata la fonte, secondo la quale “fra i morti (dietro la chiesa) fu trovato anche un soldato tedesco riconoscibile dai colori e dalla tuta mimetica, probabilmente uno che si era rifiutato di sparare contro tutti quegli innocenti".
Al riguardo il Prof. PEZZINO ha aggiunto che lo stesso particolare era stato riferito anche da testimoni ben individuati, per esempio Alderano VECOLI, il quale, sentito nell'ambito del processo REDER (la cui testimonianza è nel volume 14, foglio 350 di quel processo), ha detto e sostenuto di aver visto sulla piazza della chiesa, in cima al mucchio di cadaveri attorno all'albero, il cadavere di due militari tedeschi, da lui riconosciuti, però, soltanto dai lembi della divisa perchè il resto era bruciato. Al loro riguardo si sentì dire che erano austriaci, e che erano stati giustiziati perchè si erano rifiutati di partecipare all'eccidio. Testimonianza analoga è stata riportata da Mario BERTELLI, che sulla piazza della chiesa vide un fucile e qualcosa che sembrava essere una giberna militare. Anche a lui fu raccontato che si trattava di due tedeschi che erano stati fucilati assieme alle vittime perchè si erano rifiutati di sparare contro le donne.
Nel corso del presente procedimento anche Avio PIERI, nelle s.i.t. Del 14.03.2003 (acquisite all'udienza del 15.12.2004), ha dichiarato che quando il mattino successivo alla strage tornò a Sant'Anna, sul lato destro della catasta di cadaveri, due avevano la divisa dell'esercito tedesco, gli stivali, l'elmetto e il fucile Maser: anche lui, in seguito, sentì dire che erano soldati che si erano rifiutati di sparare agli abitanti.
II Prof. PEZZINO, però, non soltanto ridimensiona le voci raccolte da tali testimoni, ma ritiene anzi improbabile la circostanza, dato che in quasi tutti gli episodi di strage si è diffusa la voce di uno o più tedeschi "buoni" che, essendosi rifiutati di partecipare all'eccidio, sarebbero stati giustiziati dai loro commilitoni. Una voce simile, per esempio, si era diffusa anche per la strage di Civitella Val di Chiana, dove peraltro non vi è mai stata una reale prova che simili episodi fossero veri.
In proposito costruisce un dato che può senz'altro essere definito ormai notorio la circostanza che nei numerosi processi nei confronti di criminali nazisti, a partire da quello di Norimberga, sia stata sempre invocata tale esimente senza che, però, sia stato comprovato un solo caso di esecuzioni sommarie di militari disobbedienti, in specie in quelli celebrati nel primo dopoguerra, quando vi era la possibilità di sentire numerosissime SS ancora in mano alleata.
In tal senso sono le informazioni fornite dal Prof. PEZZINO, il quale ha ricordato, in particolare, che non risulta traccia di processi a carico di militari tedeschi rifiutatisi di dare esecuzione agli ordini più scellerati, tant'è vero che anche in relazione all'attentato di via Rasella, per il quale il comandante del reparto tedesco cui appartenevano le vittime si era rifiutato di dar corso alla rappresaglia (e per la quale furono poi impiegate le SS di KAPPLER), non subì alcuna conseguenza.

Agli stessi sostanziali risultati pervenne anche l'Ufficio centrale delle Amministrazioni giudiziarie regionali per l'accertamento dei crimini nazisti di Ludwigsburg, che dal 1958 esaminò centinaia di casi in cui era stato affermato che la mancata esecuzione avrebbe causato un pericolo mortale, senza però individuarne nemmeno uno. E difatti, alla luce di quelle "deludenti" ricerche, a partire dai processi celebrati dagli anni ‘70, anche le difese degli imputati hanno, quasi sempre, rinunciato a battere una strada rivelatasi impercorribile.
Tutte tali considerazioni sarebbero, comunque, più calzanti in relazione all'eventuale conflitto interiore del militare chiamato materialmente a dare esecuzione all'ordine di sparare, cioè ad un soggetto che versa in una situazione psicologica connotata da particolare pathos e, non, dalla freddezza ed opportunità di riflessione che, invece, accompagna la fase ideati e preparatoria. Ma nel presente procedimento, ad eccezione del reo confesso GORING, gli imputati non sono neppure chiamati a rispondere per aver materialmente premuto il grilletto, ciò che peraltro potrebbero aver fatto benissimo.
Come si è avuto modo di rilevare in ordine alla pianificazione della strage, il ruolo da essi ricoperto nella organizzazione ed attuazione della stessa, fa si che per l'accertamento della loro responsabilità non si debba avere esclusiva riguardo alla materiale partecipazione alla soppressione fisica delle vittime, fase finale di attuazione del piano, ma vada valutato in riferimento al momento in cui ciascuno ha prestato il suo contributo.
E allora, poichè l'eccidio non fu un'operazione improvvisata in nessuno dei suoi aspetti, ma, anzi, scrupolosamente preparata, e data l'importanza e l'autonomia funzionale garantita anche alle unità più piccole, tutte sotto il comando perlomeno di sottufficiali, deve ritenersi che il primo momento in cui ciascuno degli ufficiali o dei sottufficiali impiegati fornì il proprio decisivo contributo sia stato proprio quello in cui vi fu la comunicazione dell'obiettivo da perseguire e la ripartizione delle rispettive competenze.
Si allude a quegli incontri che, con certezza, hanno preceduto l'inizio dell'operazione, e in cui ciascuno, con la sola garanzia della presenza propria e dei propri uomini, ha reso possibile la pianificazione con quelle modalita e con quell'obiettivo. E' allora ragionevole ritenere che già in quel momento, quando la pressione psicologica non poteva che essere inferiore, chi avesse voluto avrebbe potuto manifestare il proprio dissenso o soltanto le proprie perplessità, quindi consentendo una modifica del piano o una semplice sostituzione nell'incarico. E considerando la dedizione e l'assoluta fedeltà delle SS, soprattutto di quelle ideologicamente più motivate, come senz'altro sono ufficiali e sottufficiali, un eventuale rifiuto di collaborazione o partecipazione anche nella fase preparatoria sarebbe stata certamente risaputa tra loro e tra i loro uomini. Ma di ciò, invece, nessuno ha mai dato notizia, nè tra le informazioni fornite dai militari agli Alleati e ai primi inquirenti italiani, nè dai testimoni di questo processo nè, soprattutto, dagli imputati sentiti con rogatoria internazionale, ciò che indirettamente conferma l'adesione di ciascuno di loro a quel folle proposito.

D'altra parte neanche le voci dei due tedeschi uccisi nel piazzale della chiesa a Sant'Anna hanno trovato riscontri decisivi. Innanzitutto occorre considerare che, data la scrupolosa attenzione con cui i reparti tedeschi annotavano le vicende relative al proprio personale, episodi siffatti avrebbero costituito oggetto delle puntuali annotazioni sui documenti del reparto, ove, però, non se n'è trovata trovata alcuna traccia. Si è già visto, invece, che dei ferimenti di EGGERT ed HERBST, avvenuti proprio quel giorno e nel corso dell'operazione, e fatta invece specifica menzione ai numeri 277 e 278 del rapporto perdite del 12 agosto, dove sono indicati, con maniacale precisione, la data, il luogo della perdita, il reparto di appartenenza, la piastrina di riconoscimento, la parte del corpo lesa, il motivo della lesione ed altro. E' allora assolutamente inverosimile ipotizzare che la morte di altri due militari, ben più grave del semplice ferimento di quelli dell'8a Compagnia, non sia stata in alcun modo riportata, nè riferita da alcuno dei testimoni tedeschi sentiti nel corso del procedimento, soprattutto in un periodo come quello, in cui le SS avevano già avuto grosse perdite umane ed avevano gli organici ridotti al minimo.
Né è privo di rilievo il fatto che la logica induce ad escludere che dei due militari si potesse far perdere in tal modo ogni traccia, senza darne conto ai superiori ed ai familiari, e senza che la loro infedeltà potesse in qualche modo riverberare sotto il profilo matricolare. Inoltre deve ritenersi che se davvero fossero stati uccisi per essersi riflutati di sparare, i superiori gerarchici avrebbero avuto tutto l'interesse a divulgare la notizia per "educare" il resto dei militari e garantirsi, sempre, una pronta e fedele esecuzione degli ordini.
Non si può escludere, peraltro, che i lembi delle divise viste sulla catasta di cadaveri appartenessero a qualche italiano che indossava l'uniforme tedesca. Al riguardo si ha notizia di qualche partigiano che talvolta, proprio per ingannare il nemico, vestiva tale divisa. Ce lo dice, innanzitutto, Max SIMON nella dichiarazione rilasciata il 26.11.1946, ove parla espressamente di “Partigiani che indossavano uniformi Tedesche ed Italiane”, che in tal modo ingannavano gli autisti e i passeggeri dei convogli tedeschi. Ma se ne ha riscontro anche nei documenti della 14a Armata, ove si menziona l'uccisione di “banditen” con la divisa tedesca, ove appunto i banditi sono proprio i partigiani. E con riferimento alla strage di Sant'Anna, potrebbe spiegare quelle due divise semi-bruciate quanto indicato nel bollettino della 14a Armata, sez. I. C., del 14.08.44 dove, proprio in relazione ad un'operazione del 12 agosto, si parla dell'uccisione di banditi che indossavano la divisa tedesca.
Alle stesse conclusioni, peraltro, era già pervenuto Enio MANCINI, uno dei sopravvissuti che ha condotto molti studi e che ha raccolto molte testimonianze. Anche lui inizialmente fu indotto a pensare che si trattasse di un tedesco per via della divisa, per poi convincersi, invece, sulla base di una piastrina ritrovata tra i cadaveri della piazza, ed ora conservata nel museo di Sant'Anna, che si potesse trattare di un italiano, uno di quegli ex prigionieri poi costretto ad arruolarsi, come spiegato dagli storici, o un repubblichino della prima ora, che dopo l'8 settembre si era schierato dalla loro parte entrando come SS italiana.

Per la posizione del GORING, che rivestiva il meno elevato grado e che si trovò certamente a dare attuazione all'ordine di uccidere, oltre alle considerazioni già sviluppate in termini generali, va considerato che egli stesso ha rappresentato che il pericolo di essere ucciso in caso di rifiuto di obbedienza era solo supposto. Infatti egli ha dovuto ammettere di non essere a conoscenza di un solo caso di fucilazione sommaria.
In questo senso sembrerebbe che la sua convinzione di dover sparare derivasse, non da un concreto ed effettivo pericolo, bensì da quella educazione acquisita nel Corpo delle SS (anche a motivo delle quali sono divenute "celebri") secondo cui agli ordini bisogna sempre obbedire. Quindi esecuzione di ordini - pur se manifestamente criminosi – come costume di vita, e non come necessità di salvare la propria esistenza. D'altra parte sarebbe singolare ipotizzare che in un'organizzazione feroce come le SS potesse reggersi ed operare solo sotto la spinta della necessità di sopravvivenza degli adepti, piuttosto che della convinta adesione di quei metodi ed obiettivi. Invero, aderendo alla tesi qui avversata non si saprebbe chi individuare come mente ideativa e propulsiva dell'operare delle SS, giacchè non si saprebbe come sceverare gli "operatori convinti" da quelli che, invece, erano mossi soltanto dal timore della propria vita. Si può pensare, invero, che ad organizzare feroci e efficientissime operazioni criminali possano essere stati soggetti che avevano come obiettivo soltanto la propria salvaguardia? A tal riguardo non è inutile il richiamo contenuto in una nota pronuncia concernente un crimine nazista nella quale, proprio al fine di confutare la ricorrenza dello stato di necessità, si pone in rilievo l'episodio di un ufficiale il quale in occasione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine "non
ebbe la forza" di sparare e, lungi dall'essere giustiziato a sua volta sul posto, venne "amorevolmente" assistito da un superiore, il quale lo affiancò nell'esecuzione del criminoso incombente. Ma allora è facile obiettare che si tratterebbe di un'esimente meramente allegata, ma non sostenuta da alcun fatto concreto, pertanto tale da non giustificare l'erroneo convincimento di trovarsi in tale situazione (Cass., Sez. VI, n 436 del 16/09/2004, dep. 13/01/2005 Rv. 230857; già prima sempre Sez. VI, n. 15484 del 12/02/2004, dep. 01/04/2004 Rv. 229446). Si tratterebbe, al più, del timore di future rappresaglie che però, non essendo state neanche minacciate, non configurano una situazione riconducibile all'art. 54 c.p., vertendosi in una situazione di pericolo assolutamente indeterminato (Cass., sez. I, 6 aprile 1987, Aruta; più di recente Sez VI, n. 27866 del 04/06/2001, dep. 11/07/2001 Rv. 220272).
D'altro canto, per quanto riguarda specificamente il GORING risulta che l'imputato, essendosi arruolato come volontario nelle SS, di cui erano già note l'ideologia e i metodi, oltre che l'assoluta e cieca fedeltà al Fuhrer ed a tutta la catena gerarchica, evidentemente conquistato da quei valori ha spontaneamente aderito al Corpo, pur potendo prestare il proprio servizio alla Patria in qualunque altra forza armata, con ciò ponendosi al di fuori del campo d'applicazione della richiamata scriminante.
Nè potrebbe affermarsi che al momento dell'arruolamento, vista anche la giovane età, non poteva sapere a quali crimini sarebbe stato chiamato in futuro, e quindi in quale penosa necessità si sarebbe potuto trovare. Infatti la strage non è stata compiuta all'indomani del suo ingresso nelle SS, quando ancora si sarebbe potuto dire che non sapeva a cosa sarebbe andato incontro, bensì dopo oltre quattro anni di servizio maturati nei fronti più "caldi", compreso quello russo dove le SS avevano già dato "buona prova" di sè.
In definitiva anche l'imputato GORING è penalmente responsabile del reato contestatogli per aver coscientemente e volontariamente, al di fuori di qualunque situazione scriminata, posto in essere la condotta ascrittagli nel capo d'imputazione.
Per tutti gli attuali imputati, inoltre, vi è da considerare che si tratta di militari sceltissimi, con una specifica formazione, orientata proprio alla partecipazione ad operazioni come quella di Sant'Anna, tant'è che il Reparto venne spostato dall'Europa orientale in Italia anche per fronteggiare l'insidia partigiana, nella quale avevano acquisito specifica esperienza.
Come è dato ricavare dalle storie personali di ciascuno, essi erano particolarmente motivati, nonchè mossi da spirito di emulazione e desiderio di carriera. Avute presenti tali considerazioni si giunge inevitabilmente ad escludere che essi possano aver minimente pensato di dover agire sotto la spinta della minaccia di morte o, anche soltanto di conseguenze pregiudizievoli. Sarebbe ben singolare, infatti, immaginare che le SS si reggessero sul terrore e che anche gli ufficiali, fino ai gradi più alti, possano aver non condiviso metodi ed obiettivi, ed aver operato soltanto per non essere giustiziati o magari puniti o trasferiti. Peraltro, ipotesi di "rischio", quali degradazioni, punizioni, trasferimenti punitivi, o mancate progressioni di carriera, non potrebbero giammai giungere ad integrare gli estremi dello stato di necessità, per l'evidente contrasto con il requisito della proporzione del danno minacciato con la condotta criminosa posta in essere.
Nè è privo di rilievo osservare, da ultimo, che, portando alle estreme conseguenze la linea difensiva dello stato di necessità si arriverebbe al paradosso - respinto con decisione da tutte le sentenze per crimini di guerra - di giustificare gli imputati a tutti i livelli gerarchici, finendo con l'impossibilità di addebitare ad alcuno, se non al Capo supremo, cioè al Fuhrer stesso, la responsabilità di tutto. Vero è, invece, che nelle SS l'ideologia di fondo era assolutamente condivisa e gli obiettivi comuni a tutti, condizioni queste, necessarie per la stessa esistenza del Corpo.
Come si può, allora, sostenere che la vile ed ignobile azione a Sant'Anna possa essere stata soltanto il portato di una coazione, e non la lucida attuazione di un deliberato e condiviso proposito? La gratuita di certe condotte, andate ben al di là del necessario e dell'immaginabile, è chiaro indice del fatto che il tragico risultato è stato perseguito con sentita partecipazione ed attenta esecuzione.
Tutti gli imputati (tranne il GORING) avevano qualificate posizioni funzionali ed una "storia" personale (TOTENKOPF) che inducono ad escludere che si possa soltanto ipotizzare che essi non condividessero i metodi ed avessero una posizione contrastante con l'operazione. E' ben difficile immaginare che militari di tal fatta possano avere avuto posizioni dissonanti ed aver ottemperato ai criminosi ordini per non rischiare la vita.

15. Cause di estinzione del reato: l'inapplicabilità dell'amnistia di cui D.P.R. 4 giugno 1966 n.332.
Non può essere accolta la richiesta della difesa GROPLER di ritenere il reato de quo estinto per l'intervenuta amnistia di cui all'art. 2 del D.P.R. 4 giugno 1996. La disposizione richiamata prevede la concessione dell'amnistia, tra l'altro, per:
a) per i reati commessi dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946 da appartenenti al movimento della resistenza o da chiunque abbia cooperato con esso, se determinati da movente o fine politico, o se connessi con tali reati ai sensi dell'art. 45, n. 2, del codice di procedura penale;
b) per i reati commessi, dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946, anche da altri cittadini che si siano opposti al movimento di liberazione, se determinati da movente o fine politico, o connessi con tali reati ai sensi dello art. 45, n. 2, del codice di procedura penale;

Sul punto soccorre la giurisprudenza di legittimità, che ha escluso l'applicazione del decreto clemenziale, osservando che, “... alla stregua del testuale tenore dell'art. 2, comma primo, lett. b), del D.P.R. 4 giugno 1966 n. 332, l'amnistia ivi prevista per i reati commessi dal 25 luglio 1943 al 2 giugno 1946 (compresi i reati militari diversi da quelli indicati nel successivo art. 4 dello stesso D.P.R.), si applica soltanto ai cittadini dello Stato italiano e non anche ai cittadini stranieri, atteso che il provvedimento di clemenza si proponeva un fine di pacificazione nazionale fra i cittadini italiani in relazione agli eventi bellici interni seguiti alla caduta del regime fascista ed alla nascita della c.d. Repubblica sociale italiana. Nè può in contrario valere, ove si tratti di stranieri aventi la cittadinanza di uno dei paesi aderenti all'Unione europea, il richiamo all'art. 8 del trattato di Maastricht, reso esecutivo in Italia con legge 3 novembre 1992 n. 454, con il quale viene istituita la cittadinanza dell'Unione, e si stabilisce che i cittadini dell'Unione "godono dei diritti e sono soggetti ai doveri previsti dal presente Trattato", giacchè quei diritti, come specificato nel secondo comma dello stesso art. 8, sono soltanto - in assenza di un'apposita dichiarazione da presentarsi alla presidenza dell'Unione - quelli di petizione, di libera circolazione in tutti gli Stati dell'Unione, di voto amministrativo nel luogo di residenza, di voto attivo e passivo per il parlamento europeo, di tutela all'esterno del territorio dell'Unione da parte di qualunque autorità diplomatica europea”. (Cass., Sez. I pen., 22 febbraio 2002, sentenza n. 15139, PRIEBKE, in Ced Cass., Rv. 221865; conf. Sez. I, 08 ottobre 2002, sentenza n. 40999, Seifert, ivi, Rv. 222756.

16. La determinazione della misura della pena.
Essendosi pervenuti alla conclusione che si deve affermare la penale responsabilità di tutti gli imputati in relazione ai reati aggravati e continuati come correttamente qualificati in rubrica, si deve, ora, passare all'illustrazione dei motivi che hanno determinato la commisurazione della pena.

16.1 Le circostanze aggravanti.
Senz'altro applicabile agli imputati è l'aggravante di cui all'art. 47 n. 2 c.p.m.p., in quanto tutti loro rivestivano un grado militare al momento del fatto.
Per tutti gli imputati (tranne che per il GORING, per i motivi che ci si appresta a dire), è senz'altro ravvisabile l'aggravante di cui all'art. 58 n. 1 c.p.m.p., essendo i medesimi concorsi nel reato certamente con l'inferiore in grado GORING. Va soggiunto che, come è noto, l'aggravante in parola è pienamente compatibile con quella del grado rivestito (art. 47 n. 2 c.p.m.p.), avendo le due disposizioni diverso fondamento (T.S.M., 20
maggio 1950, in Giust. Pen , 1965, II, 297), in quanto la maggior gravità del fatto commesso in concorso con l'inferiore e correlata al disdoro conseguente, che ben è ravvisabile anche quando i concorrenti siano rivestiti di un grado e tra loro vi sia un subordinato. Per il GORING, invece, l'aggravante non è ravvisabile, in quanto, secondo I'insegnamento della giurisprudenza, la sua applicazione è subordinata alla contestuale affermazione di penale responsabilità nei riguardi di almeno un inferiore in grado (C.M.A. di Roma, 20 luglio 1982, in Rass. Giust. Mil., 1982, 664), il che non si verifica nella specie, non essendovi imputati di grado inferiore al sunnominato.

Parimenti ravvisabili sono le attenuanti di cui all'art. 112, comma 1, n. 1 c.p. (fatto
commesso da più di cinque persone) e all'art.112, comma 1, n. e c.p. (aver determinato a commettere il reato persone soggette).
Quanto alla prima di esse, è oggettiva la circostanza che il reato fu commesso da più di cinque persone, essendo già in numero di dieci i soli imputati.
Anche la seconda di tali aggravanti (non contestata soltanto al GORING) va riconosciuta, in quanto tutti gli imputati, stante la loro posizione funzionale nell'ambito del reparto, hanno determinato a compiere la strage militari loro sottoposti, avvalendosi della forza di persuasione correlata alla propria autorità di comando, riconoscibile anche nel GORING, dato che egli, pur rivestito del grado di caporale aveva alle sue dipendenze certamente un "servente" alla mitragliatrice, come si è avuto modo di illustrare. Al riguardo va precisato che - diversamente da quanto vale per l'art. 58 cp.m p. - l'aggravante de qua è ravvisabile indipendentemente dall'affermazione di penale responsabilità di coimputati "soggetti all'autorità", stante la clausola di cui all'ultimo comma dell'art. 112 c.p. Inoltre, essa è senz'altro compatibile con quella prevista dall'articolo del codice penale militare da ultimo richiamato, avuta presente la formulazione letterale di quest'ultimo (... nel caso di concorso di più persone nel reato militare, la pena da infliggere per il reato commesso è aumentata, oltre che nei casi in cui ricorrano le circostanze degli artt. 111 e 112 o quelle del secondo comma dell'art. 113 del codice penale, anche per il superiore che è concorso nel reato con un inferiore).

Deve, invece, essere esclusa per tutti gli imputati, l'aggravante di cui all'art. 47 n. 3 c.p.m.p. (l'aver commesso il fatto con le armi in dotazione) giacchè la ratio della stessa è quella di punire più severamente gli utilizzi distorti od impropri dell'arma in dotazione, in ragione, soprattutto, delle limitazioni che ne possono derivare per l'uso "istituzionale".
Nel caso in esame, però, è evidente che, essendosi in presenza di un'azione posta in essere da un reparto militare, l'impiego delle armi di cui il reparto stesso disponeva si rivela privo della connotazione gravatoria sopra descritta.

Attenta riflessione meritano le altre tre aggravanti contestate - cioè quele di cui all'art. 577 n. 3 c.p. (l'aver commesso il fatto con premeditazione) ed all'art. 577 n. 4 c.p., in relazione all'art. 61 n. 1 c. p. (l'aver agito per motivi abietti) ed all'art. 61 n. 4 c.p. (l'aver adoperato sevizie o I'aver agito con crudeltà verso le vittime) - se non altro in considerazione del fatto che, per il combinato disposto di dette norme con l'art. 185 c.p.m.g., il riconoscimento anche di una soltanto di tali aggravanti comporta la pena dell'ergastolo in luogo di quella delle reclusione.
Per il suo carattere per cosi dire "pregiudiziale", è opportuno prendere le mosse dall'aggravante di aver agito con premeditazione. Secondo l'insegnamento della Corte Regolatrice, “... nel delitto di omicidio la circostanza aggravante della premeditazione, prevista dall'art. 577, comma 1 n. 3, c. p., richiede due elementi: uno, ideologico, o psicologico, consistente nel perdurare, nell'animo del soggetto, di una risoluzione criminosa ferma ed irrevocabile; l'altro, cronologico, rappresentato dal trascorrere di un intervallo di tempo apprezzabile fra I'insorgenza e l'attuazione di tale proposito” (ex plurimis: Cass., Sez. I pen., sentenza n. 27307 del 18 giugno 2003, in Ced Cass., rv. 225261). Orbene, quanto illustrato sopra relativamente all'organizzazione ed alla pianificazione dell'eccidio consente di affermare con nettezza che ricorre l'aggravante de qua, essendo evidente che entrambi gli elementi strutturali delta stessa sono ravvisabili nella attenta e minuta organizzazione dell'operazione da parte del Comando del reparto.
Pregnante è, sul punto, la distinzione fatta dalla giurisprudenza tra mera preordinazione del delitto - intesa come apprestamento dei mezzi minimi necessari all'esecuzione, nella fase a questa ultima immediatamente precedente - e premeditazione - intesa come radicamento e persistenza costante, per apprezzabile lasso di tempo nella psiche del reo, del proposito omicida - del quale sono sintomi il previo studio delle occasioni ed opportunità per l'attuazione, un'adeguata organizzazione di mezzi e la predisposizione delle modalità esecutive del crimine (così Cass. Sez. I pen., sentenza n. 3082 del 05 marzo 1996, in Ced Cass., rv. 204299). Nè, ovviamente, può essere subordinata l'applicazione dell'aggravante alla necessità che la preventiva preordinazione dell'azione abbia avuto ad oggetto tutti i suoi minuti dettagli, essendo sufficiente che la condotta sia stata programmata nel suo nucleo essenziale, sicchè restano fuori aspetti quali il concreto numero delle vittime e le specifiche modalità di uccisione di ciascuna, tutti profili che, come ci si appresta a dire, possono, invece specifico rilievo per quanto attiene all'aggravante di cui all'art. 61 n. 4 c.p.
Nessun dubbio si può nutrire circa l'estensibilità di tale aggravante a tutti gli imputati.
Infatti, si è già avuto modo di sottolineare trattando della pianificazione dell'operazione che tutti gli imputati, dato i gradi rivestiti e gli incarichi ricoperti, furono senz'altro partecipi della fase organizzativa, o almeno di quella attuativa, che nella prima ha trovato i motivi del suo drammatico "successo", senza che la minima deflessione intervenisse nell'arco di tempo, pur non trascurabile, intercorso tra l'una fase e l'altra. Va soggiunto, ad ulteriore riprova della ricorrenza dell'aggravante, ove mai lo si stimasse necessario, che neppure la constatazione dell'assoluta assenza di resistenza o di pericolosità degli inermi abitanti (solo anziani, donne e bambini) ha fermato l'atroce disegno, posto in essere fino alle estreme conseguenze, e con i metodi più efferati per tutta la mattinata di quel tragico 12 agosto 1944.

In proposito conforta l'insegnamento della Suprema Corte, secondo il quale “... la circostanza aggravante della premeditazione può estendersi anche al concorrente nel reato quando risulti provata la conoscenza effettiva e la volontà adesiva al progetto, cosicchè egli faccia propria la particolare intensità dell'altrui dolo. (Fattispecie in cui l'imputato era pienamente consapevole del progetto omicidiario di una organizzazione criminale, essendo stato presente ai preparativi ed al controllo delle armi)” (Cass., Sez. I, sentenza n. 12879 del 24 gennaio 2005, in Ced Cass., rv. 231124). Si è detto, ancora, che “... anche dopo la modifica dell'art. 118 cod. pen., introdotta con la legge 7 febbraio 1990 n. 19, deve ritenersi che, pur se non è sufficiente, perchè I'aggravante della premeditazione possa comunicarsi al concorrente nel reato, la mera conoscibilità da parte di costui, la conoscenza effettiva legittimi l'estensione dell'aggravante stessa: ed invero, se il concorrente, pur non avendo direttamente premeditato I'omicidio, tuttavia ad esso partecipa nella piena consapevolezza, maturata prima dell'esaurirsi del proprio volontario apporto alla realizzazione dell'evento criminoso, dell'altrui premeditazione, la sua volontà adesiva al progetto investe e fa propria la particolare intensità dell'altrui dolo, talchè la relativa aggravante non può non essere riferita anche a lui”. (Cass., Sez. I, sentenza n. 6182 del 28 aprile 1997, int, rv. 207997).
Tali considerazioni si attagliano pienamente alla posizione degli imputati ed anche a quella del GORING, il quale ha riferito di essere stato a conoscenza sin dal giorno precedente che l'intero battaglione sarebbe stato impegnato in un'operazione anti partigiana.

Relativamente all'aggravante di cui all'art. 61 n. 1 c.p. (l'aver adoperato sevizie o I'aver agito con crudeltà verso le vi(time) la giurisprudenza insegna che il motivo abietto attiene alla formazione della volontà del soggetto agente, ed è tale qualora riveli in quest'ultimo un così elevato grado di perversità da destare un profondo senso di ripugnanza e di disprezzo in ogni persona di moralità media (Cass., Sez. I pen., sentenza n. 10359 dell'8 ottobre 1993, in Ced Cass., rv. 197899). Orbene, la ricostruzione dell'eccidio, come risultante dall'esposizione in fatto, ha posto in sconvolgente rilievo l'irrefrenabile determinazione e la mancanza del sia pur minimo briciolo di moralità mostrata dal reparto militare di cui facevano parte gli imputati, i quali senza nessun freno - nonostante fossero loro ben noti i principi del diritto bellico - perseguirono l'obiettivo del deliberato annientamento degli abitanti del paese e l'inaridimento anche delle fonti di sostentamento degli eventuali scampati (si pensi agli incendi, alle devastazioni, alle uccisioni degli animali, che comprometteva ogni possibilità di sopravvivenza in zona di guerra). Tutti profili, questi, che appaiono ictu oculi manifestamente idonei a riempire di contenuto la contestazione dell'aggravante di cui trattasi.

Passando all'aggravante prevista dall'art. 61 n. 4 c.p., va ricordato il contenuto oggettivo e prevalentemente fisico delle sevizie, e quello oggettivo e prevalentemente morale della crudeltà. Secondo la costante giurisprudenza del Supremo Collegio, per ravvisare la maggiore gravità della condotta che giustifica una pena più severa, si devono poter cogliere gli indici di una particolare malvagità d'animo dell'agente (Cass., Sez. I,
sentenza n. 5901 del 14 febbraio 1980, in Ced Cass., rv. 145246; Cass., Sez. V pen., sentenza n. 5678 del 17 gennaio 2005, ivi, rv. 230745
). Si deve, in sostanza, poter addebitare al colpevole di aver oltrepassato i limiti di normalità causale nella produzione dell'evento e di aver trasmodato in una manifestazione di efferatezza, infliggendo sofferenze alla vittima (sevizie), o di essersi comportato verso la stessa, o verso altri, anche al di fuori dei mezzi di attuazione del reato, in modo tale da determinare una sofferenza anche morale (crudeltà).
Ancora si è sottolineato che per la sussistenza dell'aggravante di cui trattasi “... occorre
un quid pluris rispetto all'esplicazione dell'attività ordinariamente necessaria per la consumazione del reato, poichè proprio la gratuità dei patimenti cagionati rende particolarmente riprovevole la condotta del reo, rivelandone I'indole malvagia, la pravità di animo e I'insensibilità ad ogni richiamo umanitario”
(Cass., Sez. I pen., sentenza n. 12083 del 06 ottobre 2000, in Ced Cass., rv. 217346).

Ciò premesso in punto di diritto, ritiene il Tribunale che la drammatica incisività di quanto ricostruito in fatto sulla scorta degli strazianti ricordi dei sopravvissuti, e di coloro i quali, pur scampati alla strage, non hanno vissuto abbastanza per poter testimoniare in questo processo, costituisca la conferma più pregnante della ricorrenza dell'aggravante. Invero, avendo presenti i dolorosi racconti dei testimoni, si può senza alcun dubbio porre nella massima evidenza lo sconvolgente eccesso di malvagità dell'azione delle SS a Sant'Anna, connotata, sia nel loro profilo ideativo che nell'estrinsecazione esecutiva, da una spietatezza e da una insensibilità morale che hanno toccato livelli inimmaginabili.
Nel corso di tutto il dibattimento è emersa l'enormità della strage compiuta su anziani, donne, bambini, neonati, ignari della loro tragica sorte ed inermi di fronte a così inaudita violenza. Con struggente efficacia sono state evocate in dibattimento le brutali separazioni di nuclei familiari, le uccisioni di genitori, figli, fratelli sotto gli occhi dei congiunti, l'abbandono di corpi agonizzanti, la manifestazione di spregio conclamata dal fuoco appicato ai corpi delle vittime, e forse anche di moribondi, sul piazzale della chiesa ma anche altrove, ed in presenza di soggetti non ancora giustiziati. Tra i tanti episodi evocati si può menzionare quello, particolarmente toccante, rammentato dal reo confesso GORlNG, che, già da solo, varrebbe a giustificare l'applicazione dell'aggravante: l'ordine di inseguire e catturare un bambino che fuggiva per tentare di sottrarsi al suo tragico destino, dopo essere riemerso, avviluppato daile fiamme, dalla pira dei corpi delle persone da poco trucidate (fg. 17 dell'interrogatorio del 25 marzo 2004). La devastante evidenza di questo racconto, e dei numerosissimi altri emersi nell'istruzione dibattimentale - fonte di un incolmabile dolore, non lenito dal lungo tempo trascorso – e tale da non richiedere che si immori ulteriormente sul punto.

Diffusa ed intrinseca fu, dunque, la ferocia dei mezzi e dei metodi usati nel compimento dell'efferato eccidio, manifestazione di una tristemente nota specializzazione della 16a Divisione e dei battaglioni che la componevano. I mostruosi risultati perseguiti ed ottenuti dal II Battaglione a Sant'Anna sono il sinergico portato di un attentissima organizzazione, nella quale tutti gli appartenenti, secondo le rispettive posizioni funzionali nell'ambito del reparto, sono chiamati a cooperare per il raggiungimento dell'obiettivo, mossi da una condivisione di propositi e di metodi che costituisce.
Essi, come le risultanze dibattimentali hanno posto in rilievo, agirono secondo un condiviso e reiterato modus operandi collettivo, dando un contributo caratterizzato esso stesso dai profili dei quali si sostanzia l'aggravante in esame, sicchè, a ben vedere, non si porrebbe neppure una questione di "estensione" della relativa connotazione gravatoria ai compartecipi (cfr. Cass., Sez. I pen., sentenza n. 6775 del 28 gennaio 2005, in Ced Cass., rv. 230147).

16.2 Le circostanze attenuanti.
E' stata chiesta dai difensori degli imputati GROPLER, SCHONEBERG e SOMMER la concessione, con giudizio di prevalenza, delle circostanze attenuanti generiche di cui all'art.62 bis c.p.
A tal proposito va, innanzi tutto, ricordato che la giurisprudenza di legittimità ha già definitivamente risolto la questione della c.d. ultrattività della legge penale di guerra, per la quale l'art. 23 c.p.m.g., in linea con il principio fissato dall'art. 2, quarto comma, c.p. per le leggi eccezionali, sancirebbe, per i reati commessi in tempo di guerra, in ossequio alla regola del tempus regit actum, l'impermeabilità dell'intera disciplina vigente al momento del fatto, rispetto alle modificazioni legislative successivamente intervenute e, in particolare, quella di cui all'art. 2 d. Igs. Igt. 14 settembre 1944, n. 288, introduttivo dell'art. 62 bis c.p. E' stato affermato, infatti, che, “...laddove la legge penale militare di guerra non contenga specifiche disposizioni derogatorie rispetto a quelle della legge penale comune, come ad esempio sulle attenuanti generiche, non può certo invocarsi il pur coesistente rapporto di complementarità tra legge penale comune e legge penale militare, di pace e di guerra, per ostacolare il sano dispiegarsi dell'operatività dell'art. 2, terzo comma, c.p, disciplinante la successione di leggi penali nel tempo secondo un criterio ispirato al preminente favor rei ... una diversa e più estensiva interpretazione del principio di ultrattività della legge penale militare di guerra concretizzerebbe una lesione dei canoni costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza, dal momento che, per quanto riguarda la disciplina comune e perciò necessariamente unitaria di istituti generali - come le circostanze attenuanti generiche (ma lo stesso potrebbe dirsi per la valutazione delle circostanze soggettive ex art. 118 c.p. novellato dall'art. 3 L. 19/90 cit., ovvero per la tipologia delle pene principali, fra le quali non è più annoverata la pena di morte per i delitti previsti dal c.p.m.g. e dalle leggi militari di guerra solo in forza del più favorevole jus superveniens costituito dall'art. 1 I. 13.10.1994 n. 589) -,non si potrebbero addurre le ragioni che giustificano invece l'autonomo trattamento delle fattispecie criminose previste da quello speciale ed organico corpus normativo: l'esigenza cioè di mantenere costante nel tempo l'efficacia di prevenzione generale di quelle disposizioni incriminatrici e di assicurare I'omogeneità di repressione dei delitti bellici commessi durante lo stato di guerra” (Sez. I, sentenza n. 12595 del 16 novembre 1998, PRIEBKE, cit.).

Ciò premesso dal punto di vista del quadro normativo di riferimento, ritiene il Tribunale che, nel merito, non vi sia spazio alcuno per riconoscere le invocate attenuanti. Come è noto, secondo il disposto dell'art. 62 bis c.p. il giudice “può a prendere in considerazione altre circostanze qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena”. A sostegno della loro richiesta i difensori hanno variamente fatto riferimento alla giovane età degli imputati al momento del fatto, alla loro attuale età avanzata, al lungo tempo trascorso dal fatto, all'incensuratezza.
Ad avviso del Collegio, però, nessuno dei profili che i difensori si sono sforzati di valorizzare pare essere tenuto in conto ai fini del riconoscimento delle attenuanti de quibus. Quanto alla giovane età, si può obiettare che il riferimento è frutto di un errore di prospettiva e di un difetto di contestualizzazione. Infatti, tutti gli imputati, pur se anagraficamente giovani, avevano maturato una rimarchevole esperienza, anche attraverso mirate formazioni in specifici corsi, ed erano giunti a rivestire posizioni gerarchiche significative, come dimostrano i gradi rivestiti. Conseguentemente, non è possibile agganciare al mero dato anagrafico una valutazione ai sensi dell'art. 62 bis c.p. se, come è dimostrato, i rei avevano una consapevolezza ed una determinazione del tutto appaganti in ordine alla loro capacità di apprezzare la portata delle condotte di cui si sono resi responsabili. I giudici di legittimità hanno, in proposito, avuto modo di sottolineare come sia dato svalutare il significato puramente formale della giovane età (ed anche della incensuratezza), se il comportamento sia stato, comunque, cinico ed impietoso nell'arco di tutta la vicenda (Cass., Sez. I, sentenza n. 5901 del 14 febbraio 1980, in Ced Cass., rv. 145247).

Da respingere è pure lo speculare richiamo all'attuale età avanzata degli imputati, ed alla rimarchevole lontananza nel tempo dei fatti. Si tratta, invero, di profili che, ove ne ricorrano le condizioni, possono avere una considerazione in tema di dosimetria della pena, ma non possono, di per sè essere considerati un dato suscettibile di effetti favorevoli ai fini che ci occupano. Soprattutto se, come nel caso di specie, il passaggio del tempo, e le riflessioni ed i bilanci sulla vita anteatta che solitamente accompagnano l'avanzare dell'età, non hanno indotto nei rei alcuna rimeditazione sulle pregresse condotte. Non sembra, invero, al Tribunale di poter aderire alla propensione all'oblio sulla quale sostanzialmente si incentra la richiesta difensiva, quando dagli stessi imputati, nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dall'eccidio, ancora emana il leit motiv della "doverosità" delle condotte criminose in esame, senza la minima deflessione. Per tacer del fatto che, in una prospettiva, che si avrebbe difficoltà a non definire realistica, si potrebbe eccepire che nel caso che ci occupa il passaggio del tempo, ed il correlato avanzare dell'età degli imputati, abbia sostanzialmente coinciso con un lungo periodo di impunità e di assenza di pentimento.

Da ultimo, ma non come ultima considerazione dal punto di vista della valenza, si deve tener presente la eccezionale gravità ed efferatezza del fatto, che, secondo la giuririsprudenza di legittimità, di per sè solo determinerebbero l'annullamento dell'unico dato positivo dell'incensuratezza e, dunque, giustificherebbero il diniego delle attenuanti di cui trattasi (Cass., sez. V pen., 9 febbraio 1984, Amoroso, in Ced Cass., rv. 163641, Cass., sez. V pen., 9 febbraio 1984, Amoroso, in Ced Cass., rv. 163641; Sez. I, sentenza n. 12595 del 16 novembre 1998, Priebke, int, rv. 211771 ).
Quanto detto vale per il GROPLER, lo SCHONEBERG ed il SOMMER, ma, ovviamente anche per tutti gli altri imputati.
Nè può giungersi a diversa conclusione per quanto afferisce alla posizione dell'imputato GORING, l'unico ad aver ammesso il fatto. Invero, dalla lettura del suo interrogatorio è dato cogliere soltanto l'oggettivo riconoscimento della storicità del fatto contestato, senza alcun segno di pentimento. E' pur vero che egli avrebbe potuto anche non rispondere, ovvero negare in qualche modo la partecipazione all'eccidio, e che in un passaggio dell'interrogatorio del 16 giugno 2004 egli ha affermato "... posso dire soltanto che mi dispiace per quanto accadde in quei luoghi, però credo che non fossi nelle condizioni di impedirlo" (pag. 15). Ma tutto questo non può essere in alcun modo valutato in suo favore quale profilo positivo in relazione al disposto dell'art. 62 bis c.p. Ciò in quanto va considerato che egli nell'interrogatorio si è limitato sostanzialmente a dare atto, in un approccio quasi notarile, di essere stato presente al fatto ed di aver ucciso venticinque civili inermi per obbedienza all'ordine ricevuto, con ciò rivelando, nonostante le opportunità di riflessione offerte dal lungo tempo trascorso dai fatti, di essere sostanzialmente tuttora convinto della doverosità della sua condotta e dell'ineluttabilità del drammatico eccidio, da lui liquidato semplicemente mettendolo in conto al contesto bellico. Ben diversa sarebbe stata la sua posizione, invero, se egli avesse rivelato un sincero pentimento, che fosse il portato di una sia pure tardiva percezione dell'enorme atrocità dei fatti accaduti a S. Anna quel tragico 12 agosto 1944, e del loro manifesto contrasto con gli inviolabili principi di umanità, che non possono essere obliterati neppure in tempo di guerra. EgIi, invece, come è avvenuto in altri procedimenti a carico di criminali di guerra nazisti, si è limitato a dare atto della verità storica – peraltro conclamata da solidissime risultanze, così da non poter essere negata - senza mai approdare ad un vero pentimento, ad una presa di coscienza della criminosità dell'ordine e della sua personale responsabilità per le atrocità compiute.
D'altra parte, l'ammissione di un fatto penalmente rilevante, con la prospettiva di fornire elementi per un'affermazione di penale responsabilità comunque ricavabile aliunde, e che, peraltro, giunge ad oltre sessanta anni dai fatti, non può essere equiparata ad una confessione effettuata quando le conseguenze sarebbero state ben più concrete. Nè, va detto, la posizione assunta dal prevenuto è priva di ulteriori ombre, dato che, a fronte dell'asserzione circa "l'oppressione" che egli avrebbe provato in tutti questi anni al pensiero del fatto, vi è un'inquietante affermazione, fatta a seguito di una contestazione durante l'interrogatorio presso la Procura di Stoccarda il 16 giugno 2004, che induce vieppiù ad escludere l'attenuante. Infatti, alla domanda: “durante il suo interrogatorio da parte della polizia giudiziaria della regione del Baden-Wurttemberg lei dichiarò che dopo l'azione i commilitoni parlarono tra di loro di una grande vigliaccata; è esatto che si parlò dell'accaduto?” egli replicò testualmente: “no, non ne abbiamo parlato più.. questo lo avevo dichiarato davanti alla polizia per sviare il discorso dalla mia effettiva partecipazione diretta all'impresa” (fg. 16 dell'interrogatorio), il che da conto della costante vigilanza e degli sforzi di autotutela che hanno accompagnato l'esame.
In ogni caso, va posto in chiaro che, anche ove vi fosse stato spazio per la concessione delle circostanze attenuanti generiche, il peso specifico, la natura ed il numero delle plurime circostanze aggravanti di cui si è trattato sopra avrebbe, comunque, portato inevitabilmente ad un giudizio di subvalenza delle diminuenti, con riferimento al disposto dell'art. 69 c.p.

Il difensore del SOMMER ha richiesto, altresì, la concessione dell'attenuante di cui all'art. 59 n. 1 c.p.m.p., sostenendo che il suo assitito fu determinato dai superiori a commettere il reato. L'assunto difensivo è così palesemente smentito dalle numerosissime riflessioni fatte sia relativamente all'esimente dell'adempimento di un dovere, sia con riguardo alla personalità del sunnominato ed al ruolo dal medesimo rivestito nell'ambito del Reparto, da non richiedere una particolare confutazione.
In ogni caso, va tenuto presente il contrasto tra la diminuente invocata e l'ottemperanza con un ordine manifestamente criminoso, che comporta l'estrema difficoltà, se non l'impossibilità, di ipotizzare l'attribuzione di valenza attenuante ad un supposto intervento determinatore del superiore estrinsecatosi attraverso l'intimazione di un ordine che, proprio per la sua criminosità, l'ordinamento prevede che non debba essere eseguito.
Infine, come si è già avuto modo di osservare, in un approccio dettato dal senso comune prima che dalla sensibilità giuridica, seguendo la tesi difensiva si giungerebbe all'inaccettabile paradosso di dover risalire fino alle posizioni gerarchiche apicali, se non addirittura alla posizione in assoluto più elevata, per individuare un imputato di crimini di guerra che non possa invocare la diminuente di cui trattasi.
Può essere, altresì, osservato nel merito che il prevenuto fu un valoroso e zelante ufficiale, il quale aveva bruciato le tappe, passando dal grado di caporale del 1941 a quello di S. Tenente nel 1944, pluridecorato proprio per l'impegno dimostrato nel servizio svolto in Italia.
Orbene, tenuto conto di ciò, risulta ben difficile, se non risibile, ipotizzare che un così brillante ufficiale, tra i più alti in grado del Battaglione al momento dei fatti per via dei vari caduti, possa aver agito, a Sant'Anna come nella "vita" di tutti i giorni del reparto, senza alcuna adesione, soggiogato dal volere dei superiori e schiacciato dal timore delle loro ritorsioni.
Vero è piuttosto, che proprio i militari quali il SOMMER e gli altri imputati, come si è notato anche trattando dell'aggravante di cui all'art. 112 n. 3 c.p., si adoperavano diuturnamente - per esigenze operative del reparto ma, in quanto appartenenti alle SS, soprattutto per intima adesione e convinta determinazione - per garantire, attraverso una vigile, tenace ed efficiente azione di comando, che i subordinati dessero il meglio. E' avendo presente l'atteggiamento di soggetti come il SOMMER e gli altri imputati, e scorrendone gli agghiaccianti curricula vitae, che si capisce come possano aver avuto luogo le sciagurate derive criminose che hanno caratterizzato l'azione dei reparti delle SS nel tragico momento storico nel quale è stato posto in essere l'eccidio di Sant'Anna.
Per quanto sin qui esposto nessuna attenuante può essere riconosciuta agli imputati.

16.3 La misura della pena.
Conclusa l'illustrazione in tema di circostanze del reato, si deve, ora, procedere alla commisurazione della pena. Tenuto conto del fatto che risultano contestate e sussistenti le circostanze aggravanti sopra indicate, e che non ricorrono circostanze attenuanti, la pena prevista per il reato contestato è quella dell'ergastolo.
Ciò in quanto si deve avere riguardo al disposto dell'art. 577 c.p., dato il rinvio alle pene stabilite dal codice penale operato dall'art. 185 c.p.m.g. Come si è già avuto modo di evidenziare, in presenza di una delle aggravanti di cui all'art. 577 - e nel caso in esame sono ravvisabili quelle contemplate nei nn. 3 e 4 (premeditazione, fatto commesso per motivi abietti e con sevizie e crudeltà) - in luogo della pena temporanea della reclusione è prevista come pena edittale quella dell'ergastolo.
Va tenuto presente, inoltre, il fatto che agli imputati risultano contestati plurimi reati di cui all'art. 185 c.p.m.g., con riferimento all'art. 81, cpv., c.p. è di tutta evidenza, stante quanto diffusamente illustrato sopra, che la pluralità di reati sussista in ragione della pluralità delle vittime. Ciò, però, non può comportare una diversa determinazione della misura della sanzione. Infatti, il meccanismo previsto dalla disposizione disciplinante la continuazione di reati non può avere concreta attuazione nel caso di specie, in quanto la pena dell'ergastolo prevista per ognuno degli addebiti non è suscettibile di aumento.
La questione merita un approfondimento. In effetti, è rinvenibile nel vigente sistema sanzionatorio un profilo di aggravamento anche per tale pena perpetua, come è dato ricavare dal disposto dell'art. 72, comma 1, c.p., ove è previsto l'ergastolo con isolamento diurno da sei mesi a tre anni, per il caso di condanna per più delitti puniti, ciascuno, con l'ergastolo. A prescindere dalla considerazione della natura giuridica dell'isolamento diurno (se, cioè si tratti di autonoma sanzione penale o di modalità di esecuzione della pena dell'ergastolo), e dal fatto che la previsione appare delineata con riferimento al cumulo materiale di reati (e, dunque, non si attaglierebbe al criterio di determinazione dell'aumento di pena fino al triplo di cui all'art. 81 c.p.), il Tribunale ritiene, però, che della menzionata disposizione non si possa fare applicazione nel caso che ci occupa.
In proposito è autorevole l'insegnamento della Corte militare di appello, la quale, in una decisione concernente proprio il reato p. e p. dall'art. 185 c.p.m.g., ha affermato che la disposizione dell'art. 72 c.p. è comunque inapplicabile per i reati militari, in quanto derogata da quella contenuta nell'art. 54 c.p.m.p. Al riguardo la Corte ha osservato che in detta disposizione “... si prevedeva che al colpevole di più reati puniti con l'ergastolo si applicasse la pena di morte ...caduto il riferimento alla pena di morte per effetto dell'art. 1, comma 1, d.I. 22 gennaio 1948, n.21, in relazione ai reati militari previsti nel codice penale militare di pace, esso è oggi pure caduto in forza dell'art. 1 I. 13 ottobre 1994, n. 589 in relazione ai reati militari previsti dal codice penale militare di guerra; resta, tuttavia la deroga alla norma comune, che oggi è quindi in senso favorevole al reo, dovendosi intendere operata la sostituzione della pena di morte con I'ergastolo. A nessun'altra conclusione potrebbe, infatti, giungersi, non avendo il legislatore provveduto nè ad un esplicito richiamo dell'art. 72 c.p., nè ad una esplicita abrogazione della norma speciale, nè all'introduzione di un diverso regime autonomo” (Corte mil. app. di Roma, 7 marzo 1998, Priebke, confermata da Cass., Sez. I pen., 16 novembre 1998, in Ced Cass., rv. 211771).
Poichè il reato continuato ed aggravato addebitato agli imputati è punito, per quanto detto, con la pena dell'ergastolo, non si pone una questione di prescrizione. Ciò in quanto tale causa di estinzione è preveduta soltanto con riferimento ai reati puniti con pena detentiva temporanea, o pena pecuniaria, come si ricava dal dettato dell'art. 157, comma 1, c.p. Al riguardo va posto in rilievo che, pur essendo possibile la prescrizione del delitto di omicidio, ciò può avvenire soltanto nei casi di reato non circostanziato, per il quale è stabilita la pena edittale della reclusione e non quella dell'ergastolo. Nel caso in cui, invece, il reato sia circostanziato, come è nel caso che ci occupa, vale il principio del comma 2 dell'art. 157 c.p., laddove è stabilito che “... per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell'aumento massimo di pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti”. Dato che i reati ascritti agli imputati sono tutti aggravati e, per tale ragione puniti con l'ergastolo, ne consegue che gli stessi sono imprescrittibili.
L'affermazione di penale responsabilità comporta, altresì, la condanna degli imputati, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali, con ogni ulteriore conseguenza di legge.
La misura della pena inflitta è tale da non consentire la concessione di nessuno dei benefici di cui agli artt. 163 e 165 cp.
Ai sensi del comma 1 dell'art. 32 c.p.m.p., l'inflizione della pena dell'ergastolo prevede anche la condanna alla pena accessoria della pubblicazione della sentenza, mediante affissione negli albi dei comuni ove essa è stata pronunciata ed in quelli dove il reato è stato commesso, quindi nei Comuni di La Spezia e Stazzema.
Inoltre, il Tribunale, data la notorietà della vicenda e l'elevatissimo numero di persone coinvolte, che va al di là di quello delle vittime e dei relativi congiunti, ritiene di dover disporre, secondo quanto consentito dal comma 2 di detta disposizione, la pubblicazione della sentenza, per estratto e per una sola volta, nei giornali "Corriere delta Sera" e "La Nazione", a spese dei condannati, in solido tra loro.

17. Le decisioni sulle questioni civili.
La condanna per i reati contestati agli imputati fa si che i medesimi debbano essere condannati, in favore delle costituite parti civili, al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, che sono stati conseguenza diretta dei reati stessi.
Nessun dubbio si può nutrire sulla qualità di danneggiati dal reato rivestita dagli enti e dalle persone che si sono costituite parti civili. Quanto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ed agli enti territoriali (Regione Toscana, Provincia di Lucca e Comune di Stazzema), come si è già avuto modo di sottolineare nel corso del processo in occasione delle decisioni in ordine all'ammissibilità delle costituzioni di parte civile, la loro posizione di danneggiati è chiaramente ricollegata ai compiti di tutela e di rappresentanza degli interessi delle comunità locali loro affidati dall'ordinamento (Cass., Sez. VI, sent. n. 59 del 10 gennaio 1990, Monticelli; Cass., Sez. I, sent. n. 10371 del 18 ottobre 1995, Costioli – rv 202736). Risulta evidente, infatti, il detrimento che a comunità come quelle indicate deriva dall'uccisione di un rilevante numero di loro appartenenti: basti pensare, al riguardo, al pregiudizio per le opportunità di crescita sociale, economica e culturale che inevitabilmente deriva dall'annientamento di intere famiglie e, addirittura, di intere fasce generazionali.
II rapporto di parentela di BALDASSARRI Maria Augusta, BALDASSARRI Gian Paolo, BALDASSARRI Antonio Augusto, GUADAGNUCCI Ilde, GUADAGNUCCI Alice con alcune delle vittime dell'eccidio, come comprovato nei loro atti di costituzione di parte civile, conclama anche per i medesimi il diritto al risarcimento del danno, essendo evidenti le conseguenze pregiudizievoli loro derivate dall'uccisione dei prossimi congiunti.
Pertanto, gli imputati vanno condannati, in solido tra loro, al risarcimento dei danni conseguenti al reato, in favore delle parti civili nei loro confronti rispettivamente costituite, come precisato nel dispositivo. La complessità della questione induce a rimettere le parti davanti al giudice civile per la concreta liquidazione del danno.

Infine, deve trovare accoglimento la richiesta formulata dalle parti civili BALDASSARRI Maria Augusta, BALDASSARRI Gian Paolo e BALDASSARRI Antonio Augusto di condanna degli imputati al pagamento di una provvisionale, che appare equo commisurare in € 10.000 (diecimila), rientrando senz'altro tale somma nei limiti del danno per il quale appare raggiunta la prova. La condanna al pagamento di tale provvisionale, ai sensi dell'art. 540 c.p.p., è immeditamente esecutiva.
L'accoglimento della domanda di risarcimento del danno comporta anche la condanna degli imputati, in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali in favore delle parti civili così come costituite, nelle misure specificate nel dispositivo.
Gli imputati BRUSS, RAUCH e SCHENDEL vanno condannati, altresì, in solido tra loro, alla rifusione delle spese processuali relative al giudizio di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere emessa nei loro confronti dal giudice dell'udienza preliminare presso questo Tribunale Militare rispettivamente il 12 gennaio 2004 ed il 10 maggio 2004, in favore delle parti civili Regione Toscana, Provincia di Lucca e Comune di Stazzema.
Sui punto va precisato che nella determinazione delle spese da liquidare in favore delle parti civili si è tenuto conto della portata delle prestazioni difensive e dell'impegno conseguente, mentre, per le spese di trasferta, in mancanza di dettagliate indicazioni nelle notule e di adeguate allegazioni, si è proceduto ad una liquidazione equitativa, avendo presenti i correnti costi di trasporto, di alloggio e di vitto (cfr. Cass., Sez. III, sentenza n. 8552 del 23 gennaio 2002, in Ced Cass., rv. 221262)

PQM

Visti gli artt. 533 e SS. c.p.p., 261 c.p.m.p.
DICHIARA
BRUSS Werner, CONCINA Alfred, GORING Ludwig, GROPLER Karl, RAUCH Georg, RICTHER Horst, SCHENDEL Heinrich, SCHONEBERG Alfred, SOMMER Gerhard e SONNTAG Heinrich, tutti contumaci, colpevoli del reato loro rispettivamente ascritto e, ritenute sussistenti per tutti le circostanze aggravanti contestate, con esclusione di quella di cui all'art. 47 n. 3 c.p.m.p. e, per il solo GORING, anche di quella di cui all'art. 58, comma I , c.p.m.p., li
CONDANNA
alla pena dell'ergastolo, nonchè in solido tra loro, al pagamento delle spese processuali, con le conseguenze di legge;
Visto l'art. 32 c.p.m.p.
ORDINA
la pubblicazione della sentenza, mediante affissione negli albi dei Comuni di La Spezia e Stazzema, nonchè, a spese dei condannati in solido, per estratto e per una sola volta, nei giornali "Corriere della Sera" e "La Nazione"
CONDANNA
altresì i sunnominati imputati, in solido tra loro, al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle costituite parti civili:
- Presidenza del Consiglio dei Ministri;
- Regione Toscana;
- Provincia di Lucca;
- Comune di Stazzema;
- BALDASSARRI Maria Augusta;
- BALDASSARRI Gian Paolo;
- BALDASSARRI Antonio Augusto,
nonchè al pagamento, in solido tra loro, di una provvisionale di € 10.000 (diecimila) in favore di ciascuna delle tre parti civili BALDASSARRI Maria Augusta, BALDASSARRI Gian Paolo e BALDASSARRI Antonio Augusto
CONDANNA
inoltre gli imputati SCHONEBERG Alfred, SOMMER Gerhard e SONNTAG Heinrich, in solido tra loro, al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, anche in favore delle costituite parti civili:
- GUADAGNUCCI Ilde
- GUADAGNUCCI Alice
CONDANNA
gli imputati, in solido tra loro, alla rifusione delle spese processuali in favore delle seguenti parti civili nelle misure sottoindicate, oltre I.V.A. e C.P.A. come per legge:
- Presidenza del Consiglio dei Ministri: € 6.202 (seimiladuecentodue), di cui € 891 (ottocentonovantuno) per spese;
- Regione Toscana: € 9.730 (novemilasettecentotrenta), di cui € 2.300 (duemilatrecento) per spese;
- Provincia di Lucca: € 9.730 (novemilasettecentotrenta), di cui € 2.300 (duemilatrecento) per spese;
- Comune di Stazzema: € 15.162 (quindicimilacentosessantadue), di cui € 4422 (quattromilaquattrocentoventidue) per spese;
- BALDASSARRI Maria Augusta: € 4.000 (quattromila), di cui € 373 (trecentosettantatre) per spese;
- BALDASSARRI Gian Paolo: € 4.000 (quattromila), di cui € 373 (trecentosettantatre) per spese;
- BALDASSARRI Antonio Augusto: € 4.000 (quattromila), di cui € 373 (trecentosettantatre) per spese;
CONDANNA
gli imputati SCHONEBERG Alfred, SOMMER Gerhard e SONNTAG Beinrich, in solido tra loro, alla rifusione delle spese processuali anche in favore delle seguenti parti civili nelle misure sottoindicate, oltre I.V.A. e C.P.A. come per legge:
- GUADAGNUCCI Ilde: € 2.452 (duemilaquattrocentocinquantadue), di cui € 272 (duecentosettantadue) per spese;
- GUADAGNUCCI Alice: € 2.452 (duemilaquattrocentocinquantadue), di cui € 272 (duecentosettantadue) per spese;
CONDANNA
gli imputati BRUSS Werner, RAUCH Georg e SCHENDEL Heinrich, in solido tra loro, alla rifusione delle spese processuali relative al giudizio di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere emessa nei loro confronti dal Giudice dell'udienza preliminare presso questo Tribunale Militare rispettivamente il 12 gennaio 2004 ed iI 10 maggio 2004, in favore delle seguenti parti civili, nelle misure sottoindicate, oltre I.V.A. e C.P.A. come per legge:
- Regione Toscana: € 1.551 (millecinquecentocinquantuno), di cui € 289 (duecentoottantanove) per spese;
- Provincia di Lucca: € 1.551 (millecinquecentocinquantuno), di cui € 289 (duecentoottantanove) per spese;
- Comune di Stazzema: € 2.643 (duemilaseicentoquarantatre), di cui € 578 (cinquecentosettantotto) per spese;
Deposito della sentenza entro il 20 settembre 2005.
La Spezia 22 giugno 2005
II Giudice Estensore Dott. Enrico Lussu - II Presidente Estensore Dott. Francesco UFILUGELLI
La presente sentenza è stata depositata in cancelleria il 20 sett. 2005



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